M
Mably (ab. Gabriele Bonnot de), maggior fratello del cel. abate de Condillac, parente del Cardinale de Tencin, è morto in Parigi nel 1785, egli non era che suddiacono. Vi ha una superba edizione delle di lui opere in 15 vol. in 8vo pubblicata in Parigi dall'ab. Brizard nel 1794, tra queste si trova di Mably rapporto alla musica, Lettres a Mad. la marquise de P. sur l'Opera, la cui prima edizione è del 1741, in 12º.
Mace (Thomas), distinto in Londra fra gli amatori di musica fece quivi imprimere Music's monument ec. cioè Monitore delle migliori opere pratiche di musica che siano sinora comparse in fol. 1676. Nella storia di Hawkins vi ha il di lui ritratto.
Machault (Gugl. de), nato circa 1284, viveva sino al 1369, poeta francese, cameriere del re Filippo il Bello. In un manoscritto delle sue poesie trovansi le note della musica, che erano allora in uso, e di cui fa menzione il Rousseau (art. valeur des notes): vi si trova in oltre una Messa in musica notata a quattro parti, che si crede essersi cantata nel 1364, nella consecrazione di Carlo V, re di Francia. M. Perne ha messo in partitura ed in note moderne questa messa, ch'è molto curiosa ed un monumento atto a far conoscere lo stato dell'arte in quell'epoca.
Macrobio (Ambros. Aurelio), di genere consolare, fiorì a' tempi di Onorio e Teodosio II, nel quinto secolo dell'era cristiana. Egli ha scritto molte cose sulla musica ne' suoi Saturnali e nel Sonno di Scipione. “La musica in questo tempo era tutta diatonica e cromatica; ed il genere enarmonico de' Greci più rinomati fu stimato da Macrobio più che difficile. Chiamò egli il cromatico infame, proprio solamente delle persone, che allettavano al vizio con la delicatezza del canto: lodò solo il diatonico puro estremamente, come particolare dell'armonia de' cieli e dell'universo.” Da questo saggio ben può conoscersi qual guazzabuglio d'idee sulla musica contener doveva la testa di Macrobio. Egli giunge sino a negare il canto stromentale significativo, tanto in uso presso agli antichi musici della Grecia. Il dire le sottili minutezze de' tuoni, de' semituoni, (egli scrive commentando il sogno di Scipione) e quello, che ne' suoni per lettera, per sillaba, e per intiera parola si prende, è da vano ostentatore, e non già da precettore. (V. Requeno tom. 1, cap. 11)
Madin (Arrigo), nativo d'Irlanda era di Verdun: fu maestro di cappella del re in Parigi dopo Lalande, e morì a Versailles nel 1748. L'abbate Madin oltre a più mottetti assai stimati in Francia scritti da lui per la cappella reale, è autore di un Trattato di contrappunto impresso a Parigi nel 1742, che ebbe colà qualche stima, benchè sia questa un'opera men che mediocre, e meritamente oggidì posta in dimenticanza.
Maelzel, primo meccanico dell'imperatore d'Austria, si rese a Parigi nel 1806, per far conoscere al pubblico il Pan-harmonicon, di cui è l'inventore, capo d'opera di meccanica, che offre un concerto di stromenti da fiato, e 'l di cui scopo è di produrre l'effetto di una grand'orchestra. L'artista ha saputo combinare con quest'istromenti i timballi, una gran cassa, un'altra più piccola per la musica turca, i cembali, il triangolo ed alcuni altri nuovi strumenti inventati dall'autore, per surrogarli in qualche maniera a que' di corda. Il Pan-harmonicon eseguisce un numero considerevole di pezzi di musica del genere il più sublime, tra' quali si distinguono l'eco di Cherubini, e varj pezzi di Steibelt, di Mozart, d'Haydn ec. Ciò che sorprende soprattutto nell'esecuzione di tai pezzi, egli è che tutti i chiaro-scuri di forte, di piano, e d'espressione sono marcati con tanto di precisione che di gusto. V. Quatre Saisons du Parnasse 1807 p. 250.
Maelzel (Leonardo), fratello del precedente, abile professore di musica e compositore, dopo sei anni di fatica ha inventato ancora a Vienna un nuovo strumento di musica di una gran perfezione. Seguendo il consiglio di alcuni intendenti, gli ha dato provisoriamente il nome di Armonia di Orfeo a motivo dell'effetto straordinario che produce sugli uditori. Esso ha la forma di una cassa, che posata orizontalmente presenta cinque piedi quadrati di superficie, e tre piedi di profondità. I tasti abbracciano lo spazio di cinque ottave; basta toccarli lievemente per trarre senza verun rumore de' suoni, come di fiato che si prolunga per tutto il tempo, che il dito non abbandona il tasto, e che ad arbitrio possono rinforzarsi, o addolcirsi, esso imita perfettamente la voce umana, ed i suoi suoni non sono meno melodici, che quelli dell'armonica, senza essere così penetranti. I maestri Salieri, Giuseppe Weigl, Gyrowetz, Preindel, Hymmel, e Förster fanno i più grandi elogj di questa singolare invenzione. (V. Registro polit. della Sicilia n. CXXXI, Londra 27 Dicembre 1814 e Journal des decouvert.)
Maggiore (Ciccio o Francesco), napoletano, compositore di brio e di gusto ha scritto delle opere in musica in varie città dell'Europa ch'egli ha percorso. Morì in Olanda circa il 1780; riusciva egregiamente nel render in musica le grida di differenti animali, genere basso e spregevole. I raggiri della cantatrice, 1745, e gli scherzi d'amore, 1762, sono le migliori delle sue opere.
Magir (Giov.), uno de' letterati distinti e de' migliori musici del suo tempo a Brunswick. Nel 1596 egli diè la prima edizione della sua opera a Francfort intitolata, Artis musicæ methodice legibus logicis informatæ libri duo ad totum musices artificium et rationem componendi valde accomodati. Avendola quindi interamente rifusa, la pubblicò nuovamente a Brunswick nel 1611. Egli morì d'apoplesia nel 1631. V. Walther.
Magliard (Pietro), canonico della cattedrale di Tournai, sul principio del sec. 17º pubblicò quivi una dottissima opera in francese, secondo ciò che ne dice il Doni (sopra i tuoni p. 127 242) nella quale stabilisce che i dodici modi, usati oggidì, si differiscono dai tuoni ecclesiastici.
Magrizy (Taguv Ed-Dyne Ahmed al), uno de' più grand'uomini, che come Abulfeda, vantar possa la letteratura Araba. Nacque al Cairo circa 1358 dell'era cristiana, dell'Egira 760. Grande pel suo merito di Scrittore; grande principalmente per le qualità del suo cuore, non che del suo spirito, ricolmo di onori occupò sino alla morte i posti più luminosi, e studiò e scrisse eziandio sino alla morte per ricrear l'animo suo della noja delle grandezze medesime, di cui come vero filosofo ne sentiva il voto. Le sue opere sono innumerabili, e sopra un'infinità di materie, ch'egli tratta con estrema esattezza, con lunghi dettagli, e con eleganza di stile, avvengnachè le ore impiegate da lui allo studio non fossero stati se non de' momenti, che egli rubava alle giornaliere occupazioni de' suoi impieghi. Vi ha tra queste un Trattato di Musica, di cui non possiamo dare alcun saggio, per non conoscerne altro che il titolo. Questo grand'uomo finì di vivere nella sua patria l'anno dell'Egira 845, dell'era comune 1441. (Desland Dict. univ. tom. 19)
Maier (Gius. Bernardo), maestro di cappella a Hall nella Svevia, nel 1732, pubblicò quivi il suo Museum musicum theoretico-practicum, e nel 1747, ne diè una seconda edizione in tedesco col titolo di Gabinetto di musica teorica e pratica; ossia Breve ma compito metodo, per apprendere la musica in pochissimo tempo per mezzo di esempj assai chiari con la spiegazione de' termini tecnici della musica, oggi in uso, sì greci che latini, italiani e francesi. V. Walther.
Mairan (Giov. Giac. d'Ortous de), secretario perpetuo dell'accad. delle scienze sin dal 1741, in cui succedette a M. Fontenelle, e morto in Parigi nel 1771. Nelle memorie di quell'accademia an. 1737 vi ha di Mairan, Discours sur la propagation du son dans les différens tons qui le modifient. Egli è diviso in sei parti: 1. sulla differenza delle particelle dell'aria tra loro; 2. sull'analogia del suono e de' diversi tuoni con la luce e i colori in generale; 3. sull'analogia particolare de' tuoni e de' colori prismatici; 4. in che l'analogia del suono e della luce, de' tuoni e de' colori, della musica e della pittura è imperfetta o nulla; 5. sull'analogia di propagazione tra' suoni e le onde, per rapporto all'esperienza, di cui si è fatta menzione nel nono articolo del Discorso; 6. sulla maniera con cui le vibrazioni dell'aria si comunicano all'organo immediato dell'udito. Rousseau dice che l'ipotesi di M. da Mairan per ispiegare, come il suono d'una corda venga sempre accompagnato da' suoi armonici, è la più ingegnosa tra quelle che eransi sino allora immaginate, e la più filosofica (art. Son); benchè dica un pò dopo, che sembri piuttosto che il suo autore abbia così allontanata la difficoltà anzichè risolverla: l'ipotesi del Mairan, dice l'ab. Andres, non è stata abbracciata da molti fisici, e molto s'assomiglia al sistema del Newton. Dell'Acustica t. 4.
Majo (Francesco de), cui i Napoletani danno il nome di Ciccio di Majo. “Scrittore pieno di melodia e di naturalezza: in pochi anni che visse, ebbe la stessa sorte del Pergolesi, cui non restò inferiore nell'invenzione e nella novità” (Arteaga tom. 2. p. 326). Egli era figliuolo di Giuseppe di Majo, maestro della real cappella di Napoli dopo Durante, posto, secondo il Mattei, ch'egli non con egual decoro sostenne. Ciccio di Majo cominciò assai giovane a scrivere per teatro e per chiesa; la semplicità del suo canto, la nitidezza della di lui armonia, la sua maniera facile, naturale, piacevole gli acquistarono tosto gran nome in tutta l'Italia. Le sue carte sono piene d'estro e d'espressione, ed egli sarebbe stato uno de' primi, se non fosse morto sul fior dell'età. (Matt. elog. di Jommel.). Quest'amabile compositore finì di vivere in Roma circa 1774, all'età di 27 anni. Egli ha messo in musica più drammi del Metastasio, come l'Artaserse, l'Ipermestra, il Catone, l'Antigono, la Didone; e l'Alessandro nell'Indie l'ultimo anno di sua vita: per chiesa messe, salmi per i vesperi e salve, che non lascian tuttora di dar piacere agl'intendenti.
Maisseder, giovane compositore tedesco, di cui così dice il Carpani (Let. 15): “Il Maisseder promette molto; ma il suo genio è all'aurora. Giungerà egli al merigio? Ciò dipende da tanti accidenti.” Le sue carte, per quanto io sappia, non sono ancora giunte sino a noi.
Malcolm (Alessandro) pubblicò nel 1721 ad Edimburgo un'opera, cui diè per titolo: A Treatise of music ec. cioè: Trattato di musica specolativa, pratica ed istorica, nella quale non dà a divedere gran conoscenza dell'antichità nel dubitar ch'egli fa, se gli antichi avessero una musica unicamente composta per gli stromenti: cita frattanto le sinaulie de' greci, di cui parla Ateneo, che altro non erano se non se una musica vocale, ossia parlante eseguita dai soli instromenti. Rousseau critica come mancante di giustezza la divisione ch'egli dà della scala de' tuoni (art. Echelle).
Mancini (Giov. Batt.), uno de' più famosi allievi del Bernacchi in Bologna, si è anche distinto fra i letterati pel suo bel libro intitolato: Pensieri e Riflessioni pratiche sopra il canto figurato (Arteaga t. 2) in 4º, Vienna 1774. Ell'è questa un'opera eminentemente classica: l'autore dà primieramente alcune notizie sulle diverse scuole dell'Italia, e i celebri musici che ne sono usciti dopo la fine del secolo 17º. Dà quindi delle regole sull'arte del canto: spiega cosa sia cadenza, trillo, mordente, appoggiatura, abbellimento del canto, ch'egli divide in semplice e in doppio ossia groppetto: dinota i difetti della voce, e i mezzi di correggerla: fa parte a' lettori delle sue osservazioni sull'intonazione, sulla miglior posizione della bocca, sulla maniera di portare ed appoggiar la voce: e finisce col trattar del recitativo e dell'azione teatrale. Di quest'opera si sono fatte tre edizioni in Italia, e due traduzioni in francese da MM. Désaugier e Rayneval in 8vo 1776 e 1796: Hiller cita con elogio un Magnificat a otto voci composto dal Mancini.
Manfredi, figlio naturale di Federico II, coronato in Palermo re di Sicilia e duca di Puglia l'anno 1258, principe saggio, prode, e grande, fu al pari del padre suo coltivatore delle scienze e favoreggiator de' letterati. Matt. Spinelli ci dice che in Barletta nel 1258, soleva questo principe gir di notte pigliando il fresco, e cantando strambotti e canzone con due musici siciliani gran romanzatori: e secondo Giovanni Villani, si dilettava molto di cantare e sonare egli stesso. Fu sempre perseguitato dai papi, e morì l'anno 1265 in età di 30 anni nella rotta ricevuta presso Ceperano per tradimento de' Pugliesi subornati da Carlo d'Angiò e da' Guelfi, di cui fa menzione il Dante. (Infern. Cant. 28) V. Signorelli, Vicende ec. t. 2.
Manfredini (Vincenzo) da Pistoja in Toscana, fu, come dice egli stesso, allievo in Bologna per la composizione de' due celebri maestri Perti, e Fioroni; cercando di far quindi miglior fortuna che in Italia, portossi a Pietroburgo con una compagnia di musici italiani, ed avendo colà scritto da prima la musica de' balli per servir d'intermedio ad un'opera di Galuppi, e poi anche la musica di alcuni drammi del Metastasio per quel teatro, ebbe grandissimo incontro, e divenne tosto maestro per il cembalo del gran Duca delle Russie, che fu poi l'imperatore Paolo I. Scrisse allora pel suo allievo sei sonate, e non ostante la critica che ne fu fatta in Amburgo (dans les amusemens etc.) presentate avendole all'Imperatrice, ne ebbe mille rubbli in dono, e furono impresse a Pietroburgo nel 1766. Scrisse ancora quivi più opere pel teatro, ma non vi ha di queste impresse fuorchè sei arie e un duetto dell'Olimpiade, a Norimberga 1765. Tornò egli finalmente in Bologna assai ricco nel 1769, ma egli impiegò allora il suo ozio nello scriver piuttosto sulla teoria, anzichè nella pratica della sua arte. Diè infatti al pubblico nel 1775, Regole armoniche, o sieno Precetti ragionati per apprender la musica: di cui ve n'ha una seconda edizione, dedicata come la prima a Paolo I, più corretta ed accresciuta, in 8vo Venezia 1797, con 20 rami. Benchè l'Arteaga chiami quest'opera libro frivolo, che altro non contiene fuorchè delle nozioni elementari e triviali, (t. 3, p. 351), vi si trovano tuttavolta de' buoni precetti, delle ottime osservazioni appoggiate, e sostenute da savie ragioni, e da una ben fondata esperienza. Se non è ella, come a norma di ciò che promette il titolo, esser non dee, un'opera di letteratura, è non per tanto un buon libro elementare, scritto con chiarezza, con precisione, con giudizio, e non vi ha nè più nè meno di quel che abbisogna per guidar lo studente ne' buoni principj dell'arte. Nella prima parte l'A. dà i principj generali della musica: nella seconda tratta degli accordi, della loro origine, de' loro rivolti, e dà un buono e facil metodo d'accompagnamento; nella terza parte espone i precetti e gli esempj più opportuni per lo studio del canto, e nella quarta finalmente le regole più essenziali del contrappunto con prevenire i suoi lettori contro gli errori e i pregiudizj sì degli antichi che de' moderni. Così non lascia egli di confutare nell'ultimo capitolo Rameau, e 'l suo comentatore d'Alembert (p. 139), Tartini, e Rousseau (p. 141, 143) intorno al basso fondamentale della scala diatonica da loro proposto; e lo stesso P. Martini, allorchè pretende che il canto fermo debba servir di base al contrappunto; il che è stato, egli dice, un male notabile e dannoso non poco all'avanzamento dell'arte (p. 2, 161). Manfredini fu quindi associato alla compilazione del Giornale Enciclopedico di Bologna per la parte della musica, e nel 1787, avendo egli impugnato l'opera delle Rivoluzioni del teatro musicale italiano dell'ab. Arteaga in un Estratto assai mal digerito, si trasse addosso da quel valentuomo una disgustosa critica, che alla fine del terzo volume di quell'opera fece costui imprimere col titolo di Osservazioni ec. In queste passo passo andando dietro al suo censore ne rileva a ragione la poca logica, il guazzabuglio delle idee, l'incoerenza del raziocinio, e la scarsa dose di cognizioni musicali in ciò che spetta la parte filosofica, storica, e critica della musica, mercè la di lui baldanza nel voler trattare di una materia non sua. Ecco il discapito che ne avvien sempre a coloro, che si accingono di entrare in lizza con più robusti campioni senza misurar pria le forze loro. Il Manfredini pretese sìbbene di rispondervi con la Difesa della musica moderna e de' suoi celebri esecutori, Bologna 1788, in 8vo, ma il suo antagonista non curollo affatto. Nelle Regole Armoniche prometteva l'autore di pubblicare in oltre un Saggio di musica (p. 177, 185) ma ne lo impedì forse la sua avanzata età, o la sua morte.
Manna (Gennaro), compositore napoletano assai distinto, specialmente per la sua musica di chiesa, era nipote del maestro Sarri. Dopo di avere scritto nel 1751 la Didone in Venezia, nel 1753, il Siroe, ed altri drammi per alcuni teatri d'Italia, ritirossi in Napoli, ove compose tutta la musica de' Salmi e delle Messe per le gran cerimonie della chiesa, e quivi morì verso il 1788. Il suo stile è molto adattato a questo genere, grave, maestoso, divoto, e quando le parole esiggono un andamento allegro, egli sa farlo ben distinguere dall'allegro profano e teatrale: in somma la sua musica per chiesa è tale, qual saggiamente viene prescritto dal gran Benedetto XIV, cioè che il canto sia del tutto differente da quell'usato ne' teatri ed acciò le parole vi si possano sentire, non venga oppresso ed ingombro dal fracasso de' stromenti.
Marcello (Benedetto), patrizio veneto e d'una famiglia che molto amava la musica, nacque nel 1686. Alle felici disposizioni che sortì dalla natura unì egli l'assiduità allo studio, e 'l continuo esercizio di quest'arte in seno ad un'accademia, che si teneva nel Casino dei nobili. La cappella di S. Marco era allora in gran lustro per il numero e la scelta de' cantanti e de' compositori, di cui era provveduta. Alla loro testa trovavasi il cel. Francesco Gasparini. Fu costui uno de' maestri che consultò Marcello, e per cui concepì egli la maggior venerazione e fiducia: ebbe per lui in tutto il corso di sua vita una singolar deferenza, e mai lasciò di sommettere al suo esame ed alla sua critica le opere sue. Oltre la pratica, Marcello coltivò la teoria della musica; in età di poco più di vent'anni scrisse egli un Trattato di composizione, che l'annunziava un uomo istruito nella sua arte, e viene assicurato da chi l'ha avuto per le mani, rimasto essendo per disavventura manoscritto, che quest'opera figurerebbe con vantaggio tra quelle che trattano della scienza della composizione. Egli formò alcuni allievi; e fu il primo maestro della cel. Faustina Bordoni, poi moglie del Sassone. Malgrado le sue occupazioni letterarie, e musicali, non trascurò quelle del suo stato: secondo l'uso de' patrizj veneti esercitò ancora la professione di avvocato, e diverse magistrature nella sua patria: per lo spazio di 40 anni fu membro del consiglio dei quaranta, e nel 1738 fu mandato in Brescia in qualità di camerlengo; ma potè godere appena degli onori del nuovo posto, poichè la morte giunse ben tosto a rapirlo alle arti e alla patria. Egli finì quivi i suoi giorni nel 1739 in età di 53 anni. Dal suo matrimonio con Rosetta Scalfi, una delle sue discepole di bassa condizione, ch'egli aveva nascostamente sposata, non lasciò figliuoli. Marcello è uno de' più belli genj che onorato abbiano non che la scuola veneziana, ma quella di tutta l'Italia e l'arte in generale: fu in uno stesso tempo scrittore eloquente, distinto poeta e compositor sublime. “Genio fra i più grandi, dice l'ab. Arteaga, che abbia nel nostro secolo posseduti l'Italia, e che nella sua immortale composizione de' Salmi gareggia col Palestrina se non lo supera. Quest'uomo eccellentissimo, che alla gravità dell'antica musica ha saputo unir così bene le grazie della moderna, compose ancora una saporitissima critica intitolata il Teatro alla moda senza nome, senza data, ove colla licenza che permette la maschera, schiera ad uno ad uno con festiva ironia tutt'i difetti, che dominavano al suo tempo in sulle scene.” (t. 2.) La musica de' Salmi del Marcello è stata pubblicata sotto il titolo di Estro Poetico-Armonico, Parafrasi sopra i 50 primi Salmi, poesia di Girol. Ascanio Giustiniani, musica di Ben. Marcello, patrizj veneti, Venezia 1724, e 1726. Verso la medietà del secolo 18º se ne fece una nuova edizione in Inghilterra, con una traduzione inglese. Nel 1803, Sebastiano Valle, stampatore in Venezia, ne ha data una bella edizione in 8 volumi in fol. in fronte della quale si trova il ritratto dell'autore, la di lui vita scritta dal Fontana, il catalogo delle di lui opere impresse, e manoscritte, e gli elogj a lui dati da varj scrittori. Da che quest'opera incomparabile vide la luce, eccitò l'universale ammirazione. Nulla erasi ancor visto di uguale per l'ardita e vigorosa maniera d'esprimere, per la grandiosità e regolarità del disegno: ella pose il suo autore nel primo rango de' compositori, e la posterità ha confermato il giudizio, che ne recarono allora i contemporanei. “Nulla rassomiglia, dice M. Suard, all'entusiasmo che regna nelle sue composizioni. Egli fa passar nella sua musica l'energia de' pensieri orientali; egli è il Pindaro de' musici come ne è ancora il Michelangelo.” Il Principe di Conca in una lettera al P. Sacchi così si esprime: “Avete avuta somma ragione, M. R. P., d'introdurre nel vostro collegio l'esercizio de' Salmi del Marcello; è costui il primo degli autori, che ha un merito tutto suo proprio, cioè che tutti gli altri maestri, quei medesimi che in alcuna parte dell'arte avrebbero potuto superarlo, tutti hanno una certa maniera a cui si riconosce il loro stile per un certo andamento di modulazione che han tenuto in tutti quasi i soggetti. Marcello più che ogni altro fornito di genio, non ha seguito se non quello dettatogli dall'entusiasmo: guidato dalla più profonda scienza si è reso di tutti il più energico per la sua espressione.” Nella sua prefazione a' Salmi vi si trovano delle dotte osservazioni sull'impiego del contrappunto: per le altre di lui composizioni di un genere differente, come Cantate, ed alcuni pezzi ghiribizzosi e ridicoli può leggersi il Carpani nelle lettere settima e decima, ove a lungo ne ragiona. Angelo Fabroni, nel tomo IX della sua Biografia de' cel. letterati d'Italia ha scritto lungamente la vita del Marcello, che quindi tradotta nell'italiano ed accresciuta dal P. Sacchi comparve in Venezia nel 1788.
Marchesini (Luigi), il più celebre de' cantanti ed eunuchi d'Italia sul finire del p. p. secolo, nacque in Milano circa 1755. Egli aveva appreso sin da ragazzo a suonare il corno di caccia e i principj della musica da suo padre sonatore di quest'istromento in quella città: ma come mostrava delle gran disposizioni per il canto, alcuni intendenti gli consigliarono di coltivarle, per il che fuggito dalla sua casa, portossi a Bergamo e quivi di nascosto fecesi eunuco. Si pose quindi sotto la direzione di Fioroni, del soprano Caironi e del tenore Albuzzi, e nel 1775, racconta Burney di averlo inteso in una chiesa di Milano, benchè assicuri di non aver in lui trovato de' talenti straordinarj. Ma dopo due anni fecesi nel suo canto un notabile cambiamento, egli cantò da prima donna in luogo della Ristorini moglie del maestro Gazzaniga, quindi da prim'uomo in Firenze nel Castore e Polluce di Bianchi, e nell'Achille in Sciro di Sarti. Il rondò Mia speranza, io pur vorrei di quest'opera assicurò per sempre la sua riputazione. Nel 1780, cantò in Milano nell'Armida di Misliwechek, ma la più parte di questa musica non essendo incontrata nel pubblico, Marchesini vi sostituì quel rondò di Sarti, che tanto successo avevagli procurato in Firenze, ed un'arietta di Bianchi Se piangi e peni. Questi due pezzi uniti ad un'aria di bravura di Misliwechek nella quale sorpassò se medesimo, portarono al più alto grado l'ammirazione de' Milanesi. L'accademia, per dimostrargli la sua soddisfazione, fè battere in suo onore una medaglia d'argento: in Pisa fu impressa in rame la sua effigie, e tutto il mondo provossi ad imitare l'arte o la magia, ch'egli aveva saputo adoperare in que' pezzi. Nel 1782, il re di Sardegna lo chiamò in Torino, per cantar nel teatro durante il soggiorno del gran-duca delle Russie, coll'onorario di mille ducati. Il gran-duca rimase così incantato della sua voce, che gli offrì cinque mila ducati, se voleva venire in Moscovia. Cantò allora anche in un concerto alla corte il suo favorito rondò con tale artificio, che il re mostrogli il suo gran piacere con battergli la spalla e l'indomani nominollo suo musico di corte, col trattamento di 1172 ducati, e 'l permesso di viaggiare per nove mesi dell'anno. Nel carnovale del 1783 cantò in Roma con mille ducati d'appuntamento, quindi in Lucca e in Firenze. Nel 1785 fè sentirsi in Vienna, alla corte dell'imperatore, e vi fu generalmente ammirato: questo principe fè pagargli la somma di 600 ducati per sei rappresentazioni. L'anno d'appresso, trovossi con Sarti e la Todi in Pietroburgo, ove rappresentossi l'Armida di quel maestro. I regali, che questi tre virtuosi ebbero allora, si valutarono a 15 mila rubbli. Marchesini ebbe in oltre una scatola d'oro. Nel 1787 cantò in Berlino, e l'anno dopo in Londra, e nel 1790 era già di ritorno in Italia. Egli si è stabilito in Milano, ove gode della stima generale.
Marchetto da Padova, celebre commentator di Francone, ed il primo fra gli autori che abbia trattato de' generi cromatico ed enarmonico; abbiamo in oltre di lui Lucidarium in arte musicæ planæ, inchoatum Cesenæ, perfectum Veronæ an. 1274; e Pomarium in arte musicæ mensuratæ, dedicato a Roberto re di Napoli, e non a Carlo re di Sicilia circa 1283, come pretende il D. Burney. Noi crediamo rapportarcene piuttosto all'ab. Gerbert, a cui deesi la pubblicazione di queste due opere di Marchetto, ritratte dalla Bibliot. del Vaticano (V. Script. Eccles. de music. t. III). Son questi i più antichi trattati, dove si faccia menzione de' diesis, di contrappunto cromatico e di dissonanze. Tra le combinazioni armoniche proposte dal Marchetto, molte sono anche in uso oggidì, altre si sono abolite.
Marcou (Pietro), professore di musica attualmente a Bourges, nel 1804 pubblicò in Parigi, Manuel du jeune musicien, ou élémens théoriques-pratiques de musique, nuova edizione accresciuta di un saggio storico sulla musica in generale.
Marenzio (Luca), cel. compositore di Madrigali, di mottetti e di musica di chiesa nel sec. 17º, era maestro della cappella Sistina in Roma, dove diligentemente conservansi tutte le sue opere. Walther rapporta il catalogo delle medesime.
Marescalchi (Luigi), mercante di musica in Napoli, e compositore, studiò il contrappunto sotto il P. Martini a Bologna, la sua musica sì vocale che strumentale è stata in qualche pregio. Nel 1780 trovandosi in Firenze compose il ballo di Meleagro per il nuovo teatro, che si apriva allora. Nel 1784 diè in Piacenza la musica dei Disertori felici, che ebbe molto incontro. Vi sono anche di lui impressi a Parigi 4 quartetti di Violini, violoncello e basso, e in Venezia il Duetto Sventurato a chi fin'ora ec. Deesi avvertire che per una soverchieria da mercante di musica, cioè dell'autore medesimo, l'opera VII di Boccherini, consistente di trio per 2 viol. e basso impresso, effettivamente è di Marescalchi; la vera op. VII di Boccherini è composta di 6 sonate di violino.
Maret (Hugues), professore di medicina, e secretario perpetuo dell'accademia di Dijon, nel 1766 pubblicò un Eloge historique de Rameau, in 8vo, pieno di dettagli interessanti sulla musica.
Mariani, “dottissimo maestro di cappella del Duomo di Savona verso il 1782, aveva travagliato ad un'opera classica sulla melodia, in cui cercava di fissare i generi diversi della medesima. Assegnava egli le regole per formare de' bei canti in ognuno dei detti generi; accennava i confini dell'espressione musicale, opera importantissima, e che finora manca alla scienza musica; ma disgraziatamente per l'arte egli finì i suoi giorni prima di averla compita. Gli scritti suoi andarono nelle mani del celebre Padre Sacchi, tolto ancor esso anni sono alle muse ed ai vivi, e di quell'opera non se ne sa più nulla.” (Carpani lett. 9).
Marie de Saint-Ursin (P. J.), medico in Parigi, e compilatore della Gazette de Santé, nel 1803 pubblicò quivi Traité des effets de la musique sur le corps humain, tradotto dal latino.
Marin (Fran. Claudio), di Provenza, compì i suoi studj in Parigi ove fu avvocato nel parlamento, censore reale e secretario della libreria, membro di più accademie. Nato con un carattere di facilità e di gusto per le belle arti, egli fu uno degli autori della guerra musicale dal 1750 sino al 1760, e diè al pubblico degli opuscoli assai lepidi e piacevoli, tra questi vien ricercato con ispezialità quello che ha per titolo: Lettres à mad. Folio, in 8vo, Paris 1752. Marin cessò di vivere in Parigi nel 1809, in età di anni 88, colla riputazione di un uomo di spirito.
Marin (Martino), visconte, della famiglia de' Marini che ha dati più dogi alla rep. di Genova, e stabilita in Francia dopo il 1402, figlio di Marcello di Marini amatore anch'egli, e compositore di musica, e da cui egli apprese sin dall'età di quattr'anni la musica, e 'l piano-forte. Nardini gli diè lezioni di violino, e questo gran maestro si compiaceva di dire, ch'era il migliore suo allievo. Hosbruker fu il suo maestro per l'arpa, e dopo 30 lezioni, l'istinto ch'egli ebbe di operare una rivoluzione su questo stromento, il persuase a non voler più altro maestro fuorchè se stesso. De Marin può aver de' rivali per il violino, ma viene generalmente riconosciuto che non ne ha per l'arpa. Nel 1783 fu ricevuto e coronato nell'Accademia degli Arcadi in Roma: egli v'improvvisò sull'arpa, e vi eseguì alcuni soggetti di fuga che gli vennero dati, e d'una maniera sino allora incognita su quell'istromento. Vi eseguì ancora a primo colpo d'occhio delle partiture di Jommelli, e delle fughe di Seb. Bach, e fece allora sull'arpa, ciò che appena può farsi sul forte-piano. Egli fu il soggetto di tutt'i versi italiani, che furono improvvisati in quella sessione; e la celebre Corilla, che vi era presente, fece all'improvviso un poema in suo onore. Al suo ritorno d'Italia egli non aveva più di 15 anni, e cominciò la sua educazione militare a Versailles, dopo due anni ne sortì capitano de' dragoni, ed ottenne il permesso di continuare i suoi viaggi; ma la rivoluzione che sopraggiunse lo fè mettere nella lista degli emigrati. Dopo aver brigato inutilmente il suo ritorno, passò in Inghilterra, dove ebbe il più gran successo. Il celebre Delille ha lodato co' suoi versi non che la sua abilità nella musica e sull'arpa, ma il suo patriotismo ancora e le amabili qualità del suo spirito. Vi sono di lui impresse sì a Londra, che a Parigi 24 opere per l'arpa, fra le quali una sonata a 4 mani, la prima che siasi fatta per quest'istromento. Egli lo fa cantare come una voce, quando suona, tanti sono belli, puri e sostenuti i suoni che sa trarne; appena fa egli scorgere che fa uso de' pedali: l'agita tutti senza sforzo, senza romore, e ne ottiene degli effetti nuovi, incredibili, e tutte le ricchezze delle transizioni armoniche. In fronte dell'op. 16 egli ha posta una tavola enarmonica per la cognizione de' pedali, molto utile a' progressi dell'arte, e per apprendere a modulare sullo stesso stromento. Il cel. Clementi fa tale stima della musica di M. Marin, che l'ha fatta imprimere in Londra.
Marinelli (Gaetano), compositore napoletano; o come altri vogliono, siciliano stabilito da fanciullo in Napoli, dove fece nel conservatorio i suoi studj di musica. Egli ha scritto per più teatri d'Italia con buon successo, e con ispezialità il suo Oratorio il Baldassare in Napoli sul principio del corrente secolo, d'una espressione inavanzabile, e d'una musica ben adatta al soggetto. Nel magazino di Ricordi in Milano vi ha di lui impressa la musica di alcune opere buffe: il Trionfo d'amore; il Letterato alla moda, e la Rocchetta in equivoco, farsa.
Marmontel (Giov. Fran.), dell'accademia francese, di cui ne fu il secretario perpetuo sino all'anno della rivoluzione 1789, nel corso della quale ritirossi in una casa di campagna alcune leghe distante da Parigi, dove la sua anima onesta e dolce, gemè lungo tempo dei mali, di cui fu testimone; passò quindi ad Aboville, dove comprò una specie di capanna, e viveva da solitario, povero e nell'oblio, in compagnia dell'amabile e sensibile sua moglie nipote dell'ab. Morellet. Quivi finì i suoi giorni nel 1798 in età di 79 anni. Egli ebbe gran parte nella guerra musicale tra i fautori di Gluck e di Piccini, e dichiarossi per quest'ultimo. In questa guerra di spirito, Marmontel fu esposto a de' libelli satirici, e agli epigrammi i più velenosi e grossolani, senza avere avuto altro torto che di manifestare il suo sentimento con moderazione, e di avere migliorato la poesia lirica e drammatica per servire alla musica di Piccini: così il saggio M. Turgot diceva in quell'incontro: capisco benissimo che si ami la musica di Gluck, ma parmi difficile l'amare i Gluckisti. Nel 1777 Marmontel diè al pubblico: Essai sur les révolutions de la musique en France, in 8vo. Gli ammiratori passionati della musica di Gluck sostenevano, che ella sola conveniva alla poesia drammatica e al teatro; l'A. s'innalza contro questa opinione, e sostiene che non può sbandirsi dalla scena lirica la musica delle arie de' Piccini, de' Sacchini, de' Traetta: pruova che la nazione francese ha passato sempre di entusiasmo in entusiasmo, da Lulli a Rameau, da Rameau a Gretry, da Gretry a Gluck: conclude che bisogna ammettere sul teatro lirico francese il canto italiano, il solo che gli sembri veramente musicale, mentre che gl'italiani dal canto loro, lasciar dovrebbero da parte le loro triviali rapsodie senza interesse, e senza buon senso nelle parole, per adottare il sistema drammatico de' Francesi più giudizioso e più severo. Questo saggio gli trasse addosso alcune critiche di M. Suard, e gli epigrammi dell'ab. Arnaud. Marmontel per vendicarsene compose il suo Poème de la Musique, che a giudizio degli intendenti è la miglior cosa, ch'egli abbia scritto in versi: trovasi questo poema nella collezione delle di lui opere del 1806 in 31 vol., in 8vo.
Marotta (Erasmo), di Randazzo in Sicilia, celebre contrappuntista del sec. 16º, di cui abbiamo i madrigali pubblicati nel 1603, fu il primo o uno de' primi che faticasse sopra l'opera in musica, adornando di sue note l'Aminta del Tasso. È da credersi, che probabilmente fosse scritta verso la fine del sullodato secolo, giacchè egli poi si diede ad una vita più divota, ed entrò già prete fra' gesuiti nel 1612, in età matura come scrive il Mongitori. Non so perdonare a' Siciliani, dice a ragione il Sig. Sav. Mattei, di avere trascurato questo bel monumento (cioè di non aver conservata la musica di Marotta su quel dramma) che ci addita evidentemente, che siccome dobbiamo la pastoral poesia al Siciliano Teocrito, così dobbiamo la musica pastorale, al Siciliano Marotta (Elog. di Jommel.). Di lui scrive eziandio con lode l'Arteaga nel 1º tomo delle Rivoluzioni p. 211, e il Bettinelli nel Risorgimento al cap. Feste e Spettacoli, p. 245.
Marpurg (Feder. Gug.), consigliere del re di Prussia, ha reso molti importanti servigj colle sue opere alla didattica e alla teoria della musica. Verso il 1746, egli fece qualche dimora in Parigi e quivi contrasse delle familiarità con varii letterati e co' migliori professori di quest'arte; da' cui lumi trasse non poco profitto. Io riguardo il tempo che vi ho passato, dice egli stesso, come il più fortunato periodo di mia vita; e se sono riuscito a coltivare le Muse con qualche successo io ne devo una gran parte a quel tempo (Dedic. a l'ab. de Cerceaux). Tornato in Berlino, diessi interamente alla composizione delle sue opere, di cui dal 1749 sino al 1763 ne pubblicò una considerevole quantità sia didattiche, sia critiche, sia polemiche. Intorno alla teoria del basso fondamentale non lo adottò egli che in parte, e come un metodo di classificare gli accordi. L'arte il perdette assai presto nel 1764 in età di circa 43 anni, allorchè trovavasi occupato a dar l'ultima mano alla sua storia della musica. Marpurg è senza dubbio il più pregevole scrittore didattico che abbia prodotto la Germania, e che possedeva in generale l'arte della musica. Ad una profonda cognizione de' principj unisce egli uno squisito giudizio ed un ottimo gusto. Fra le sue opere due ve n'ha soprattutto, che meritano una particolare attenzione: 1. il suo Manuale d'armonia e di composizione in tedesco 1756 in 4.º è un trattato compito a cui quasi nulla manca, e generalmente assai metodico e ben chiaro: dir si potrebbe l'Euclide musicale; 2. Trattato della fuga e del contrappunto, il più compito e 'l migliore che si sia pubblicato sulle fughe, i contrappunti artificiosi ed i canoni, secondo i principj e l'esempio de' migliori maestri tedeschi e d'altre nazioni, con 68 rami, 1753, in 4º. Quest'opera fu tradotta in francese in 2 vol. in 4.º Berlino 1756, vi si trova una breve storia del contrappunto e la notizia de' più dotti contrappuntisti. Io l'ho avuta per le mani: e mi è sembrata eccellente per il fondo; ma vi sarebbe a desiderare un miglior ordine: la distribuzione delle materie non può essere più cattiva, e questo ne rende molto difficile l'intelligenza. Abbiamo in oltre di lui scritte in tedesco le seguenti opere: Il musico critico, 1749; L'arte di sonar di cembalo, e sul basso continuo, 2 vol. in 4.º 1750-1755. Quest'opera è stata tradotta in francese, e ve ne ha una terza edizione del 1760; Nuovo metodo di sonare il cembalo conforme al miglior gusto moderno, con 18 rami, 1755 in 4.º; Memorie storiche e critiche per servire a' progressi della musica, 5 vol. in 8vo dal 1754 sino al 1762; Elementi di musica teorica, 1757 in 4.º; Introduzione sistematica all'arte della composizione secondo i principj di M. Rameau, non è che la traduzione dal francese degli Elementi di d'Alembert con alcune note, 1758 in 4.º; Introduzione all'arte del canto, 1759 in 4.º; Lettere critiche sulla musica, 3 volumi, 1763. Opera eccellente, piena delle più interessanti materie, in cui si trovano molte dissertazioni di altri gran maestri, come Agricola, Kirnberger ec.; Introduzione critica all'istoria ed ai principj della musica antica e moderna, 1756 in 4.º; Introduzione alla musica in generale, ed in particolare all'arte del canto, 1763 in 8vo; Istruzione sul basso continuo, e l'arte della composizione di Sorge, con note di Marpurg, 1760 in 4.º; Saggio sul temperamento in musica, con una Dissertazione sul basso fondamentale di Rameau e di Kirnberger, Breslavia 1776, in 8vo: “La migliore opera sul temperamento, che io conosca, dice M. Chladni, (Acustic. p. 40), e di cui ho adottate alcune idee, si è il Saggio di Marpurg.” Alla fine di questo Saggio annunzia egli un'opera periodica col titolo di Archivj di musica, ma non ne comparve nulla. Il suo ritratto si ritrova in sul frontispicio dell'Introduzione critica ec. del 1756. Si ha ancora di Marpurg molta musica sì vocale che strumentale impressa in Berlino.
Marquet (Franc. Nicolò), cel. botanico, e medico di Nancy sua patria, scrisse un ghiribizzoso trattato col titolo di Nouvelle méthode facile et curieuse pour connoître le pouls par les notes de la musique, Paris 1769, 2 edit. in 12º. Egli morì nel 1759.
Marsh (Narcisso), nato a Hennington d'un'antica famiglia nel 1638, fu prima Vescovo di Dublino e nel 1703, arcivescovo d'Armagh e primate dell'Irlanda; morì di 75 anni, nel 1713. Egli era uomo dottissimo, ed autore di molte opere, di cui non citeremo che il suo Saggio sulla dottrina de' suoni, Dublino 1683, che si trova ancora nelle Transazioni filosofiche.
Marsia, figlio di Janide, rinomato musico dell'antichità, fu l'inventore delle doppie tibie, unendo due flauti grande e piccolo, e facendoli sonare in diverso tuono al tempo stesso; nella quale invenzione era necessario si servisse delle misure della corda armonica trovate da suo padre. L'accompagnamento de' gravi cogli acuti suoni rese più dilettevole il canto; e così l'arte di parlare co' flauti s'ingentilì. Piacque all'estremo il ritrovato alla greca nazione, ed il plauso che si fece a Marsia, suscitò l'invidia de' suonatori e cantori, per cui fecero essi ingegnose satire, onde levargli la gloria d'inventore ed avvilirlo. Spogliando delle favole, con cui cercaron gl'invidi di oscurare la sua memoria, si conchiude esser egli stato un celebre suonatore, il quale, benchè oppresso dalla malignità de' rivali, fece mentre che potè l'ufficio di buon cittadino, educando nell'arte musica in allora bambina i giovani imparziali, che lo coltivarono. “Molti de' miei leggitori poco avvezzi all'esame dell'antichità, dice il dotto ab. Requeno, da cui si è tratto quest'articolo, contenti d'uno studio superficiale, crederanno essere favoloso il nome di Marsia, di Olimpo di lui principale discepolo, e quanto di essi io ho detto, a' quali altro non risponderò, che quello che dice Platone (Dial. min. 318), che conservavansi cioè all'età sua le cantilene dello scolaro di Marsia, Olimpo, e che i suoi canti tibiali struggevano i cuori. Vedano i critici seguaci di certi superficiali francesi, se le arti ed i professori descritti da Omero sieno invenzioni di quel poeta, e se debbano riputarsi romanzesche le memorie storiche de' cantori cavate da questo scrittore, e rischiarate con l'autorità de' posteriori autori.” (t. 1, p. 45.)
Martignoni (Ignazio) era ancor giovane quando pubblicò in Milano nel 1783, le sue Opere varie in 8vo. Contengono queste alcuni bei Saggi sulla poesia, sulla musica, e sul disegno. “In essi (dicesi nel Giorn. de' letter. in Modena) egli si mostra scrittore ingegnoso, erudito, elegante, e il filosofo non meno che l'uomo sensibile in essi trova di che pascersi ed istruirsi”.
Martin (Vincenzo), detto lo Spagnuolo, maestro di cappella del principe delle Austrie verso il 1785, nacque in Valenza nella Spagna l'anno 1754. Vien egli con ragione riguardato come uno de' migliori, e de' più graziosi compositori di musica drammatica. Le sue opere sono l'Ifigenia, l'Ipermestra, il Barbaro di buon cuore, 1784, La cosa rara, 1786. Dopo quest'anno sino al 1790, dimorò egli in Vienna, e per ordine del re di Prussia, vi scrisse un'opera per il teatro di Berlino. Il suo Albero di Diana composto in Vienna nel 1787, e la Cosa rara sonosi rappresentate in Palermo nel R. teatro di S. Cecilia con estremo successo. Nel magazino di musica di Ricordi in Milano vi ha di lui impressa la Capricciosa corretta, opera buffa nel 1802. La musica di Martin è brillante, nuova e d'una facilità estrema per l'intelligenza e l'esecuzione.
Martinn (Giac. Gius.), figlio del maestro di musica del principe di Lignè, nacque in Anversa nel 1775. Cominciò a comporre dall'età di 10 anni, e di 12 fece sentire una gran messa in musica, che nel 1793 fu richiesta dalla direzione Batava per l'apertura de' tempj cattolici. Egli si è stabilito di poi in Parigi, e vi è professore di musica nell'imperiale Liceo. Vi sono di lui degli eccellenti quartetti, e nel 1811 annunziò per soscrizione la pubblicazione di dodici gran quartetti da sortire di mese in mese.
Martinelli è l'autore delle Lettere critiche sulla musica pubblicate in 2 vol. nel 1760, che contengono dei dettagli assai interessanti. Hiller nelle sue notizie sulla musica ne ha fatto grand'uso. Nel 1762 se n'è fatta una traduzione francese, che si trova in un libro sotto questo titolo: L'Amateur, ou Nouvelles pièces et dissertations françaises et étrangères, in 12º, parte prima.
Martinez (Marianna) nacque in Vienna verso il 1750 e nella casa stessa, ove abitava il Metastasio intimo amico del di lei padre: così che è una novelletta quel che racconta il nostro Sig. Ab. Scoppa, che ella era la figlia di un giardiniere, che il Metastasio incontrolla piccolina per le strade di Vienna, che tutta gaja e vivace cantava con bella voce e prometteva molto: che l'arresta, l'interroga, la chiede a' parenti e si addossa la cura di sua educazione (Les vrais principes etc. t. 3). Fu ella in vero educata sotto gli occhi di quel gran poeta, ed alla morte del padre suo nulla trascurò perchè ne formasse il cuore e lo spirito. Fornita di un'eccellente voce, fecele ancora apprender la musica: ella ebbe la fortuna di prender lezioni di cembalo e di canto dal famoso Haydn (V. Carpani Letter. 5). Le cognizioni, e la straordinaria abilità che essa vi acquistò in pochissimo tempo compensarono le pene, che si era dato il Metastasio per istruirla, e colmarono di piacere gli estremi anni di sua vita. Riuscì ella non solo peritissima nel suono di varii stromenti e nel canto, ma eziandio nel comporre; dopo il 1773, fu essa annoverata tra' membri della società filarmonica di Bologna. Il d.^{r} Burney, che l'anno 1772 la sentì cantare ed eseguire sul forte-piano alcuni pezzi da lei composti, assicura che gli mancavan le parole per dipingere il suo canto, espressivo del pari e tenero: che ella aveva delle cognizioni profonde nel contrappunto, e tra le altre grandiose di lei composizioni, egli cita un Miserere a 4 voci, e molti salmi tradotti in volgar poesia del Mattei, a 4 e 8 voci, con istrumenti. L'ab. Gerbert nella sua storia (nel 1773) dice ancora, ch'egli possedeva una solenne messa da lei composta nel vero stile di chiesa. Compose eziandio molta musica per camera sulle parole del Metastasio, e mottetti e sonate per cembalo piene di vivacità e di brillanti motivi. Metastasio, che riguardavala come sua figliuola, non la chiamava che la sua S. Cecilia.
Martini (Giorgio Enrico) di Tanneberga nella Misnia, è autore di due buone opere di erudizion musicale, 1. De' conflitti di musica degli antichi; 2. Che i giudizj de' moderni sulla musica degli antichi non possono esser giammai decisivi, Ratisbona 1764, in 4º.
Martini (il P. Giov. Batt.), tenuto con ragione in tutta l'Europa come l'oracolo della musica, nacque in Bologna nel 1706, ed entrò giovane nell'ordine de' conventuali. M. Fayolle, non so a quali memorie appoggiato, dice che il gusto dell'erudizione e l'amore dell'antichità gli fecero intraprendere de' viaggi sino nell'Asia; ciò nol trovo però presso i di lui biografi: chechè ne sia egli si diè interamente alla musica, e prima e dopo che si fosse fatto religioso studiò quest'arte sotto più maestri, tra' quali annovera egli stesso il cel. Ant. Perti. I suoi progressi nella composizione furono così rapidi, che in età di 19 anni fu maestro di cappella del convento del suo ordine in Bologna, posto che egli occupò sino alla morte. Esercitò in questa qualità le funzioni di professore, e la sua scuola, la più dotta tra quelle che a suo tempo esistevano in Italia, ha prodotto un considerabilissimo numero di gran compositori ed artisti di somma rinomanza, che si sono meritati i più brillanti successi; e i più grand'uomini in quell'arte recavansi ad onore e a dovere di chiedere i suoi consigli, e di seguire le sue lezioni; tali furono il cel. Rameau, il gran Jommelli e più altri. Al talento di formare de' buoni allievi, il P. Martini univa quello di comporre una dotta musica. “Ma uomo più d'arte che d'ingegno, dice il Mattei, era come Lucrezio, i di cui poemi al dir di Cicerone, non erant lita multis luminibus ingenii multæ tamen artis: o come Callimaco, di cui diceva Ovidio: Quamvis ingenio non valet, arte tamen, era un Casa e non un Ariosto, se non era felicissimo nel creare un motivo, lo era poi in distender di mille maniere diverse un motivo già creato: secco un poco nell'inventare, abbondantissimo nel mettere in opera.” (Letter. al P. della Valle). Così il Jommelli, intendentissimo ch'egli era in tal materia, diceva che al Martini mancava il genio, e che suppliva coll'arte laddove mancava la natura. Sono ciò non ostante pregevoli le di lui composizioni per la purità, la saviezza e la dottrina che ne fanno il carattere. Ma i primarj titoli della riputazione del Martini sono i Trattati ch'egli ha scritto sopra le diverse parti della musica. Nel 1758 presentò una sua dissertazione all'Accademia dell'istituto di Bologna, di cui era socio, col titolo: De usu progressionis geometricæ in musicâ, che si trova inserita nel 5º vol. de' Commentarj di quell'Accademia; opera più erudita che utile, come quella che ha per titolo: Compendio della teoria de' numeri per uso del musico, 1769. Merita maggior attenzione il suo Saggio fondamentale pratico di contrappunto sopra il canto fermo, Bologna 1774, e Saggio ec. di contrappunto fugato, 1776. Nel primo percorre gli otto tuoni ammessi generalmente nel canto fermo, reca intorno ad ogn'uno di questi un esempio di contrappunto, preso per lo più dalle composizioni del P. Costanzo Porta, e molti esempj di canto fermo fugato del Palestrina: fa a questi delle note per ispiegarli, e vi fa precedere una breve esposizione delle regole di contrappunto. Nel secondo Saggio dà delle regole della fuga e del canone con alcuni pezzi fugati nel genere madrigalesco, e sacri e profani a due dapprima sino ad otto voci, alle volte col basso continuo, e con alcune sue annotazioni. Ciò che vi ha più a lodarsi è senza dubbio la scelta degli esempj estratti da' migliori maestri, e che danno bene a conoscere il genere di lor composizione: tranne questo, secondo l'attuale stato della musica, quest'opera ci sembra d'altronde di un assai mediocre profitto. In fatti, rapporto al contrappunto sul canto fermo, gli esempj citati dal Martini, sono scritti sopra un sistema di tonalità che non è più conforme alla maniera di sentire de' nostri giorni, e che per conseguenza non può essere trattato con successo; riguardo a' pezzi fugati, sono piuttosto de' ricercari anzichè delle fughe propriamente dette, e per conseguenza anche di poca utilità. In quanto al testo, di cui il Martini accompagna siffatti modelli, troppo ristrette ne sono le introduzioni, e perciò inutili a' principianti, che non le capiscono, ed a' maestri, che debbono saperne più di quel che esse contengono. Le digressioni, in cui si spazia fuor di cammino il comentatore, nulla hanno che ne faccia sopportar la lunghezza, e si potrà da tutto ciò inferirne soltanto, che il maggior merito dell'A. in quest'opera, si è di aver dato a divedere ch'egli conosceva perfettamente l'antichità italiana, cioè la migliore scuola de' secoli 16, e 17; e che per la buona scelta de' capi d'opera quivi recati in esempio, è giunto a farla egli stesso apprezzare al suo lettore. Si sa, che il dotto Eximeno levossi contro a questi Saggi del Martini con una ben ragionata critica, sebbene come confessa egli stesso, lascio scorrer la penna con qualche amarezza, che non meritava quell'uomo di singolare dolcezza, e che non ne trasse altra vendetta se non di mostrarglisi bramoso della sua amicizia, e di riporre il di lui ritratto nella galleria da lui formata de' più valenti scrittori, cosa, che quasi mi levò di senno, scrive lo stesso Eximeno, ed avrei voluto gettare al fuoco la penna, anzichè lasciarla trascorrere a nessun tratto, che potesse amareggiare un uomo, che tanta dolcezza d'animo univa a tanto sapere. (Lett. del 1785 al P. Lavalle). La Storia della musica del P. Martini in tre vol. in 4.º merita del pari elogj e censure: quest'opera dà veramente ad ammirare una lettura immensa, una gran profondità di sapere, una prodigiosa erudizione, ed un'eccellente pratica: ella è una vasta collezione di memorie scritte con purità di lingua, e con qualche interesse; ma non vi ha un oggetto fisso, un piano, un buon metodo, nè ombra di giudizio e di critica. Egli si era proposto di compirla in cinque volumi: non sorpassa frattanto l'epoca de' greci nei tre tomi che ne abbiamo, e continuando a quel modo, non glie ne sarebbero bastati trenta e più ancora. Nella mira di proseguire le sue fatiche egli aveva adunato un'enorme quantità di materiali. Possedeva la gran biblioteca musicale del Bottrigari contenente opere assai rare: la generosità del Farinelli gli somministrò de' fondi considerevoli, e lo pose in istato di procacciarsi tutti gli immaginabili materiali. Benedetto XIV con suo rescritto concesse al Martini il poter estrarre que' libri dalla Biblioteca, de' quali abbisognava: l'Imperatrice M. Teresa, il re di Portogallo, il Principe Abate Gerbert lo provvidero in gran copia de' più rari manoscritti. Questi materiali riuniti formavano una biblioteca di oltre a 17 mille volumi, trecento de' quali erano MSS, essi occupavano quattro grandi stanze: nella prima erano i manoscritti, nella seconda e terza le opere in istampa, e nell'ultima le Opere di musica pratica dal rinnovamento della medesima sino al suo tempo. Oltre alle opere già riferite del Martini vi ha ancora di lui: Lettera all'ab. Passeri sulla musica degli Etruschi, 1772; nel 2º vol. delle Opere di Doni in Firenze 1763, Onomasticum seu synopsis musicarum Græcarum atque obscuriorum vocum etc. Molti articoli di musica inseriti in più Giornali italiani, e alcune di lui Lettere pubblicate nelle Memorie di sua vita dal P. della Valle, Napoli 1785; ed oltracciò lasciò egli: Commercio letterario con diversi sopra questioni dell'arte: Giudizio di un nuovo sistema di solfeggio comunicatogli circa 1745 dal Sig. Flavio Chigi Sanese. La dolcezza, la semplicità, e la modestia che formavano il carattere del P. Martini, la premura ch'egli si dava di comunicare a chi ne lo chiedeva, i tesori di scienza e di erudizione, ch'egli possedeva, gli conciliarono la venerazione e la stima universale. Tutti coloro, cui l'amor delle arti conduceva in Italia, venivano a visitarlo in Bologna, e tornavano pieni di sentimenti d'ammirazione e di riconoscenza. Ebbe non pertanto quivi stesso de' malevoli ed anche del numero de' suoi allievi medesimi, che, come se ne lagna egli stesso in una lettera al Sabbatini, tale guerra gli mossero che “levossi affatto dall'Accad. de' Filarmonici per una delle loro solite insolenze fattagli” (Gennaro 1782). Questo valentuomo cessò finalmente di vivere, d'una idropisia di petto a 23 agosto del 1784, in età di 78 anni. G. B. Moreschi pubblicò un'orazione in sua lode recitata nell'accad. de' Fervidi, Bologna 1786, e il P. della Valle le Memorie della sua vita, Napoli in 8vo 1785. Di alcuni canoni berneschi del Martini lepidi e dotti leggasi il Carpani letter. 6, p. 113.
Martini (Giov. Paolo), nato a Freystatt nel Palatinato, passò nel 1757 all'università di Friburgo per istudiarvi filosofia, dopo di avere appreso la lingua latina e la musica. Portossi quindi in Francia, e fermatosi a Nancy il suo talento per la musica e la franchezza del suo carattere gli fecero molti amici, che presero particolar cura di lui. Quivi applicossi mercè la meditazione, e i libri classici de' tedeschi sulla composizione a perfezionarsi nella sua arte. Sotto la direzione di M. Dupont costruttore di organi ebbe la fortuna di aver parte alla costruzione dell'organo della chiesa primaziale di Nancy, di 50 registri, dalla prima disposizione de' materiali sino al compimento totale del medesimo: ecco quel che gli somministrò l'idea della sua opera intitolata École d'orgue, a Paris 1804. Ella è divisa in tre parti, ed ha per iscopo di propagare i talenti degli organisti dietro i sistemi de' più celebri tra costoro dell'Italia e dell'Allemagna; con tanto più di ragione in quanto quest'istromento richiede molta scienza musicale e contribuisce maggiormente a render musica un'intera nazione. M. Martini, dopo una lunga esperienza e i giornalieri esempj, sostiene che l'esecuzione ed il sentire i capi d'opera della musica di chiesa, possono soli formare de' compositori, de' cantanti e delle voci. Nel 1764 egli venne a stabilirsi in Parigi e vi compose una solenne messa a grande orchestra, ch'egli stesso riguarda come una delle migliori sue opere per lo stile, e che si è eseguita per più anni a Vienna per la festività di S. Stefano patrono di quella cattedrale. Entrò quindi come direttore di musica al servigio del principe di Condé, e ne perdette gli onorarj nella funesta rivoluzione del 1789. Nell'erezione del Conservatorio fu egli uno de' cinque ispettori di quella scuola, ed ha composta molta musica sì per chiesa, che per teatro applauditissima in Francia. Egli è il primo che abbia introdotto l'uso di ridurre la musica di più parti a due sole di violino e basso per il forte-piano, il che ne rende più facile e l'esecuzione e l'acquisto, e contribuisce vie più a diffondere il gusto della musica nelle famiglie, e a dilatarne il commercio, che oggidì ne fa uno de' suoi rami principali; ed in ciò è stato egli imitato in tutta l'Europa. Martini diè ancora al pubblico nel 1790, La Mélopée Moderne.
Marzio (Giac. Federico), maestro di musica a Erlang, nel 1786 pubblicò a Norimberga Taschenbuch etc. o Manuale per gli amatori di musica dell'uno e l'altro sesso. Nell'introduzione egli promette di dare in ciascun semestre una collezione di arie, minuetti, wals e di altri pezzi per forte-piano: ed un'altra di brevi dissertazioni su varii oggetti di musica, di biografie e aneddoti di musici, di lettere ec.
Mascardio (Guglielmo) viveva in Italia circa 1400. Bendemaldo in un manoscritto del suo comento al libro di Muris, che si conserva nella libreria del P. Martini, fa di costui menzione come di un musico di grido a' suoi tempi, ma le cui opere sono state avvolte insieme con tanti altri depositi delle umane cognizioni nella irreparabile dimenticanza dei secoli. V. Arteaga T. 1.
Masson, maestro di cappella in Francia sulla fine del sec. 17, di cui abbiamo: Nouveau Traité des regles pour la composition de la musique, 1699, 2 ediz. in 8vo. Quest'opera veniva riguardata come classica all'epoca, in cui non vi era in Francia verun trattato ragionevole sulla composizione, quindi ebbe molte edizioni, di cui la quarta è del 1738.
Mattei (Stanislao), nato in Bologna nel 1750 da un artigiano, dopo di avere studiato la lingua latina e la geometria, entrò in età di 15 anni nell'ordine de' conventuali, e dal 1767 sino al 1784 applicossi alla composizione sotto la direzione del dotto P. Martini. Sin dal 1772, era stato nominato di lui successore nella cappella di S. Francesco in Bologna, e ne esercitò le funzioni dopo il 1784, epoca della morte del suo precettore, sino alla soppressione del suo convento nel 1798. Divenuto prete secolare, fu scelto nel 1805 maestro di contrappunto della Società Filarmonica di Bologna. Tutte le composizioni del Mattei sono per chiesa senza stromenti, sullo stile del Martini. Costui morendo lasciò al Mattei molti materiali per compire la Storia della musica, e già ne aveva terminato il quarto volume sulla musica degli Etruschi, allorchè ne fu impedita la pubblicazione per i disastri politici sopraggiunti in Italia. Puossene leggere un Saggio nelle Memorie del Martini (pag. 38 e seg.). Nel 1786, trovandosi in Roma il Mattei, gli venne offerta la cappella di Loreto e quella di Padova, ch'egli ricusò non potendo rinunziar quella di Bologna: in Torino scrisse una solenne messa per il giorno di S. Francesco, che piacque moltissimo. Quest'abile professore dal 1784 sino al giorno d'oggi conta circa 150 allievi.
Mattei (Saverio), letterato di gran merito ed avvocato in Napoli, ha reso molti importanti servigj alla musica con le sue dotte opere, e con la sua poetica traduzione eziandio de' salmi imitando perfettamente la dolcezza e la fluidità della poesia lirica del suo intimo amico il gran Metastasio. Alla sua versione de' Salmi pubblicata in Padova nel 1780, in 8 volumi fa egli precedere delle Dissertazioni, alcune delle quali debbonsi a giusto titolo quì annoverare. Nel 1º vol. Della musica antica, e della necessità delle notizie alla musica appartenenti, per ben intendere e tradurre i salmi. Nel 2º vol. Salmodia degli Ebrei. Nel 5º vol. La filosofia della musica, o sia la musica de' salmi, che Metastasio chiama dottissima. In questa si lagna a ragione il Mattei di non esservi tra' moderni, come non vi è stata per l'innanzi, una buona scuola di musica. “S'insegna a' giovani il contrappunto, egli dice, e questo si crede bastare a fare un gran maestro di cappella: il contrappunto in musica corrisponde alle concordanze, e il saperle giova per non fare errori piuttosto. Ma non ci è chi insegni la Rettorica e la Poetica (dirò così) della musica, e restiamo solo nella Grammatica. Alla rettorica della musica apparterrebbe l'insegnare a' giovani, che ogni sinfonia, ogni aria, ogni composizione costi delle sue parti: che vi ha da essere il proemio, e questo dee trarsi ex visceribus causa; che sussiegue la proposizione e divisione de' punti, o sia de' motivi principali, che poi si dilateranno nel corso del componimento; che questa dilatazione de' motivi forma la narrazione: che indi ne viene una specie d'Argomentazione, o sien conseguenze, che da quella deduconsi, cioè i passaggi da un tuono all'altro, le proposte e le risposte, e un certo contrasto fra gli stromenti; che poi riunendosi formano l'epilogo di tutto il componimento. Alla poetica della musica apparterrebbe insegnare a' giovani le diversità degli stili, il tenue, il mediocre, il sublime, e fare osservare, come i migliori scrittori si son serviti in diverse maniere di essi stili: che il Sublime del Sassone, per esempio non è il sublime del Jommelli e del Piccini, e che in quel primo ci è un'epica maestà, gravità, sobrietà, e saviezza simile allo stile dell'Eneide di Virgilio, niente ci manca, niente soverchia, e scorre qual fiume reale, che non altera il corso. Nel Jommelli ci è un fuoco, una fantasia lirica simile allo stile delle odi d'Orazio, anzi di Pindaro: scorre qual impetuoso torrente, che allaga i campi, e seco porta tutto nel mare: maraviglioso nell'uscite inaspettate, improvvise, e veramente Pindariche: nuovo nell'invenzione de' motivi, nuovo nell'esprimerli, nuovo nell'union delle parti. Nel Piccini all'incontro, come era nel Pergolesi la sublimità non va mai disgiunta dall'amenità, e dalla venustà. Qual è il miglior di costoro? Ecco lo spirito di pedante. Tutti son ottimi nel lor genere: e bisogna lasciar andare i giovani per quella via, ove il genio e la natura gli guida, e non ridurli a forza di servile imitazione ad esser attaccati più a questo, che a quello.” Nell'ottavo volume de' salmi si trova finalmente un erudito carteggio del Mattei col Metastasio e con Mons.^{r} Pau sulla celebre questione della musica de' Greci dottissimamente da tutti e tre agitata: ma non sono tutte che congetture, come ne conviene lo stesso Mattei, sostenendo egli la superiorità dell'antica musica sulla moderna contro di loro. “Le vostre conghietture, egli scrive, e le mie son tutte egualmente fondate sopra incerti supposti, e per quanto si vogliano fortificare con riflessioni, sempre saran conghietture” (Lett. a Metast. del 1770). Intorno a tal questione supera tutti l'ab. Requeno dandone le più convincenti prove tratte dagli sperimenti, e dal testo medesimo de' greci scrittori di musica, a cui non giunsero mai tutti coloro che prima di lui avevano trattato siffatta materia, e che era frattanto l'unica maniera di pervenire allo scioglimento della questione. Dà in oltre il Mattei de' migliori rischiaramenti sull'antica musica de' Greci nella Dissertazione ch'egli scrisse sul nuovo sistema d'interpetrare i Tragici Greci. La malevolezza de' suoi emuli pretese pur nondimeno di porre in ridicolo questo grand'uomo sulle scene di Napoli, coll'allusivo dramma burlesco del Socrate immaginario, messo in un'assai bella musica da Paisiello. Negli Elogj del Metastasio e del Jommelli da lui pubblicati nel 1785, si trova una storia esatta del rinnovamento della musica, e de' progressi ch'ella ha fatto specialmente nel genere drammatico mercè i sforzi di quel divino Poeta: e dei compositori di musica, che dirsi possono alla di lui scuola formati. Vi ha finalmente pubblicata in Napoli, Se i maestri di cappella son compresi fra gli artigiani, probole di Sav. Mattei, in occasione di una tassa di fatiche domandata dal maestro Cordella, in 4.º 1784. Forkel ne ha dato l'estratto nel suo Almanacco di musica del 1789. Mattei è morto in Napoli nel 1802.
Mattheson (Giov.), canonico e maestro di cappella della cattedrale di Hamburgo, è celebratissimo del pari come scrittore e come compositore di musica. Ebbe egli dal padre suo, che in lui riconobbe delle gran disposizioni per quest'arte, la più felice educazione. Hanff, Woldag, Brunmüller, Pretorio e Kerner furono i maestri, ch'egli gli diede, e all'età di 17 anni compose la sua prima opera per teatro. Strinse egli poi la più intima unione col cel. Hendel, e molto profittò de' consigli di questo gran musico. Datosi allo studio delle leggi e delle lingue inglese, francese, ed italiana divenne soprintendente all'educazione del figlio dell'ambasciadore d'Inghilterra, e fece con esso diversi viaggi a Amsterdam, a Lubecca, e a Brunswick: allora fu che cominciò a provare un grande infiacchimento all'udito, che nello spazio di 30 anni degenerò in una totale sordità. Nel 1706 quell'ambasciadore il nominò segretario di legazione. Si capisce appena com'egli badar potesse a tante fatiche insieme. Insegnava ad un tempo stesso la musica a più di venti scolari, serviva più chiese per l'organo; applicavasi al dritto, e alle lingue; scriveva per teatro: a ciò si aggiungano le sue occupazioni come secretario di legazione, e come direttore di musica alla cattedrale. Ciò non ostante compose egli per quel che concerne solo la musica 88 opere, e lasciò alla morte assai manoscritti e sufficienti materiali per la pubblicazion d'altrettante, oltre al gran numero di musica pratica per teatro e per chiesa. Morì egli nel 1764, in età di 83 anni, e lasciò alla chiesa di S. Michele di Hamburgo una somma di 44 mille marche per la costruzione di un organo, che secondo il di lui piano fu costruito da Hildebrand con 64 registri, e tre tastiere lavorate di madreperla. Ecco il catalogo delle di lui opere teoretiche da lui scritte in latino o in tedesco. Critica musica, Hamb. 2 vol. in 4º, 1722-1725. La grande scuola del basso continuo, in 4º, 1719-1731. De eruditione musicâ, schediasma epistolicum, Hamburgi 1732 in 4º. L'arte della melodia, 1737 in 4º. Progetto e principio d'un Archivio di musica contenente la vita e le opere de' più celebri maestri, e compositori, 1740 in 4º. Esame delle nuove opere, in 4º. Aristoxeni jun. Phthongologia systematica, ossia Trattato sulla teoria del suono, 1748 in 8vo. Nuova accademia musica, più vol. in 8vo. Riflessioni sul rischiaramento di un problema di musica, in 4º. Il Patriota musico, in più volumi. Quest'opera è rimarchevole per molti curiosi dettagli, e meriterebbe una nuova edizione. Il perfetto maestro di cappella, 1739 in fol. ec. Omettiamo a bello studio le sue opere polemiche sulla musica, perchè piene d'ingiurie grossolane, che fanno rivoltare i lettori. (V. Walther, Heumann et Fabric.)
Maupertuis (Pier-Luigi Moreau de), nativo di San Malò, cel. geometra, membro delle accad. delle scienze di Parigi e di Berlino, morì in Basilea nel 1759. Nelle memorie dell'accademia di Parigi per l'anno 1724 vi ha di lui un'opera relativa agli strumenti di musica, alle corde e a' suoni.
Maurolico (Francesco), nato di nobil famiglia in Messina; abbate di S. Maria del porto in Sicilia passò la più gran parte di sua vita nella patria; ove fu pubblico professore di matematiche. Egli era così profondo in questa scienza che divenne celebratissimo in tutta l'Europa. Carlo V, l'onorò in Messina della sua amicizia, e molti forestieri di distinzione vi si recarono per conoscerlo: coltivò in oltre le belle lettere, e la musica; riconcentrato sempre in se stesso ed assorto nella più profonda meditazione, se gli strappava a stento qualche parola sopra altri soggetti oltre a quello de' suoi studj. Benchè fosse stato di una complessione mal sana, giunse non per tanto sino all'età di 80 anni, e morì in una casina di campagna nel 1575. Tra le sue opere di matematica stampate in Venezia nel 1573 vi ha un suo trattato sulla Scienza musicale (V. Tiraboschi, e Landi Hist. de la litterat. d'Ital. t. 4. Martini Stor. t. 1).
Mayer (Giov. Simone), nato in Baviera è stato pur nondimeno educato in Italia, e quivi dalla prima età stabilito ha saputo destramente unire il brio ed il gusto dell'armonia tedesca con la dolcezza e l'espressione del canto italiano. Nella sua musica egli ha preso per modello lo stile del gran Mozart, con adottarne spesso i più bei soggetti, ma in maniera a comparir veramente originale. Nel 1796 prese in moglie una sua scolara figlia di un ricco gentiluomo veneziano il Sig. Giuseppe Venturali, ed in quest'occasione l'abb. Rubbi impiegò il suo coltissimo estro in undici sonetti sull'armonia che servon di parafrasi al celebre sonetto sullo stesso argomento, del Mazza, e di epitalamio a quelle nozze. “Un fausto momento di vostra famiglia (scrive l'abb. Rubbi al padre della sposa) ha dettato alla mia amicizia alcuni sonetti che io vi trascrivo, e che d'ora innanzi son vostri. Nell'atto che io leggeva il bel sonetto del Mazza sull'armonia, mi vien data la nuova, che la Sig. Angioletta vostra primogenita è promessa sposa. Interrogando con chi, mi si rispose, col Sig. Simone Mayer celeberrimo giovine compositore di musica. Parve che le circostanze della lettura concorressero ad aumentare la mia allegrezza. Un'amabil donzella che ha tanta parte nel regno musicale, un valente calcolatore di note, ammirato in Italia e fuori, che seppe al tempo medesimo ispirarle scienza ed amore, fanno l'oggetto dolcissimo e fertile de' miei versi. Mi rinserro nei limiti del sonetto del Mazza, che abbraccerebbe volentieri un lungo poema, ec.” Questi eccellenti sonetti del Rubbi possono leggersi nel Mercurio Storico-Letterario d'Italia per l'anno 1797. Mayer è maestro di cappella a Bergamo: le sue composizioni per teatro, che sono giunte a nostra cognizione, e che trovansi nel Magazzino del Ricordi in Milano, sono Adelasia ed Aleramo, che ebbe il più gran successo nel teatro della Scala di Milano, e che si trova disposta anche per il forte piano presso M. Le Duc impressa in Parigi; Ginevra di Scozia; Adelaide; la Lodoiska; i misteri Eleusini, e l'Elena che si è rappresentata in quest'anno nel nostro R. teatro Carolino. Le opere buffe di Mayer sono in oltre: L'equivoco; Nè l'un, nè l'altro; un pazzo ne fa cento; il venditor d'aceto, farsa; un vero originale; amor non ha ritegno; le due giornate; il pazzo per la musica, eseguita con sommi applausi in Parigi nel 1805 e le finte rivali nel 1810. Altre di lui farse sono: Il pittore astratto; l'Elisa; l'intrigo della lettera; l'amor conjugale.
Mazza (Angelo), rinomatissimo poeta italiano di Parma, tra le cui poesie oltre al sonetto, del quale si è parlato nello scorso articolo, vi sono di lui Tre Odi sull'armonia. In una sua lettera scritta da Parma, al di lui amico Cesarotti, del 1772, “Tre odi sull'armonia, egli dice, mi fanno istanza di presentarsi a voi, del cui favorevole orecchio ove possan gloriarsi non ambiranno che altri le ascolti. Sentirò volentieri, anzi vi prego a non la mi tacere, l'opinion vostra ec.” Alla quale così rispose il cel. professore di Padova. “Le tre vostre Odi hanno tutte le ragioni di andarsene superbette anzi superbissime; ed io lungi dallo sgridarle, mi compiaccio d'incoraggiarle maggiormente, e di farle conoscere ed applaudire da chiunque ha gusto in queste materie.” Altre ne scrisse poi il Mazza sullo stesso soggetto, e nel 1793 chiesene con un'altra lettera il giudizio dell'amico Cesarotti: “Due Signori Bolognesi, han riprodotto alcune Odi mie sulla Musica fiancheggiate dall'autorità del vostro giudizio: ne riceverete un esemplare ec.” Tradusse egli ancora le odi di Pindaro in versi italiani, e lagnavasi col Cesarotti de' pochi lumi che si hanno della greca musica, da cui tanto dipender dovette il buon esito di quel poeta-musico. “Vivo mi punge il desiderio (scrive egli al medesimo) di ascoltar Pindaro ragionare tra noi. Ben mi fa pena lo sconosciuto musicale andamento della espressione e del numero, da cui risultava un precipuo vantaggio alle odi di quell'Immenso. Se i principj della musica greca fossero meno oscuri, sarebbe men duro l'indovinarlo. Ma io credo che vaneggiasse largamente Brazzuolo, e seco lui il Tartini, quando l'uno colle attitudini affannate della persona, e gli sfinimenti della voce, l'altro co' variati e insensibili ricercamenti del violino si adulavano di riuscirvi.”
Mazzanti (Ferdinando), rinomatissimo cantante di soprano, compositore di gusto e buon sonator di violino, dopo aver cantato con incredibili applausi su i primi teatri di Europa, andò a stabilirsi in Roma. Molti vi ha tuttora viventi in Palermo, che son testimoni dell'entusiasmo ch'egli vi produsse per la bellissima voce, per l'eccellente sua maniera di cantare, e di rappresentare con singolar espressione sulla scena, sicchè rapiva, e trasportava fuor di se i suoi ascoltanti. Il dott. Burney afferma di avere avuto occasione di applaudire a' suoi talenti, ed alle sue vaste cognizioni in diversi rami dell'arte, allorchè il vide in Roma nel 1770. Egli possedeva una considerevolissima biblioteca di libri impressi e manoscritti. La sua collezione di opere pratiche era per la più parte composta delle composizioni del Palestrina. Egli mostrò al dot. Burney un Trattato di musica che era già sul termine di compire. Compose in oltre la musica di più opere, mottetti, e trio, quartetti, quintetti, ed altri pezzi pel violino. Morì egli in Roma circa 1786.
Mazzocchi (l'Abbate) fu verso il 1779 in Italia l'inventore di un nuovo strumento di musica, consistente in una cassa di due piedi di lunghezza, e la cui larghezza è in proporzione di quella de' campanelli che contiene, essendo in arbitrio dell'artista il dare alla cassa come a' campanelli qualsivoglia posizione. Il suono si tira da questi per mezzo di un arco da violino, di cui il crine è impiastrato o con pece, o con trementina, o con cera, o con sapone. In tal maniera si ottengono non che de' suoni così dolci come quelli che se ne traggono colle dita sull'armonica, ma si fa render suono eziandio da' campanelli, che non ne darebbero del tutto sotto le dita. L'abb. Mazzocchi si è provato in oltre di sostituire alle campane di vetro altre campane di metallo, ed anche di legno, e quest'ultime, per quanto si assicura, rendono de' suoni poco diversi da quelli del flauto. Questo strumento può sonarsi con uno o due archetti. Lo stromento di musica fatto in Italia dall'Abate Mazzocchi, dice M. Chladni, mi fè concepire l'idea di servirmi d'un arco di violino, per esaminare le vibrazioni de' differenti corpi sonori. (Prefac. a l'Acoustiq.)
Mazzocchi (Domenico), maestro della scuola romana sulla prima metà del sec. 17, fu il primo a far uso del semituono enarmonico, e dei segni di crescere, diminuire, del piano, del forte nell'esecuzione della sua musica d'onde passarono ben presto nella musica di chiesa. “Raffinandosi l'arte nel procedere degli anni, nel sec. 17 apparve un genere nuovo: come esemplare in tal genere io eleggo fra tutti Domenico Mazzocchi: il suo stile è limpidissimo, i pensieri sono espressivi molto, e ben distinti. L'armonia è gratissima, e il movimento di ciascuna voce tanto comodo e decente, che il più delicato orecchio de' moderni non vi trova cosa da riprendere, anzi dirò meglio, da desiderare in due bellissime di lui operette stampate in Roma, l'una delle quali ha per soggetto un tratto di Poesie italiane, e l'altra diverse Poesie latine di Urbano VIII. L'ultima è una parafrasi poetica del cantico de' tre fanciulli composta a sei voci, così bene stabilita nel principio suo, e condotta poi con tale avvedimento, che se io avessi a mostrare altrui, in che consiste l'unità del disegno in un lavoro musicale, e come le varie parti di esso a formare un tutto unico e indivisibile si riducono, non crederei di potere usare altro esempio alcuno più opportuno, e più utile di questo.” Sacchi lett. al Conte Riccati.
Mehul (Stef. Arrigo), membro dell'Istituto nazionale, e professore di composizione nel Conservatorio di musica in Parigi, nacque a Givet nel 1763; apprese il contrappunto da Hauser professore allemanno, assai valente contrappuntista. Essendo venuto in Parigi all'età di 16 anni, fu dopo due anni presentato a Gluck, che degnossi iniziarlo nella parte filosofica e poetica dell'arte musicale. Sotto la direzione d'un sì sublime genio cominciò egli a scrivere per teatro, e sino al 1811 più di trenta drammi e serii e buffi aveva egli composto, e fatto eseguire in più teatri di Parigi. L'energia e l'eleganza caratterizzano la musica di M. Mehul. Nel rapporto all'Istituto per il gran premio di seconda classe alla musica delle opere comiche, ecco il giudizio che vien dato di quella di questo compositore: “M. Mehul particolarmente vi si è distinto per alcune composizioni di un talento non men pieghevole che brillante. Stratonice ed Euphrosine si accostano al sublime della tragedia, Ariodant nel 1790 è d'un tuono cavalleresco, e Joseph nel 1807 di un carattere religioso; l'Irato nel 1801 è un'opera buffa che per alcun tempo fu creduta una produzione italiana. Une folie nel 1802 è una commedia, che richiama alla memoria il genere vivace di Gretry.” (Rapport et Discussions etc. a Paris 1810). Vi sono in oltre di Mehul sonate di forte piano, e sei sinfonie impresse ed eseguite con successo nel Conservatorio. Egli ha pubblicati i due rapporti, che ha letto all'Istituto, il primo Sur l'état futur de la musique en France, e 'l secondo Sur les travaux des élèves du Conservatoire, qui sont pensionnaires à l'Académie des Beaux-Arts, à Rome.
Mei (Girol.), nobile fiorentino e letterato a' suoi tempi non ispregevole; di cui si è parlato all'artic. di Gio. de' Bardi (T. 1, p. 82), nel 1602 diè alla luce in Venezia un libro col titolo di Discorso sopra la musica antica e moderna, in 4.º ed un altro più considerevole De modis musicis inedito finora (V. Notiz. letter. dell'Accad. Fiorent.). Questi libri “quantunque abbondino di errori (dice a ragione l'Arteaga), rispetto alla musica antica a motivo, che gli autori greci appartenenti a siffatte materie non erano tanto illustrati in allora quanto lo sono al presente; pure sono molto pregevoli per quella età.” (Tom. 1, p. 225)
Meibomio (Marco), filologo, a cui si dee l'eccellente edizione greco-latina de' sette antichi autori di musica con sue annotazioni in 2 vol. in 4.º Amsterdam 1652; un'Epistola in oltre de scriptoribus variis musicis (nelle lettere di Gudio) e nel 1694 Vitruvio in fol., ove nelle sue note applicossi principalmente a spiegare i passaggi di quest'autore, che hanno rapporto alla musica: finalmente Plutarchi dialogus de musicâ cum vers. lat. et gallicâ. M. Fayolle colla sua usata inesattezza aggiunge a' travagli di Meibomio, intorno all'antica musica, l'edizione di Tolomeo e di Briennio con la sua versione latina e note: ma ciò è falsissimo, dovendosi questa all'inglese geometra Wallis in supplemento alla collezione di costui de' sette greci scrittori di musica. Meibomio era uno de' letterati della corte di Cristina regina di Svezia, e fu obbligato a lasciarla per l'occasione di quell'avventura con Bourdelot da noi riferita al costui articolo tom. 1, p. 149. Egli morì in un'età molto avanzata a Amsterdam nel 1710. In quanto al merito delle sue fatiche su gli scrittori antichi di musica, noi rapporteremo il giudizio che ne reca il dotto critico Requeno, come di colui il quale più profondamente che ciascun altro ha disaminata siffatta materia. “Kirkero, egli dice, lasciò la rinnovazione dell'arte de' Greci al vanaglorioso suo rivale Meibomio, e questi in fatti ne assunse intrepidamente l'impegno: se non che desso cominciò bene, seguitò male, e terminò peggio l'impresa. La prima cosa, ch'egli fece, fu la raccolta de' greci scrittori di musica; la seconda la traduzione in latino de' medesimi; la terza le annotazioni per ischiarimento dell'antica melodia; terminate le quali, cantò un Te Deum in ringraziamento all'Altissimo per averlo illuminato a segno di poter notare la musica di quell'inno all'usanza de' Greci; e per istordire gl'ignoranti, acciò non lo capissero, lo premise alla sua opera. Se però siamo obbligati al Meibomio di averci data una raccolta benchè incompleta de' greci armonici, non possiam dire altrettanto relativamente alla sua traduzione, in cui non si accorse di esser stati gli originali di Aristosseno, da cui tradusse, viziati e confusi di modo, che parte del primo libro si trova nel secondo, parte del secondo e del terzo nel primo; onde sono i lettori obbligati a brancolar nelle tenebre. Nel giudizio de' greci armonici noteremo altre mancanze di osservazione di questo traduttore. Ov'egli però mi fa pietà, è nelle aggiuntevi annotazioni: tutte s'impiegano in correzioni grammaticali, in citazioni erudite, ma inutili all'intelligenza dell'autore interpretato, in riprensioni frequenti degli altri interpreti; cose tutte da dissimularsi a chi ricalcava le orme de' grammatici del seicento. Quello però, che non si può perdonare a Meibomio, e per cui egli meriterebbe un'acre riprensione, si è l'aver esso aggiunti, levati, cambiati gli originali in molti luoghi sotto pretesto di renderli intelligibili, e di corregere gli errori de' copisti: le note musiche de' Greci sparse quà e là ne' diversi autografi soffrirono un totale rovesciamento. Orgoglioso grammatico! Dopo d'essersi millantato d'avere il primo dilucidate le note del canto greco, stampa lo sproposito di non avere servito le due righe di note prescritte in ogni verso da tutti i greci armonici, che per i principianti, essendo l'una di esse a suo parere superflua. Del rimanente Meibomio niente arreca di lume a' greci scrittori per agevolarci la loro intelligenza. Meibomio certamente è autore di mediocre talento, d'una sufficiente e mal digerita erudizione, e d'una grande alterigia.” (Prefaz. a' Saggi). Puossene leggere la confutazione, che dottamente fa di lui il Requeno nel 2.º tomo pag. 165-180, 337-351.
Meissonnier (Antonio), nacque in Marsiglia nel 1783. I suoi parenti lo destinavano al commercio, ma amante dell'indipendenza preferì di seguire la carriera musicale. In età di 16 anni partì per l'Italia, e dopo aver percorso tutto questo paese, venne in Napoli, e presentossi al famoso Interlandi, che degnossi di dargli de' consigli sì per la lira, che per la composizione. Egli fece sentirsi ben tosto in Napoli nelle più distinte compagnie. Il nostro principe di Butera, che amava le belle arti, con ispezialità la musica, e proteggeva gli artisti, fecegli comporre un'opera buffa la Donna corretta, che eseguita nel suo palazzo in Napoli fu moltissimo applaudita. Lasciò egli non per tanto quella città, e si stabilì in Parigi, ove ha pubblicato Méthode de lyre, e molti Capricci, Divertimenti ed Ariette italiane, da lui composte per quest'istromento.
Melanippe di Cuma, abilissimo non solo nel maneggio del flauto, ma della lira eziandio. Pausania fa di lui menzione (in Phocid.) e loda una composizione cantabile di questo maestro da esso con le tibie pronunziata in lode di Opi. Secondo Ferecrate citato da Plutarco (Dialog. de Music.), egli aumentò le corde negli strumenti, accrescendo quelle della lira fino al numero di dodici, mentre era prima di due tetracordi. Tale novità dispiacque allora ai severi Greci. I seguenti versi che mette in bocca Ferecrate alla musica: Melanippide fu d'ogni mio male — Prima cagion; m'indebolì costui, — Dodici corde sopra me ponendo, due cose provano, come osserva il Requeno: 1. che Melanippe sia stato il primo, che inventasse il sistema de' tre tetracordi; 2. che li suonasse a mano, il che è lo stesso che avere rivolta la lira in cetra; non distinguendosi questa da quella, che nel numero delle corde e nel suonarsi senza plettro. Sono più molli i suoni delle corde suonate con la mano, di quello che sieno quelli delle corde ferite col plettro. Questa mollezza dispiacque dunque sul principio a' Greci, i quali, avendo destinata la musica alla virile educazione, temettero, non si snervassero gli animi de' giovani con la blanda cetra. Melanippe impiegossi in educare giovani nell'arte musica: Filosseno fu suo discepolo (Saggi t. 1). Egli fiorì presso a quattro secoli innanzi G. C.
Melone (Annibale), dotto contrappuntista in Bologna circa 1550; si è reso utile alla storia della musica con la sua opera: Desiderio di Allemano Benelli, che è l'anagramma del suo vero nome. Si credette prima che Bottrigari ne fosse l'autore, e tanto più di verisimiglianza acquistò allora quest'opinione, in quanto costui in cambio di contradirla, fecene anzi pubblicare sotto il suo nome una seconda edizione. Oltre la confutazione di un certo Patricio, quest'opera in forma dialogistica, tratta principalmente de' concerti di musica, che cominciavano ad essere allora in voga presso le persone del primo rango, con ispezialità a Venezia e a Ferrara. Si resta sorpreso nel leggervi il prodigioso numero di musici, che il duca di Ferrara aveva allora al suo servigio, come eziandio la quantità e varietà d'instromenti che facevasi sentire ne' suoi concerti. Nel progresso dell'opera, l'autore analizza, a proporzione de' lumi di quel secolo eruditamente, i principj dell'antica musica de' Greci e della moderna, riguardando questa come a quella preferibile, secondo il pregiudizio di coloro che comparar pretendono le cose note alle incognite.
Menestrier (Claudio Francesco), gesuita che allo studio degli antichi seppe unir con profitto i viaggi, ch'egli fece per l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, e le Fiandre: morì in Parigi nel 1705. Tra le sue opere distinguonsi: 1. des Représentations en musique anciennes et modernes, Paris 1681, in 12º; 2. Des ballets anciens et modernes, 1682, in 12º.
Mengoli (Pietro), professore di Meccanica nel collegio de' nobili in Bologna, uomo distinto per la sodezza di sua dottrina, nel 1670 pubblicò colà Speculazioni di musica, in 4.º: si trova alla fine una tavola delle passioni, cui pretende l'autore, che ciascun modo, o ciascun tuono della musica di chiesa possa calmare. “Vi sono ancora molte cose, che io non ho potuto capire, dice M. de Boisgelou; per esempio, allorchè egli parla de' tuoni di musica rossi, neri, verdi ec.” Nel t. 8 delle Transaz. Filosofiche si trova un assai lungo estratto di quest'opera.
Mengozzi (Bernardo), nato in Firenze nel 1758, cantante pieno di gusto e pregevole compositore, era costantemente applaudito accanto de' Viganoni, de' Rovedino, de' Mondini. Nelle opere di Paesiello e di Cimarosa egli metteva alcuni pezzi di musica da lui composti, che figuravano non meno che quelli di que' celebri autori: tra questi sono principalmente da rimarcarsi un terzetto dell'Italiana in Londra, e la deliziosa aria Se m'abbandoni. Dopo il 1792 stabilitosi in Parigi pose in musica cinque opere buffe, e due comico-serie in quella lingua. Scelto per maestro di canto in una delle classi del Conservatorio formò molti buoni allievi. L'arte il perdette assai presto, essendo colà morto nel 1800 di 42 anni.
Mercadier de Belesta è autore di un'opera che ha per titolo, Nouveau Système de musique théorique et pratique, in 8º, Paris 1776. Secondo M. Chladni l'autore vi ha esposto molti oggetti intorno alla teoria numerica dei suoni, meglio che molti altri, ed ha ottimamente confutato alcune false asserzioni del Tartini sul fenomeno del terzo suono (V. Acoustiq. p. 15-254).
Mersenne (Marino), religioso minimo, cui la mordacità del Voltaire con ingiusto scherno chiama il minimissimo tra' minimi, diessi allo studio delle matematiche e della filosofia, e non lasciò di render loro de' gran servigj, per il commercio che tenne sempre co' più distinti uomini del suo secolo, di cui ne divenne il centro: a questo fine viaggiato aveva in Italia, in Germania e ne' Paesi-Bassi; il suo carattere dolce, pulito ed obbligante gli conciliò da per tutto degl'illustri amici. Tra le scienze egli si attaccò specialmente alle matematiche ed alla musica, e pubblicò molte opere in tutto o in parte relative a quest'ultima, come 1. Quæstiones in Genesim, dove a lungo tratta della musica e degli stromenti degli Ebrei, 2. Harmonie universelle contenant la théorie et la pratique de la musique, Paris 1636, 2 vol. in fog. con figure, opera oggidì assai rara, secondo M. Fournier (Dictionn. de Bibliograph. 1809), 3. Harmonicorum Libri XII de sonorum naturâ, causis et effectibus, Paris 1648, in fol., quest'è in parte una traduzione dell'opera precedente, che contiene molti pezzi, che non trovansi nell'originale. L'A. vi tratta di tutte le parti teoriche dell'arte, giusta le idee che a suo tempo avevasene in Francia, e nella quale dà una meschina idea della sua propria istruzione, e dello stato dell'arte in quell'epoca nella Francia. Quest'opera ebbe quivi gran corso, che essa dovette alla singolarità piuttosto che al merito. 4. Les préludes de l'Harmonie universelle, è una rapsodia, ove più si tratta di Astrologia giudiziaria che di musica. 5. Cogitata physico-mathematica de Musicâ theoreticâ et practicâ, in 4.º 1644. Mersenne giunse a conoscere la coesistenza de' suoni acuti col suono fondamentale di una corda, ma non l'ha spiegata bene (V. Chladni, Acoust. p. 250). Egli aveva il talento di dir poco in molte parole, e non mostra gran giudizio ne' suoi scritti. Morì in Parigi nel 1648 d'anni 60, tornando dalla casa del suo intimo amico Descartes, ove aveva bevuta molt'acqua fredda per dissetarsi.
Merula (Cavalier Tarquinio), uno de' più profondi contrappuntisti del sec. 17, e 'l più grave compositore per la musica di chiesa, non lasciò tutta volta di scrivere delle bambocciate musiche, e fu anche in questo genere il primo. “Immaginò una fuga di ragazzi che recitano, senza saperlo ben a mente, e declinano il pronome qui quæ quod. Gl'imbrogli, le confusioni, le sconcordanze, e i scerpelloni, che pigliano que' poveri ignorantelli, e il pedagogo che li sgrida, formavano il soggetto di questo componimento, e facevano smascellare delle risa cantori, ed uditorio. L'esito felice di questa prima prova diè coraggio al Merula di comporne una consimile sul hic hæc et hoc, che non riuscì men saporita.” (Carpani lett. 7). Nelle sue opere stampate in 10 vol. in Venezia nel 1635 si trova un duetto intitolato sopra la ciacona, detto così per imitar forse il canto limitato e monotono de' ciechi, d'onde è derivato il nome di ciacona, in francese chaccone. La cantilena è sopra un basso ristretto di 5 battute, che continua sempre a ripetersi mentre quella va cambiando. Ghiribizzi di que' tempi senza gusto (V. Encycl. méthod. p. 222).
Metastasio (Abb. Pietro) nacque in Roma l'anno 1698, all'età di 10 anni ebbe la fortuna di tirare a se, cantando per le strade con grazia, e con espressione alcuni versi da lui composti, l'attenzione dell'ab. Gravina celebre giureconsulto e letterato di prima riga: costui lo adottò in suo figlio, e gli diè un'educazione degna de' suoi talenti, ma contro al suo gusto lo destinò al foro, e non fu se non dopo la di lui morte che con maggiore trasporto tornò egli alle Muse. Nel 1729, egli fu nominato poeta laureato dell'imperial corte di Carlo VI amatore intendentissimo di musica, e che sosteneva con magnificenza il suo teatro lirico. Metastasio fissò la sua dimora in Vienna dall'età di un poco più di 30 anni sino alla sua morte. Egli aveva studiato a fondo anche la musica: e contribuì moltissimo co' suoi consigli a formar de' grand'uomini per la composizione, e a dare un nuovo aspetto a quest'arte. Haydn, Jommelli, il Sassone e più altri confessarono di aver più profittato della conversazione di questo grand'uomo, che dello studio e delle lezioni de' loro maestri. La musica è assolutamente debitrice della massima perfezione, a cui è giunta in quest'ultimi tempi, ai drammi dell'immortal Metastasio. Egli, dice l' ab. Andres, “ha avuta la malizia poetica e musicale di schivare tutte le parole meno acconcie pel canto, di studiare una felice combinazione di sillabe per la soavità ed armonia de' tuoni, di variare adattamente i metri nelle arie, di applicare dappertutto quella cadenza, quei salti, quei riposi, quegli accenti, che più lirica e cantabile rendono la poesia. I suoi versi sono di una tale fluidità, sonorità ed armonia, che sembra non si posson leggere che cantando. La rapidità del recitativo dà maggiore forza alle cose che vi si dicono, e maggiore fuoco e calore all'azione, e serve insieme di grande ajuto e facilità per il canto. La sua penna sembra intinta nel latte di Venere. Il Dio d'Amore se volesse discendere a parlare cogli uomini, non si servirebbe, no, d'altra lingua, che di quella del suo vate l'immortale Metastasio.” Egli ha posti i compositori di musica in quello stato che richiede Orazio nel Poeta per comporre di gusto. “Se i tuoi occhi si riempion di lacrime, dice a' giovani compositori il Rousseau, se tu senti palpitare il tuo cuore, se l'espressione ti soffoca ne' tuoi trasporti, prendi Metastasio e fatica, il suo Genio accenderà il tuo, tu a suo esempio diverrai creatore.” (Dictionn. art. Génie). Metastasio manteneva un commercio di lettere con Farinelli, Hasse, Diodati, Martini e con Sav. Mattei, nelle quali trovansi delle riflessioni sulla maniera di disporre la musica de' suoi drammi, di prepararne gli affetti, sulla buona scuola del canto, sugli abusi e la maniera di evitarli, sulla musica degli antichi comparata con quella de' moderni, ed altri soggetti relativi all'arte, che possono leggersi con profitto da' poeti e da' musici (V. Opere Postume del Metastasio, 3 vol. in 8vo 1796). Vi sono in oltre di lui due Lettere o piuttosto Dissertazioni sulla musica dirette da Vienna a Loudun nel 1765 al Caval. de Chastellux. Tratta ancora dottissimamente dell'antica musica de' Greci nel suo Estratto della poetica di Aristotele (v. cap. 1-4-26). Metastasio finalmente è anche autore di musica pratica. Vi ha di lui impressa in Vienna la musica di alcune Canzoni, d'Arie sciolte, e coro con sinfonia, e manoscritta a due la cel. palinodia Grazie agl'inganni tuoi. In una sua lettera del 1750 alla principessa di Belmonte, parla egli stesso della musica da lui composta sopra la partenza di Nice. “Sa già V. E. ch'io non so scriver cosa, che abbia ad esser cantata senza (o bene o male) immaginarne la musica. Questa che le trasmetto è musica per verità semplicissima, ma pure quando si voglia cantare con quella tenera espressione, ch'io ci suppongo, vi si troverà tutto quello, che bisogna per secondar le parole.” Malgrado le sue frequenti malattie egli giunse agli anni 84 di età, e morì in Vienna li dì 12 aprile del 1782. Tra' suoi biografi il migliore per lo stile, per l'esattezza delle notizie e per le riflessioni saggie sulla poesia e la musica con cui le accompagna, vien riputato Giov. Adamo Hiller, direttore e professore di musica in Lipsia, dove pubblicò questa vita nel 1786.
Meude-Monpas, letterato ed amatore di musica in Parigi, fece quivi imprimere verso il 1786, sei concerti pel violino a 9, da lui composti. Egli avrebbe dovuto non passar oltre, ma pensò di pubblicare ancora un'opera didattica col titolo di Dictionnaire de musique, piena da capo a fondo di errori, per cui meritò giustamente una severa critica di M. Framery nel num. 26 del Mercurio del 1788. Costui lo accusa, non ostante che si dica egli stesso partigiano della bella semplicità, di molte incoerenze, di espressioni ricercate, strane e fantastiche, oltre a più trivialità e difetti di lingua.
Meusel (Giov. Giorgio), dottore di filosofia, e professore di storia a Erlang, pubblicò un'opera in 8vo col titolo: Teutsches ec., ossia Dizionario degli Artisti allemanni, o Catalogo di tutti gl'Artisti viventi: la seconda edizione accresciuta è del 1787. In essa trovansi molte interessanti memorie su i principali musici della Germania. In un'altra sua opera intitolata Miscellanee per rapporto alle Arti, dal 1779 sino al 1786, si trovano delle biografie di molti musici, come ancora nel suo Museo per gli artisti ed amatori delle arti, a Manheim 1787.
Mezieres (M. de), è l'autore di un'opera col titolo: Effets de l'air sur le corps humain, considérés dans le son, ou de la nature du chant, 1760 in 12º. Questo libro non risponde in nulla al suo titolo, e non contiene che delle viste superficiali e false. (V. Journal des Savans).
Michaelis, dotto musico a Osnabruck, di cui nella gazzetta filarmonica di Lipsia 1805, n. 8 si trova l'eccellente trattato: Über frühe, ec. cioè Sulla prima formazione in musica, che vien molto commendato dal d.^{r} Lichtenthal (pag. 66).
Midia era maestro di musica in Atene quattro secoli innanzi G. C. Di lui ci narra il famoso oratore Demostene, che essendo egli incaricato dalla sua tribù di mandare a' giuochi pubblici, coll'occasione d'un premio proposto, i giovani più abili nel canto, scelto aveva Midia per perfezionarli nell'armonia. Era però costui un occulto nemico di Demostene, senza che questi, non ostante la sua penetrazione, se ne fosse mai accorto: egli invece di disporre i giovani pel concorso, e così aspirare al premio, trascurava la loro educazione per fare scomparire il suo rivale, e fargli incorrere la indegnazione della tribù. Ma avvertito Demostene del pravo suo animo, cacciò Midia da quella scuola, e sostituì a lui il bravo Telefano, come diremo nel suo articolo.
Milizia (Francesco) diè per la prima volta al pubblico nel 1771, in Roma il suo Trattato completo, formale, e materiale del teatro i di cui esemplari furono tutti ritirati per ordine del maestro del Sacro Palazzo, e passati in potere del Sig. Odescalchi, mecenate del libro a condizione di non fargli vedere più luce. L'autore dopo avervi corretto varj passi, e fattevi alcune aggiunte lo pubblicò in Venezia nel 1794, in 4.º. Egli impiega quattro ben lunghi capitoli sulla Musica dal quinto sino all'ottavo del suo libro. Fa dapprima la storia dell'opera in musica rinnovata in Italia sul cominciare del sec. 17. Tratta quindi dell'argomento di dramma in musica, e non trascura di fare il dovuto elogio al gran Metastasio, i di cui drammi, egli dice, sono le vere regole dello stile lirico, e che egli sarebbe in tutto un legislatore perfetto, se vi avesse sparso meno amore, e se avesse goduto più di libertà in condurre e snodare i soggetti tragici. Il cap. 7 tratta della musica, della sua origine, dell'influenza che ella ha grandissima sul fisico e sul morale dell'uomo: della sua essenza. Dopo queste preliminari nozioni della musica in generale, ne considera l'applicazione alle varie parti del Dramma: e nel cap. 8 tratta finalmente degli Attori. Noi rapporteremo alcune riflessioni dell'A. sullo stato dell'attuale dicadimento della musica teatrale. “Dacchè la nostra musica, egli dice, ha scosso il giogo della poesia, non è più imitativa, nulla più esprime, e niun effetto più produce. È divenuta una raccolta di pensieri, eccellenti bensì, ma senza connessione, senza significato, e senza convenienza, appunto come gli arabeschi vaticani di Raffaello tanto pregiati e tanto irregolari. La musica la meglio calcolata in tutti i suoi tuoni, la più geometrica ne' suoi accordi, se non ha alcuna significazione, sarà come un prisma, che presenta i più bei colori, e non fa quadro: divertirà l'orecchie, ed annojerà sicuramente lo spirito... Bisogna o che il Poeta sia Compositore o che il Compositore sia Poeta; e non riunendosi insieme questi due rari talenti abbia almeno il Compositore la docile discretezza d'intendersela col Poeta, e di persuadersi una volta per sempre, che la musica è un'espressione più forte, più viva, più calda de' concetti e degli affetti dell'animo espressi dalla Poesia..... Un altro gran male dell'odierna musica italiana è nel troppo. Questo troppo ha cagionato ornati, ritagli, tritumi, bizzarrie, che hanno fatto perdere di vista l'oggetto principale della musica, il quale consiste in esprimere nella maniera più naturale e più semplice i sentimenti della poesia, affinchè ne sia il cuore più vivamente toccato. La bella semplicità può sola imitare la natura... L'altro malanno è quello d'una novità continua. Quella musica che piaceva venti anni addietro, ora più non si soffre. Fosse anche Apollo il compositore d'un'Opera, fatta ch'ella è una volta in un teatro, Dio vi guardi che vi ritorni la seconda nemmeno in capo a trent'anni. Questo è uno de' più grandi motivi, per cui essa musica è divenuta come una moda passeggiera, piena di arzigogoli, e di capricci; e viene tacciata, che sia caduta oggidì, come l'architettura nel Borrominesco, cioè che per desiderio di sorprendere colla novità abbia smarrito il dritto sentiero d'imitare la bella natura, per piacere e giovare.” L'ultima che rapporteremo delle riflessioni di questo scrittore filosofo è sulla bizzarria nuovamente introdotta di sostituire al recitativo musicale (invenzione che fece tanto onore a' nostri antichi musici) la declamazione parlante. “Eseguire il recitativo, dice il N. A., nella maniera consueta (cioè cantando e trillando), è un sonnifero; parlarlo semplicemente, no, un'Opera ora parlata, ora cantata, farebbe una discrepanza come tra gelo e fiamma.” Sarebbe desiderabile che i Compositori ed il pubblico per correggersi de' moderni sviamenti e rientrare nel buon cammino, seguissero i saggi consigli, e le vedute veramente filosofiche di questo autore.
Millico (Giuseppe), nato in Milano verso il 1739 è stato riguardato come uno de' migliori cantanti da teatro sulla fine del p. p. secolo per la sua maniera nobile insieme e piena di espressione e di sensibilità. A siffatte qualità dovette egli l'onore di essere scelto da Gluck, allorchè era in Vienna nel 1772, per insegnare alla sua nipote l'arte del canto, e sotto la di lui direzione divenne ella in pochissimo tempo oggetto dell'ammirazione di tutta la città. Da Vienna Millico fu a cantare in Londra nel 1774, e tornò alla sua patria come musico di camera del nostro sovrano Ferdinando III, nel 1780. Si dice che riunendo i suoi straordinari talenti all'astuzia e all'ambizione di cortigiano, egli perseguitava Marchesi e gli altri virtuosi esteri, che trascuravano di andare in cerca della sua protezione. Egli viveva ancora sino al 1790.
Millin (Albino-Luigi), membro dell'Istituto nazionale, e noto abbastanza per un gran numero di opere sulle arti e l'antichità. Egli sin dal 1795, ha la cura di compilare una collezione periodica assai preziosa per la storia delle scienze e delle lettere, intitolata le Magasin Encyclopédique, dove molti interessanti opuscoli si trovano relativi alla musica, e di M. Millin e d'altri autori (V. i num. di maggio e di agosto 1810). Egli è anche autore di un Dictionnaire des Beaux-Arts, in 3 vol. in 8vo 1806: ove si trovano molti articoli assai pregevoli sulla musica e sugli stromenti, che per lo più sono tradotti dalla teoria generale delle belle arti di Sulzer.
Minermo musico-poeta greco, di cui Ateneo (lib. 13) parla con somma lode. Inventò egli nelle tibie le diesis quadruntali per cantare il molle pentametro, dulces, reperit sonos, et mollis pentametri cantum. Properzio nella 9ª elegia del 1.º lib. lo fa superiore ad Omero ne' versi amatori. Da questo poeta e da Orazio si conchiude, che le composizioni di Minermo duravano ancora nel secolo di Augusto con gran credito; e Camaleone presso Ateneo (lib. 14) afferma, che i Greci eran soliti a cantare i versi di Minermo non men che quelli di Omero, di Esiodo, di Archiloco, e di Focilide. In un suo Poema egli introdusse il primo le nove muse celesti anteriori a Giove: invenzione, di cui Pausania (Beot.) fece gran conto, e di cui tanto parlarono i grammatici del cinque cento. Frequentando Minermo, benchè già vecchio, le allegre adunanze, e' conviti de' grandi, abbandonò la severità del costume propria allora sempre de' musici; e nella più inoltrata età fu colpito dall'amore della cantatrice Nano. Il povero vecchio sentendosi ringiovenire, acceso d'insolito fuoco ravvivò l'ardore pel canto, e compose e notò in vaga musica canzoni piene di quelle delicatezze, di cui abbondano i feriti cuori. Ma divenuto l'oggetto de' scherzi di spiritosi giovani disingannossi della sua sognata felicità, e diessi a comporre della musica sopra più serj soggetti; così Stobeo cita di lui un'egloga, il di cui argomento era non doversi in modo alcuno collocar negli amori la felicità dell'uomo; trovandosi nelle vicende di questa passione più tormento che piacere. Secondo Laerzio (in vitâ Solon.) fu egli contemporaneo di Solone, visse cioè sei secoli innanzi l'era comune (V. Requeno tom. 1).
Mingotti (Regina) nacque in Napoli circa 1726, da un padre uffiziale al servigio dell'Austria, che bambina di pochi mesi seco la condusse a Gratz nella Silesia; alla di lui morte un suo zio la mise in un Convento di Orsoline, dove apprese la musica: a 14 anni di sua età ella tornò in casa di sua madre, e la sua bella voce e la grand'arte con cui la regolava, fecele al mondo la più brillante fortuna. Sposò pochi anni dopo il Sig. Mingotti veneziano, impresario del teatro a Dresda: Porpora, che era allora al servizio del re, la produsse come una giovane delle più belle speranze, e per la sua raccomandazione le si offrì di cantare in quel teatro insieme con la cel. Faustina moglie del Sassone. Gli applausi e la riputazione, che quivi acquistossi pe' suoi talenti, la resero celebre anche fuori, e al di là delle Alpi. Essa fu invitata in Napoli a cantare sul gran teatro di S. Carlo nel 1750, e passando per Vienna ottenne dal Metastasio una commendatizia alla Principessa di Belmonte: egli la chiama nella sua lettera, uno dei più distinti ornamenti della schiera canora di Dresda. Ella si era applicata con tanto zelo allo studio della lingua italiana, che allorquando cantò per la prima volta la parte di Aristea nell'Olimpiade del Galuppi, sorprese gl'Italiani sì per la purezza della pronunzia, come per il suo canto melodioso, e la sua maniera espressiva e naturale. I teatri di tutte le grandi città della Germania, della Francia, dell'Inghilterra e dell'Italia risuonarono degli applausi dovuti alla sua arte. Nel 1763 ella ritirossi a Monaco nella Baviera, dove godeva della stima generale della corte e della città. Burney la sentì colà nel 1772, ella conservava ancora tutta la bellezza della sua voce, e ragionava sulla musica con molta profondità e giudizio: cantò dinanzi a lui per quattro ore intiere, accompagnandosi ella medesima sul forte piano. La sua conversazione era gaja e piacevole, parlava il tedesco, il francese e l'italiano con tanta perfezione, che riusciva difficile il distinguere qual fosse il suo patrio idioma. Nella galleria di Dresda vedesi il di lei ritratto dipinto da Rosalba a pastello ad essa rassomigliante mentr'era giovane (V. Burney's Travels, tom. II, p 111).
Minoja (Ambrogio), uno de' più celebri maestri d'Italia d'oggi giorno, e membro onorario del conservatorio di Milano, nacque a Lodi nel 1752. All'età di 14 anni cominciò per suo diporto a coltivare la musica, e la professò meno per necessità che per gusto. Fece il suo corso di studj in Napoli sotto la direzione di Sala; e tornato alla sua patria, fu il successore del cel. Lampugnani, come primo maestro di cembalo al teatro della Scala in Milano. Egli compose allora alcuni pezzi di musica strumentale, sei quartetti col titolo di Divertimenti della Campagna, e due opere serie, una pel teatro di Argentina in Roma, mentre colà soggiornava, e l'altra per quello della Scala, in Milano, ove al suo ritorno fu scelto maestro di cappella dei Padri della Scala, e diessi interamente alla musica di chiesa. Poco tempo dopo, l'armate francesi occupato avendo l'Italia, riportò egli il premio d'una medaglia d'oro del valore di 100 Zecchini, per una marcia e una sinfonia funebre in onore del gen. Hoche; scrisse ancora due messe di Requiem che si conservano negli archivj del governo: un Veni creator e un Te Deum, che fu eseguito nella cattedrale di Milano da un'orchestra di 250 musici. Egli ha fatta la musica di molti Salmi a più voci, con accompagnamento di pochi stromenti, in cui la scienza nulla pregiudica all'espressione ed al gusto. Minoja in oltre è autore di alcune Lettere sul canto, Milano 1813. L'opera è divisa in tre parti. Tratta la prima dello scopo del canto, quale, secondo lui, consiste in commovere, ed istruire gli uditori per mezzo dell'espressione. Nella seconda s'occupa egli del gusto che ha regnato nella musica vocale ad epoche differenti del secolo passato. Nella terza finalmente i principali ed i più proprj mezzi vengono esposti, atti a formare il canto, come l'intuonazione, il solfeggio, le grazie, la pronunziazione, e la qualità del tuono (V. Giorn. Italico, Londra dicembre 1813).
Mirabeau (Gabr. Riquetti, conte de). A questo grand'oratore vien'attribuito un opuscolo di 95 pagine relativo alla musica: Le Lecteur y mettra le titre, Londra 1777, in 8vo (Veggasi Dictionaire des anonymes de M. Barbier, t. num. 34, 27). Questo scritto è pieno di eccellenti viste sulla musica stromentale, e contiene l'analisi ragionata di una gran sinfonia di Raimondi col programma di Avventure di Telemaco eseguita in Amsterdam li 15 gennaro del 1777.
Mirabella (Vincenzo), nobile siracusano, dell'Accademie di Roma e di Napoli, assai dotto nelle belle lettere e nella musica, morì in Modica nel 1624. Molti de' suoi scritti sulla musica trovansi impressi in Palermo nel 1603; come nel 1606, il primo libro de' suoi madrigali.
Misliwechek (Giuseppe), detto il Boemo in Italia, era nato in un villaggio vicino a Praga, ove secondo l'uso delle scuole di campagna nella Boemia ebbe le prime lezioni di musica. Questa prima istruzione svegliò i suoi talenti e 'l suo amore per la medesima, cosichè immediatamente dopo la morte di suo padre portossi in Praga, per prendervi le lezioni del cel. Segert, che quivi allora dimorava. Egli si applicò a questo studio con tanto zelo e successo, che poco dopo compose sei sinfonie che furono generalmente applaudite. Animato da questo primo buon incontro, nel 1763 partì per Venezia, e vi studiò il contrappunto sotto il maestro Pescetti: quindi si rese a Parma, ove scrisse la sua prima opera, che piacque talmente che fu chiamato in Napoli. Il Bellerofonte, ch'egli vi scrisse per il giorno natalizio del re Ferdinando, lo rese così celebre, che per un intero decennio compose nove opere per quel teatro; tra le quali si distingue l'Olimpiade da lui scritta nel 1778, principalmente per l'aria Se cerca, se dice, che vien riguardata universalmente come un capo d'opera. A Venezia, a Pavia, a Monaco ebbe del pari una favorevole accoglienza. Ma la fortuna cominciò a voltargli le spalle nel 1780, allorchè diede in Milano la sua Armida che spiacque al segno, che dovette cambiarsi la musica sin dalla prima rappresentazione, nè altro si ritenne della sua che un'aria di bravura cantata dal Marchesini. Andò quindi in Roma, ed incontrò anche peggio nell'opera che vi scrisse: egli morì quivi nell'estrema miseria a' dì 4 febrajo del 1782 di 45 anni. In Italia aveva scritto oltre a 30 opere, molti oratorj, sinfonie e concerti. Dodici delle sue overture sono state impresse in Germania. Nelle biografie degli uomini celebri della Boemia e della Moravia si trova il suo ritratto.
Mitzler de Kolof (Lor. Cristiano), fece i suoi studj nel ginnasio di Anspach, e sin da fanciullo apprese i principj della musica e 'l canto sotto Ehrman. Dopo il 1734 consacrossi alle scienze nell'università di Lipsia, e due anni dopo vi diè un corso pubblico di matematiche, di filosofia, e di musica. La lettura degli scritti di Mattheson, l'assidua sua frequenza al concerto musicale di Lipsia, ma soprattutto la conversazione del gran Bach, formato avendo il suo gusto, egli volle innalzar la sua arte alla dignità d'una scienza mattematica. Nel 1734, pubblicò a tal disegno la sua dissertazione Quod musica scientia sit. Nel 1738, co' soccorsi del conte Lucchesini, e del maestro di cappella Bümler, stabilì una società corrispondente di scienze musicali, di cui fu nominato secretario: tutte le memorie dovevano indirizzarsi a lui. Il catalogo de' membri di questa società, e i di lei statuti trovansi nella Biblioteca di musica. Il primario scopo della sua biblioteca era la teoria musicale. Nel 1740, egli avventurò alcuni saggi d'odi da lui composte, la di cui mediocrità mosse le risa di tutti. In uno scritto di quel tempo per via di smodati encomj si misero in ischerno le sue composizioni musico-matematiche, ed egli ebbe tuttavia la debolezza di crederli sinceri, e di rispondere a quelle finte lodi con ringraziamenti nella sua Biblioteca. Finì costui i suoi giorni in Varsavia col titolo di matematico della corte di Polonia, nel 1778. Le sue opere di teoria musicale sono: Dissertatio quod musica scientia sit, et pars eruditionis philosophicæ, Lipsiæ 1734 in 4º. Biblioteca di musica, in tedesco, o notizie esatte ed analisi imparziali di libri e scritti sulla musica, 3. vol., in 4º 1738-1754. Gli elementi del basso continuo, trattati secondo il metodo matematico, e spiegati per mezzo di una macchina, inventata a tale effetto, Lipsia 1739 in 8vo. Lo speculatore in musica, che scuopre amichevolmente i difetti de' musici ec. Questa specie di Giornale comparve nel 1748, in 8vo. Alla fine del medesimo aggiunse egli la traduzione dall'Italiano dell'Avviso a' compositori ed ai cantanti di Riva, residente del duca di Modena in Londra. E la Traduzione dal latino del Gradus ad parnassum di Fux, con note, Lipsia 1742, in 4º.
Mojon (Giuseppe), dottore in medicina, membro dell'Istituto nazionale ligure, e professore di chimica nell'università di Genova; delle molte opere ch'egli ha dato alla luce non faremo menzione che di quella, cui diè il titolo di Memoria sull'utilità della musica, sì nello stato di salute, come in quello di malattia, Genova 1802. Il D. Muggetti, medico-chirurgo di Pavia, e membro corrispondente della società medica d'emulazione, e della galvanica di Parigi, ne ha pubblicata una traduzione francese, Parigi 1803, in 8vo con alcune sue annotazioni. Nella sua prefazione egli dice di avere intrapresa l'intera traduzione di quella Memoria, non essendo, suscettibile di estratto, a motivo dell'estrema sua concisione, che non permette di toglierne una sola parola; Io desidero che la mia fatica, le osservazioni e riflessioni dell'autore render possano più comune l'impiego della musica a preferenza delle droghe, a cui spesso ripugna la natura, e che il più delle volte ancora sono di notabil danno in certe malattie nervose, e soprattutto nell'ipocondria e in diverse altre specie di delirio; se questa massima fosse stata ben ponderata da' medici, il filosofo di Ginevra non avrebbe contro di loro avanzato quel sarcasmo, dicendo: Io non sò di quai mali ci guariscono; anzichè ce ne regalano dei più funesti ancora, la pusillanimità, la lassezza, la credulità, il terror della morte; se guariscono il corpo, essi uccidono il coraggio.
Molineux (d.^{r} Tommaso), inglese, di cui vi ha nelle Transazioni filosofiche del 1702, num. 283, a Letter etc., cioè Lettera al Rev. Saint-George, Vescovo di Clogher in Irlanda, sopra alcuni dubbj intorno l'antica lira de' Greci e de' Romani, colla spiegazione d'un passo oscuro di un'ode di Orazio.
Momigny (Girol. Gius. de), nato a Philippeville nel 1776, apprese sin da fanciullo la musica, e i suoi progressi furono sì rapidi che di nove anni egli improvvisava. Non lasciò frattanto di applicarsi alle scienze, e venne a stabilirsi in Parigi nel 1800, dove compose la musica di due opere, di alcune cantate, quartetti, sonate per forte-piano ec. La sua opera principale è Cours complet d'harmonie, et de composition, in 3 vol. in 8vo. Il suo corso è una nuova e compita teoria della musica, fondata in parte sul sistema di Ballière, sviluppato da Jamard, e sopra alcune vedute dell'ab. Feytou, come può vedersi all'artic. Cromatique (t. 1 de la musique dans l'Encyclop. méthod.). Le altre scoperte sparse in quel corso appartengono interamente a M. de Momigny. Sono esse diametralmente opposte alle idee ricevute, benchè non sian meno ingegnose, sovra tutto ne' capitoli sulla misura e il ritmo. Nel 1802 egli avea pubblicato il primo anno delle sue lezioni di forte-piano, che ha avuto buon incontro.
Monopoli (Giacomo), il cui vero nome di famiglia era Insanguine, veniva detto Monopoli, perchè nato in questa città nel regno di Napoli. La sua musica per teatro ebbe al suo tempo gran successo; egli scrisse la musica di Calipso nel 1782 e quella del salmo 71, in versi lirici di Sav. Mattei nel 1775. Rammentiamo solo quest'ultime sue composizioni per dare a conoscere l'epoca in cui egli fioriva, non avendo intorno a lui altre memorie.
Monsigny (Pier-Alessandro), a cui i francesi attribuiscono la rivoluzione musicale del loro teatro, avvicinando vieppiù la loro musica a quella degl'italiani; per il che gli danno il nome di Sacchini della Francia. Tutta la sua musica, essi dicono, è d'istinto, tutti i suoi canti tuttora si ritengono, e vien riconosciuto generalmente da tutti, che egli ha portato al supremo grado il patetico e 'l canto di espressione. In un Rapporto della Classe delle Belle-arti del 1810, Monsigny viene annoverato tra' gran maestri, che hanno dato al teatro delle eccellenti opere in tutti i generi (pag. 55). “La sensibilità di questo compositore (scriveva nel 1811, M. Fayolle), bisogna che sia stata molto viva, perchè conservato ne abbia così gran dose all'età di 82 anni. Non ha guari, spiegandoci egli la maniera con la quale aveva voluto dipingere nel suo dramma le Déserteur, la situazione d'Aloisa, allorchè riviene gradatamente dal suo deliquio, e che le sue parole singhiozzanti sono interrotte d'alcuni pezzi strumentali; egli proruppe in un largo pianto, e cadde egli stesso nello sfinimento che dipingeva della più espressiva maniera.”
Monteclair (Michele), imparò la musica e 'l gusto per quest'arte sotto Moreau, ottimo maestro di cappella in quel tempo, e l'esercitò in Parigi con buon successo, ove morì nel 1737. Tra le altre sue composizioni vi ha il Gefte, che fu il primo Oratorio che si sia fatto sul teatro di Parigi nel 1732. Vi ha in oltre di lui Méthode pour apprendre la musique in 8º, che vien tenuto in qualche pregio.
Monteverde (Claudio), da Cremona, fu uno de' più gran musici del suo tempo, e uno dei fondatori della scuola di Lombardia. Egli studiò la composizione sotto M. Antonio Ingegneri, maestro di cappella del duca di Mantova, nella di cui corte si era acquistato già molta stima come violinista. Mal contento delle regole e della pratica de' suoi predecessori, avventurò de' nuovi metodi; osò il primo di usare la quinta diminuita, come consonanza: introdusse le dissonanze doppie con preparazione, e provossi di praticare in nuove maniere le dissonanze di passaggio. Benchè si sia egli ingannato in alcuni punti, come chiaramente glie lo provò Artusi, può dirsi tuttavia certamente, che di tutti i maestri egli è il primo a cui la tonalità e la moderna armonia abbiano le maggiori obbligazioni. “Egli è indubitato, dice il Carpani, che le dissonanze sono come il chiaro-scuro nella pittura. Col mezzo dell'opposizione e del confronto danno esse più risalto ed effetto all'accordo vero, ne accrescono il desiderio, e svegliano così l'attenzione, operando a guisa degli stimolanti che si danno agli obesi e sonnacchiosi. Quel momento d'inquietudine che producono in noi, si trasforma in piacere vivissimo allorchè sentiamo poi l'accordo, quale l'orecchio nostro non cessava di travederlo e desiderarlo. Non è a dire perciò quanto vantaggio recassero alla musica, coll'introdurvi le dissonanze, lo Scarlatti, e molto prima di lui il Monteverde, scopritor primo di questa miniera di bellezze” (let. 3). Monteverde discolpossi intanto delle critiche, che se gli erano fatte, e rispose con alcune lettere stampate in fronte alle sue opere. Le bellezze della sua musica attirarono in suo favore il pubblico, e la più parte degli amatori. I suoi pretesi errori modificati cominciarono ad operare la gran rivoluzione musicale in Italia, e furono generalmente adottati. L'arte alleviata e disciolta da una quantità di severe regole, e dal giogo della pedanteria, fece de' nuovi progressi, ed aprì nuova via a tanti uomini celebri, che son venuti di poi. In ricompensa de' suoi talenti e degli importanti servigj resi all'arte, Monteverde divenne maestro di cappella di S. Marco in Venezia, posto occupato mai sempre da' più grandi uomini. Egli quivi morì in età molto avanzata nel 1651. Le sue composizioni per teatro e per chiesa, parte impresse in Venezia e parte manoscritte, si conservano ancora in diverse biblioteche.
Montù (M.), piemontese, dottissimo nella meccanica e nella teoria della musica, morto immaturamente in Parigi nello scorso anno 1814. Egli è autore di un'opera intitolata Numerazione armonica per ispiegare le leggi dell'armonia: ed è inventore inoltre di due instromenti di musica, detto l'uno Sfera-armonica, e Sonometro l'altro. Può leggersene la descrizione nel libro intitolato Archives des découvertes etc. Paris 1809, al num. 14. “Questi due instromenti, ivi si dice, sono stati inventati da M. Montù, per dare una dimostrazione matematica de' principj dell'armonia, ignoti o combattuti sinora. Quest'instromenti e i loro accessorj sono d'una perfezione preziosa e rara. I Sig. Prony, Charles, Gossec e Martini, ne hanno fatto un rapporto al ministro, in cui dichiarano che i suddetti stromenti possono utilmente servire a far delle sperienze interessanti sulle proporzioni musicali, relative ai sistemi degli antichi, non che a quei de' moderni. Il governo li ha comprati, e li ha fatti deporre nel Conservatorio di musica.” (pag. 372). Le invenzioni di Montù formano la maraviglia de' Francesi, e l'orgoglio dell'Italia.
Montucla (Giov. Franc. de), membro della R. Accademia delle scienze di Berlino, pubblicò nel 1758 in Parigi un'opera in 2 vol. in 4º, intitolata: Histoire des mathématiques, nella quale dalla pag. 122-136, si trova in ristretto la Storia della musica greca. Egli dà un'esposizione assai superficiale e molto imperfetta del sistema acustico de' Greci, comechè avesse dovuto farne l'oggetto essenziale del suo argomento. Poteva dispensarsi piuttosto dal trattarvi la questione della tonalità della greca musica, non avendo un rapporto necessario al suo oggetto. Montucla morì a Versailles nel 1799; egli aveva preparata una seconda edizione della sua Storia con molte addizioni, ch'è stata pubblicata e compiuta dall'astronomo Lalande, a cui erano stati rimessi i manoscritti del Montucla, in 4 vol. in 4º.
Montvallon (M. de), nel 1742, pubblicò un'opera intitolata: Nouveau Système de musique sur les intervalles des tons, et sur les proportions des accords, ou l'on examine les systèmes proposés par divers auteurs. Non possiamo darne saggio, non conoscendola.
Monza (Caval. Carlo), maestro di cappella in Milano sua patria, ove godette della riputazione di uno de' migliori compositori per teatro e per chiesa. Nel 1766, compose il Temistocle per quel gran teatro della Scala: e nel 1777, per quel di Venezia Mitteti e Cajo Mario, che incontrarono assaissimo: alcune arie di questi drammi furono impresse in Germania, ed in Londra nel 1783, la sua terza opera consiste in six sonatas for the harpsichord, or piano-forte with a violon. Il d.^{r} Burney scrive di aver sentita una sua messa in S. Maria secreta di Milano, ch'egli approvò come bella e piena di genio.
Mooser (Luigi), di Friburgo nella Svizzera, giovane artista costruttore di organi e piano-forte, ha portato la sua arte al più alto grado della perfezione. La pienezza, la forza e nel tempo stesso la dolcezza e morbidezza de' suoni distinguono sommamente i suoi piano-forte a coda. L'organo ch'egli ha fatto per il nuovo Tempio di Berna è un capo d'opera: bisogna sentirlo per farsene un'idea, ed esaminarlo di presenza per apprezzarne il merito. L'ultima e migliore sua opera è un forte-piano organizzato, che gli amatori si danno premura di andar a vedere in sua casa, e ch'egli chiama orchester-instrument, stromento di orchestra. Puossene vedere la descrizione in un libretto in 12º che ha per titolo: Etrennes Fribourgeoises pour l'année 1810.
Morellet (l'abb. Andrea), di Lione, pubblicò uno scritto, cui diè per titolo: De l'expression en musique, pieno d'ingegnose idee sulle belle arti in generale, ed in particolare sulla musica. Si trova negli Archives littéraires, tom. 6, e nel Mercurio di novembre 1771.
Moret de Lescer, maestro di musica francese a Liegi, nel 1768, pubblicò in un vol. in 4.º Science de la musique vocale. Nel 1775 comparve al pubblico un prospetto di un'altra sua opera, ch'egli aveva già terminata in 13 vol. in 8vo, ciascuno di 400 pagine, col titolo di Dictionnaire raisonné, ou histoire générale de la musique et de la lutherie, con diversi rami, ed un piccolo dizionario di tutti i gran maestri di musica ed artisti che si sono resi celebri per il loro genio, ed i loro talenti (V. l'Esprit des Journaux, septembre 1775).
Morigi (Angelo) da Rimini, degno allievo del Tartini e primo violino del teatro di Parma, ove morì nel 1790. Il cel. maestro Bonifacio Asioli si reca a gloria di essere stato suo discepolo. Morigi è autore di più opere di sonate e concerti di violino, che sono state impresse; la terza di queste comparve in Amsterdam nel 1752, composta di sei concerti.
Mortellari (Michele), nato in Palermo nel 1750, fu allievo nel Conservatorio de' figliuoli dispersi del Muratori, ove diè a divedere di buon'ora la vivacità del suo talento, e la felicità nel comporre. Assai giovane portossi in Napoli, ed ebbe alcune lezioni del cel. Piccini. Scrisse quindi la musica di più opere in Roma, a Milano, in Modena e a Venezia, che ebbe felicissimo incontro. Il d.^{r} Burney parla di una Armida di Mortellari, da lui sentita nel 1786, nella quale egli loda, come in tutte le altre composizioni di questo maestro, l'eleganza unita all'energia delle idee musicali (Travels etc.) Il costui figlio, anche buon maestro di musica, si è stabilito in Londra, ove secondo il D.^{r} Pananti è molto stimato. “Mortellari, egli dice, è giovane professore pieno di talento e di gusto, e scrive con molta grazia.” V. il Poeta di teatro, t. 2, a Londra 1809 nelle note, p. 295.
Mosca (Luigi). Napoletano, si è acquistato in Italia la riputazione di un valente compositore, per le opere buffe specialmente ch'egli vi ha scritto, come il Sedicente filosofo, farsa; Chi si contenta gode; Chi troppo vuol veder diventa cieco; La sposa a sorte; Velafico e limella, drammi burleschi che si trovano presso il Ricordi in Milano. Nel 1805 venne egli in Palermo, dove scrisse la musica del Gioas, oratorio per il R. teatro di S. Cecilia, che ebbe qualche successo, ed una messa a piena orchestra per la solenne professione d'una figlia dell'Ecc. Sig. Duca Lucchesi-Palli. Giuseppe Mosca, fratello di Luigi, è ancora un buon maestro di musica stabilito in Parigi, ove ha scritto per quel teatro, detto dell'Opera Buffa, la Ginevra di Scozia nel 1805, e la vendetta feminina nel 1806.
Mozart (Giov. Crisost. Volfango Teofilo, da altri detto ancora Amedeo) nacque a Salisburgo li dì 27 Gennaro 1756 da Leopoldo Mozart, maestro della cappella di quel principe arcivescovo, di cui si dirà in appresso. Aveva appena tre anni, quando suo padre cominciò a dar lezioni di cembalo alla di lui sorella in età allora di 7 anni. Mozart palesò ben presto le sue sorprendenti disposizioni per la musica: era suo diporto il cercar le terze sul cembalo, e il maggior suo contento imbattersi in quell'armonioso accordo. All'età di quattr'anni imparò, come per ischerzo, alcuni minuetti e altri pezzi di musica, e fece de' progressi sì rapidi, che a cinque anni componeva di già de' piccoli pezzi di musica, che suonava a suo padre, e che costui si dava cura di scrivere. Il gusto dello studio prese allora su di lui tale ascendente, che davasi tutto senza riserba alle occupazioni che gli venivano prescritte, e i suoi progressi nella musica divenivan sempre maggiori. Suo padre tornando un dì dalla chiesa con uno de' suoi amici trovò suo figlio occupato nello scrivere. Che fai tu dunque, cuor mio? gli dimandò. Compongo un concerto pel cembalo; e sono quasi al fine della prima parte — Vediamo un pò questo bel scarabocchio — Se mi permettete, io prima il finisco. Il padre intanto prese la carta, e diè a vedere all'amico quella guerra di note, che potevasi appena diciferare per le gran macchie dell'inchiostro. I due amici risero dapprima come d'una bambocceria, ma il padre avendola bene osservata, Ve' dunque, disse al figliuolo, come la tua composizione va tutta bene secondo le regole; ma il malanno si è che non può farsene uso perchè troppo difficile, e chi potrebbe mai sonarla? Ma egli è questo un concerto, ripigliò il fanciullo Mozart, e bisogna studiarlo finchè si giunga a sonarlo bene. Sentite un pò come deesi eseguire. E cominciò egli tosto a suonare, benchè non vi fosse riuscito che quanto bisognava per far vedere quali fossero le sue idee. Allorchè fu egli all'età di sei anni, tutta la famiglia Mozart, composta del padre, della madre, della figliuola e di lui, si rese a Monaco nella Baviera. L'elettore sentì i due ragazzi, e ne ebbero degli elogj e degli applausi senza numero. Nell'autunno del medesimo anno 1762, i due piccoli virtuosi furono presentati alla corte imperiale, ove trovavasi allora il famoso Wagenseil. Mozart che sapeva già preferire a tutto l'approvazione di un gran maestro, pregò l'imperatore che lo facesse venire, come colui che ben se ne intendeva. Francesco I fece chiamare Wagenseil, e gli cedette il suo luogo presso al clavicembalo. Signore, gli disse allora il virtuoso di sei anni, io sonerò uno de' vostri concerti, bisogna che voi mi voltaste i fogli. Sino allora Mozart non aveva sonato che il cembalo, ma il suo genio non abbisognava di lezioni: egli aveva riportato da Vienna a Salisburgo un piccolo violino, e si divertiva con questo stromento. Wenzl, valente violinista, venne a trovare Mozart il padre per consultarlo intorno a sei trio, che aveva di recente composti. Il padre doveva suonare il basso, Wenzl il primo violino, ed il secondo Schachtner; ma il piccolo Mozart importunò talmente per far quest'ultima parte, che suo padre consenti a lasciargliela sonare sul suo violinetto. Era questa la prima volta che lo sentiva; ma quale fu la sua sorpresa, o la sua ammirazione piuttosto, quando vide ch'egli ne uscì a maraviglia. Nel luglio 1763, nei settimo anno per conseguenza di Mozart, la di lui famiglia intraprese il suo primo gran viaggio fuori della Germania, e fu allora che si sparse per tutta l'Europa la riputazione del musico fanciullo. Fecesi ammirare primamente a Monaco, e successivamente in tutte le corti elettorali. Nel mese di novembre giunse a Parigi: suonò egli l'organo a Versailles dinnanzi tutta la corte, nella cappella del re. Gli applausi fatti a lui ed alla sorella in Parigi giunsero sino all'entusiasmo. Venne inciso il ritratto del padre e de' due fanciulli, e Mozart di sett'anni allora compose quivi e pubblicò le due sue prime opere. Nel 1764, passaron eglino in Inghilterra, e vi ebbero il medesimo incontro alla corte e alla capitale. I due ragazzi cominciarono d'allora a suonar da per tutto su due cembali de' concerti a dialogo. Si mettevano dinnanzi a Mozart differenti pezzi i più difficili di Bach, di Hendel e di altri, ed egli li eseguiva a primo colpo d'occhio con la possibile giustezza e nella convenevole misura. Durante il suo soggiorno in quell'Isola, egli compose in età di otto anni sei sonate, che dedicate da lui alla regina furono impresse in Londra. Ritornarono in Francia nel 1765, e si resero in Olanda, ove Mozart compose una sinfonia a piena orchestra per il possesso del principe d'Orange. Al suo ritorno in Germania, l'elettor di Baviera gli propose un tema musicale per istenderlo subitamente senza servirsi nè di violino, nè di cembalo; egli lo fece in presenza dell'elettore: lo sonò di poi, e riscosse l'ammirazione del principe e di tutti gli astanti. Tornato a Salisburgo sulla fine del 1768, Mozart si diede con un nuovo ardore allo studio della composizione. Emmanuele Bach, Hasse ed Hendel furono sue guide e modelli, senza trascurar non per tanto gli antichi maestri italiani. Suo padre che era anche teorico, gli diè lezioni di contrappunto. Nel 1764 i due fanciulli suonarono in Vienna dinanzi l'imperatore Giuseppe II, che diè a comporre a Mozart di undeci anni la musica di un'opera buffa. Ella era la Finta semplice, che ebbe l'approvazione di Hasse e di Metastasio, benchè non fu poi rappresentata. L'anno d'appresso all'apertura della chiesa della casa degli orfani, compose egli la musica della messa, e del mottetto: e la diresse egli stesso alla presenza della corte imperiale. Nel dicembre del 1769, suo padre partì con lui solo per l'Italia, ed egli è facile lo immaginarsi come il giovinetto virtuoso dovette esser quivi ben accolto, nel paese ove la musica e tutte le arti sono generalmente coltivate. “Quel maestro d'ingegno, dice il Carpani (Lett. 5), scrisse la sua prima opera in Milano all'età di 13 anni in concorrenza dell'Hasse, il quale diceva in udirlo: questo ragazzo ci farà dimenticar tutti.” In Bologna il cel. P. Martini ed altri rinomati professori di musica davano in trasporti nel vedere con qual maniera il ragazzo Mozart sviluppava i più difficili soggetti di fuga, e senza esitare un momento li eseguiva sul cembalo con tutta la precisione possibile. Dopo d'aver fatta in Firenze la medesima sensazion, giunse in Roma nella settimana santa. La sera del mercordì si portò con suo padre nella cappella Sistina, per sentire il famoso Miserere, di cui era vietato sotto pena di scomunica il dare o prender copia. Prevenuto di questo divieto, l'udì egli con tale attenzione, che tornando in casa, lo notò intieramente. Fu eseguito la seconda volta il venerdì santo: nel tempo dell'esecuzione egli tenne la musica manoscritta nel suo cappello, e ciò gli bastò per farvi alcune correzioni. Questo aneddoto fece molto romore in Roma, ed in un concerto cantò egli questo Miserere accompagnandosi col cembalo: il primo soprano, che cantato l'aveva nella cappella, riconobbe con sua sorpresa, che la copia ne era compita e fedele. Passò in Napoli, e al suo ritorno in Roma, il papa, che il volle vedere, lo creò cavaliere dello speron d'oro. Nel passar nuovamente in Bologna, egli ricevette una distinzione più lusinghevole. Dopo le prove requisite, alle quali soddisfece con sorprendente prontezza, fu unanimamente nominato membro della Società filarmonica. Secondo il costume, fu egli rinchiuso solo, dopo avergli dato a comporre un'antifona a 4 voci, il di cui soggetto era d'una difficoltà proporzionata all'idea che si era formata del suo talento: ed egli terminò a capo di mezz'ora. A Milano scrisse di ritorno il Mitridate, opera seria, nel carnovale del 1771, e vi si replicò oltre a venti sere di seguito. Per giudicare del suo successo, basta il sapere che l'impresario fece ben tosto con lui un'accordo per iscritto con l'obbligo di scrivere la prima opera dell'anno 1773; egli non aveva allora che quindici anni. Il dramma fu Lucio Silla, che riuscì non meno del Mitridate, ed ebbe 26 rappresentazioni consecutive. Nel 1771 egli aveva scritto colà Ascanio in Alba, e nel 1772 a Salisburgo il Sogno di Scipione, per l'elezione del nuovo arcivescovo. Chiamato quindi a Vienna, a Monaco ed altrove, tra le altre opere compose la Finta Giardiniera, musica burlesca; due solenni messe per la cappella dell'elettor di Baviera, e per il passaggio dell'Arciduca Ferdinando a Salisburgo il Re Pastore: ciò fu nel 1775. Egli era giunto al colmo della sua arte: la sua gloria si era sparsa in tutta l'Europa, e non aveva che diciannove anni. L'elettore di Baviera ordinogli di scrivere l'Idomeneo pel teatro di Monaco: egli ne compose la musica co' più favorevoli auspicj: aveva allora venticinque anni, e quel che gliela inspirò fu l'amore da lui concepito per la persona che sposò poco dopo. Questa passione e 'l suo amor proprio raffinati ad un estremo grado, fecero produrgli un'opera ch'egli riguardò sempre come una delle migliori, e di cui spesso ha preso egli in imprestito alcune idee nelle posteriori sue composizioni. Da Monaco Mozart si rese a Vienna, dove entrò al servigio dell'Imperatore, a cui rimase finchè visse attaccatissimo: e sebbene non ne ricavasse che un molto tenue trattamento, ricusò egli costantemente le offerte vantaggiose che gli vennero fatte da altri sovrani, e precisamente quella del re di Prussia. Fra questo tempo sposò egli madamigella Weber, virtuosa di un particolare merito, ed ebbe da essa due figli. Giuseppe II incaricò Mozart di mettere in note il Matrimonio di Figaro, che trionfava allora su i teatri tutti. Questa musica occupò il teatro di Praga l'intero inverno del 1787; egli compose quivi per i Boemi il Don Giovanni Tenorio, il di cui successo fu eziandio più brillante di quell'altro dramma. Il Don Giovanni non fu molto ben accolto in Vienna nelle prime rappresentazioni. Se ne parlava un giorno in una numerosa adunanza, dove trovavasi la più parte de' conoscitori della capitale, tra' quali Haydn. Tutti eran di accordo nel dire ch'ella era questa una pregevolissima opera, di ricco genio, e d'una brillante fantasia; ma ognuno vi trovava ad opporre qualche cosa: avevano tutti profferito già il lor sentimento, eccetto l'Haydn. Mozart, non era presente: fu pregato dunque costui a dir quel che ne sentiva. Io non sono in istato di giudicare questa contesa, disse egli colla sua usata modestia: Quel che so si è, che Mozart è il più gran compositore che esista al presente. Ben solenne testimonianza diede altresì l'Haydn del concetto in che teneva il Mozart, allorchè nell'incoronazione di Leopoldo II fu chiamato a Praga per comporvi in concorrenza del suddetto. Egli disse allora, che dove scriveva un Mozart, Haydn non poteva mostrarsi. Questo generoso e modesto rivale “non lasciava mai di correre e sentire la musica di Mozart, ovunque sapeva eseguirsene. Mi diceva (scrive il Carpani) d'aver sempre imparato qualche cosa ogni volta che udito aveva le composizioni di quel talento prodigioso.” Mozart agiva nella stessa maniera riguardo all'Haydn: egli dando alla luce i suoi quartetti non solo li dedicò a questo grand'uomo, ma nella dedica ingenuamente confessa d'avere da lui imparato come da maestro. Mozart infatigabile sino alla tomba, negli ultimi mesi di sua vita produsse i suoi tre capi d'opera: il Flauto magico che è il più sublime modello d'ogni musica drammatica, la Clemenza di Tito, e la famosa Messa di Requiem, che potè appena terminare. La storia di questo Requiem è molto singolare. Un giorno che Mozart era immerso, secondo il suo costume, nelle sue malinconiche meditazioni, sente fermare una carrozza alla sua porta. Se gli annunzia un incognito, che chiede di parlargli. Si fa entrare: era questi un uomo d'una certa età, che aveva tutte le apparenze d'una persona di distinzione. Io sono incaricato, disse quel forestiero, da un uomo di gran considerazione di venire da voi. Chi è costui?, interruppe Mozart — Egli non vuol esser conosciuto — Benissimo, e che brama egli? — Vien questi di perdere una persona a lui molto cara, e la cui rimembranza gli sarà sempremai preziosa: vuol celebrare ciascun anno i suoi funerali, e vi prega a comporre un Requiem per tal funzione. Mozart s'intese penetrar vivamente da questo discorso, dal tuon grave con cui proferivasi, dall'aria misteriosa di tutta cotesta avventura. La disposizione del suo animo accresceva vie più siffatte impressioni, e promise di fare il Requiem. Proseguì l'incognito: Impiegate in quest'opera tutto il vostro genio: voi faticate per un buon intendente di musica. — Tanto meglio. — Quanto tempo vi abbisogna? — Quattro settimane — Eh bene! io tornerò da qui a questo tempo: qual prezzo esiggete voi della vostra fatica? — Cento ducati. L'incognito numerogli la somma sul tavolino, e disparve. Mozart resta per alcuni momenti immerso in profonde riflessioni: ad un tratto dimanda da scrivere, e malgrado le rimostranze di sua moglie si mette a comporre. Proseguì per più giorni oltre l'ordinario a faticare e giorno e notte: ma la sua macchina non potè resistere a questo sforzo. Svenne un giorno senza conoscenza, e fu costretto a sospendere la composizione. Alcun tempo dopo, trattenendosi con la moglie su i funesti pensieri che l'occupavano, confidolle di esser ben persuaso, che travagliava a quella messa per servire a' suoi funerali, e che credeva certo di avere avuto il veleno. Nulla potè frastornarlo da quell'idea, e rimesso alcun poco de' suoi sfinimenti, proseguì a faticare al suo Requiem, come Rafaello travagliava al suo quadro della Trasfigurazione, colpito ancora dall'idea d'una vicina morte. Mozart sentiva diminuir le sue forze; e 'l suo travaglio avanzava lentamente; già erano scorse le quattro settimane che aveva dimandato, e vide entrare un giorno in sua casa l'incognito: Non mi è stato possibile, gli disse Mozart, di mantener la parola. — Non vi prendete pena, rispose il forestiero, quanto tempo ancor vi bisogna? — Quattro altre settimane. L'opera mi ha inspirato più interesse di quel che io credeva: e molto più l'ho sentito di quel che volessi. — In questo caso egli è giusto di crescere la vostra paga. Ecco cinquanta ducati di più. — Signore, disse Mozart vie più sopraffatto, chi siete voi dunque? — Ciò non fa niente al caso, io tornerò di qua a quattro settimane. Mozart spedì tosto al partir di costui un suo domestico per andar dietro a quest'uomo singolare, e sapere dove anderebbe a fermarsi, ma questi nulla potè rintracciare. Saltò allora in capo al povero Mozart, che non era costui un essere della comune, ch'egli aveva certo relazione con l'altro mondo, e che eragli spedito dal cielo per annunziargli il suo prossimo fine. Non travagliò frattanto con meno ardore al suo Requiem, ch'egli riguardava come il più durevole monumento del suo genio. Nel corso della fatica ricadde più volte in peggiori svenimenti, ma l'opera fu compiuta prima delle quattro settimane. Il giorno di sua morte fè portare il Requiem dinanzi al suo letto: Non aveva io ragione, sclamò egli in mezzo alle lagrime, quando affermava che per me componeva questo Requiem? Egli era questo l'ultimo addio alla sua famiglia ed all'arte. Mozart morì a 5 dicembre del 1792, non compiti ancora i 36 anni di sua vita. Tornò l'incognito al termine convenuto, ed egli più non esisteva: gli si consegnò quella musica, ma la vedova avevane conservata la partitura. Questo gran genio non parlava mai delle sue opere, e solo qualche volta per giudicarne con severità. Componeva in mezzo a' suoi amici, e passava le intiere notti al travaglio: non poteva alle volte compire un'opera se non allo stesso momento che bisognava eseguirsi: ciò gli avvenne nella sinfonia del don Giovanni. Non la compose egli se non la notte avanti della prima rappresentazione, ed allorchè erasene fatta la prova generale. “Mozart in ispecie, dice il D. Lichtenthal, fu quel genio unico, che prevalse in tutti i generi della musica, cosa che non si trovò in tutti i suoi antecessori, nè forse si troverà mai più. Egli fu quello il quale rigettò tutti i principj che assoggettavano la maniera libera di comporre che si usò prima. Egli guidò co' voli del suo genio ad una riforma universale sul gusto delle note, e il suo genio ordinò quei quadri ne' quali, onde raccogliere il tutto d'una situazione ricca di sentimenti, aveva con tanta fantasia e perspicacia inseguito ogni minimo sentimento, sino al più impercettibile grado, ed egli quindi regnò, per la sua vasta conoscenza dell'arte pratica in tutto l'ambito del sistema musico.” La sua musica, dalla sinfonia sino a quella de' balli, dei drammi serii e burleschi sino alle semplici canzoncine, è tutta eccellente. Quel che più vi si ammira egli è una prodigiosa fecondità di motivi franchi e felici, di sviluppamenti che si succedono con molta destrezza, e nei quali il più profondo travaglio nulla nuoce alle grazie; egli è questa una nuova ed abil maniera di usar dell'orchestra e degli istromenti da fiato; e finalmente, uno straordinario talento per trasportare nell'accompagnamento le ricchezze dell'armonia, con una espressione, una forza ed un'immaginazione che non ha pari. Un genio così strepitoso non poteva non produrre il più vivo entusiasmo. Commossa da' di lui fortunati successi la servile greggia degli imitatori si è precipitata sulle sue tracce; ma, come avviene assai volte, nelle loro mani le bellezze del modello degenerarono in difetti: null'altro eglino han fatto che rappezzare dei motivi sciapiti e triviali, con una penosa fatica ed una affettazion pedantesca: come Mozart, hanno eglino sopraccaricati i loro spartiti di tutta la massa degli instromenti, ma non hanno saputo trarne, com'egli, veruno effetto: il loro canto, da nulla per altro, ed insignificante, è rimasto soffogato del fracasso dell'orchestra. Si sono essi dimenticati che due condizioni formano il compositore perfetto: il genio che è innato, e la scuola che è il risultato dello studio ben diretto. Mozart, tra i compositori di musica, stimava a preferenza gli Italiani, come Leo, Durante, Porpora, Al. Scarlatti, ma del pari il più celebre tedesco Hendel. Egli sapeva a memoria le principali opere di questo gran maestro: apprezzava anche molto il Jommelli. Quest'artista, diceva egli, ha de' luoghi dove brilla, e brillerà per sempre; ma non avrebbe dovuto uscirne, come allorquando volle fare musica da chiesa sull'antico stile. Riguardo a Vincenzo Martin lo Spagnuolo, autore della Cosa rara, che era allora in gran voga: vi sono, egli diceva, in questa musica delle cose assai belle: ma di quà a vent'anni, niuno vi farà più attenzione. Vi sono nove opere di Mozart con parole italiane: Mitridate; Lucio Silla; Idomeneo; e la clemenza di Tito, drammi serj; e la Finta semplice; la Finta Giardiniera; le Nozze di Figaro; il Don Giovanni Tenorio, e Così fan tutte, burleschi. Tre altre opere con parole tedesche: Il Ratto dal Serraglio, il Direttor de' spettacoli; ed il Flauto Magico, ove vi ha un terzetto de' preti che incomincia O Iside ed Osiride scritto nello stile di chiesa, di cui così ragiona il Sig. Niemetschek nel suo libro intitolato: lo Spirito di Mozart. “O discepoli della musica! se avete studiato la partitura di tal capo d'opera fino a questo sublime e commoventissimo punto; e se la gioja quieta che spira, e quella purezza di effetti, quel dolce scioglimento, non vi hanno invaso l'anima con simpatico calore, nè strappata una dolce lagrima dagli occhi; disperate pure per sempre! Non avrete mai il sacro dono di commovere i cuori, poichè la dispensiera delle gioje, Natura, vi ha negato l'eco delle più soavi armonie, che la sua magica onnipotenza diffonde.” In Palermo siamo debitori al Sig. barone Pisano uomo di genio e di gusto, intendentissimo di questa bell'arte, di averci fatto conoscere la divina musica del Mozart. Egli è stato il primo tra noi, che si sia provvisto di alcune delle sue opere, e precisamente del Don Giovanni, e del sullodato dramma, come anche del famoso Requiem. Quest'ultimo è stato per ben tre volte eseguito da numerosa orchestra nello scorso novembre in questa Capitale, in occasione de' solenni funerali di S. M. la Regina, con riscuotere l'entusiasmo, il piacere e gli applausi di tutto il pubblico. Chi desidera de' più minuti dettagli intorno a Mozart e le sue opere, potrà consultare M. Schlichtegroll, nel Necrologio allemanno del 1793, t. II, e M. Ginguené nel t. 31 della Decade Filosofica; Lo spirito di Mozart, in tedesco del professore Niemetschek, e la Notice sur Mozart di M. de Sèvelinges, in fronte alla partitura del Requiem, impressa in Parigi nel 1805.
Mozart (Leopoldo), padre del precedente, fece i suoi studj a Salisburgo, e nel 1743 fu ammesso nel corpo de' musici della cappella dell'arcivescovo, come musico della corte. Egli era buon compositore, e suonator di violino: nel 1762, ebbe il posto di sotto-direttore della cappella di quel principe. I doveri del suo impiego alla cappella ed alla corte non assorbivano tutto il suo tempo: e buon teorico ne impiegò il resto a dar lezioni di composizione musicale, e di violino. Nel 1756 pubblicò ad Ausburgo un'opera col titolo: Versuch eines ec. ossia Saggio di una scuola fondamentale di violino, di cui ne fu fatta una traduzione in francese da Valentino Rouser nel 1770. Secondo la testimonianza de' più gran maestri, questo metodo ha servito a formare tutti gli eccellenti violinisti della Germania nella seconda metà del sec. 18, il che è un sufficiente elogio di quest'opera. Egli scrisse ancora dodici oratorj, ed altri pezzi per teatro, oltre la musica per chiesa e alcune sonate per cembalo impresse nel 1759. Il giovinetto Mozart figlio di Giov. Crisostomo, e nipote di costui fa onore all'illustre nome di questa famiglia in Vienna colle sue composizioni, e nel 1806 egli, e la vedova madre, come narra il Carpani, “solennizzarono il giorno natalizio di Haydn con un concerto che diedero al teatro della Wieden, e Mozart il giovane vi produsse una sua cantata in lode del sommo maestro che aveva indicate le vie del bello instrumentale al non men celebre suo genitore, e il pubblico accolse come doveva questo omaggio reso a un grande uomo dal figlio d'un suo grand'emulo, seguace e rivale.” (Letter. 14)
Muris (Giov. de), canonico della chiesa di Parigi e dottor della Sorbona fioriva sul principio del decimoquarto secolo. Egli applicossi alla musica, su la quale scrisse alcuni trattati assai buoni per quell'epoca che trovansi inserti nella pregevole Collezione dell'Ab. Gerbert nel vol. terzo. Nella Summa Musicæ, tratta egli della musica, de' suoi inventori, delle sue diverse specie, delle proporzioni e degli intervalli. Nella Musica speculativa, insegna l'arte di ben situare le voci, ed i mezzi per accordarle insieme: parla quindi del monocordo, della sua divisione, degli istromenti, della musica pratica, delle note, e delle loro figure. Il di lui trattato de Musicâ theoricâ porta la data dell'anno 1323. Il p. Jumilhac nel suo libro intitolato: l'Art du plainchant, in 4.º a Paris 1673, dà un estratto della dottrina di questo autore. M. Rousseau ne ha parlato nel suo Dizionario con molta inesattezza, ed in maniera a far credere ch'ei non l'abbia mai letto. Il principe ab. Gerbert ha rilevati molti abbagli de' Scrittori intorno a Giov. de Muris, fra gli altri quello di averlo spacciato inventore del canto misurato, quantunque sia a costui anteriore di tre secoli.