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Pacchiarotti (Gaspare), soprano rinomatissimo nato in un villaggio presso Roma nel 1750; cominciò la sua carriera musicale nel 1770. I suoi talenti, la cultura del suo spirito, la sua bella figura lo fecero brillare successivamente su' teatri di Palermo, di Napoli, di Lucca, di Torino e di Londra. “Pacchiarotti, dice M. Bridon, vale moltissimo nel patetico, che troppo oggidì vien negletto sulla più parte de' teatri, più che altri dà egli dell'espressione alle arie, e fa maggiore impressione su i spettatori, perchè sente profondamente quel che dice: eccita le grida della sorpresa, e strappa le lacrime. Egli è cosa da rimarcarsi, come l'espressione non lo allontani mai dalla misura: ha ancora il merito di accentuar bene i recitativi.” Dopo essersi molto arricchito, nel 1801 è tornato in Italia, e risiede abitualmente in Padova.

Pachymeres (Giorgio), nato nel 1242 a Nicea, ove suo padre di una delle prime famiglie di Costantinopoli erasi rifugito, allorchè questa città fu presa da' Latini. Dopo la costoro espulsione tornò colà non avendo allora che 19 anni. Per più anni coltivato egli aveva tutte le scienze, ed entrato nello stato ecclesiastico pervenne tosto alle più eminenti cariche. Morì circa 1310. Oltre la sua storia ed altre opere interessanti, abbiamo di lui De armonicâ et musicâ. De quatuor scientiis mathematicis, arithmeticâ, musicâ, geometriâ et astronomiâ (v. Fabric. B. Gr. t. 6).

Paer, o Per (Ferdinando) nacque in Parma nel 1774; dopo aver fatti i suoi studj nel seminario di questa città, mostrando de' gran talenti e sommo trasporto per la musica, andò a studiarla in Napoli sotto Ghiretti, napoletano e compagno del cel. Sala, nel conservatorio della Pietà. Egli cominciò assai giovane a scrivere per i teatri d'Italia, in Venezia, a Padova, in Milano, a Firenze; a Napoli, a Roma, a Bologna ec. Il duca di Parma, suo patrino diegli una pensione, e gli permise di andare in Vienna, per comporvi delle opere. Alla morte di Naumann nel 1801, fu chiamato a Dresda come maestro della corte. La morte del duca di Parma lo mise in libertà di accettare quel posto che l'Elettore gli offrì per tutta la sua vita. Dopo la battaglia di Jena, Napoleone volle Paer presso di se, e la di lui moglie eccellente cantatrice: egli si è stabilito in Parigi in qualità di Direttore della musica e di compositor della corte. Paer oltrepassa appena i 40 anni di sua età; è membro dell'Accademia delle Belle-Arti di Napoli, e di quelle di Bologna e di Venezia, ed ha già compito oltre a 38 opere, senza numerarvi le cantate, le arie, le sinfonie, sonate ec. In Vienna egli scrisse Bacco ed Arianna; la Conversazione armonica; il trionfo della Chiesa; il S. Sepolcro; cantate per uso della difonta Imperatrice M. Teresa, figlia del nostro Sovrano Ferdinando III, con la quale egli aveva l'onore di cantarle, e quindi fu maestro per il canto della di lei figlia M. Aloisa, principessa nata per tutte le arti, e principalmente per la musica. Le sue opere per teatro sono note abbastanza per il pieno successo, che da per tutto han meritato, e specialmente nella Germania dopo i capi d'opera del Mozart. Noi ci dispensiamo di recarne il catalogo, non essendovi teatro in Europa dove non si siano eseguite. La facilità, che egli ha nello scrivere, mostra il genio, di cui a piene mani lo ha arricchito la natura. “Paer, dice il Carpani, celiando fra gli amici, parlando di mille cose, sgridando i domestici, disputando colla signora e co' figli, ed accarezzando il cane, scrisse la Camilla, il Sargino e l'Achille” (Lett. 13). Il suo primo figlio, che non ha al presente più di 13 anni, è già abilissimo sul forte-piano: a nove anni eseguiva le più difficili sonate di Dussek, e mostra di calcar le tracce di suo padre, ch'è insieme sonator valentissimo, e compositore di prima sfera.

Paesiello (cav. Giovanni), nacque a Taranto nel 1741, e studiò per cinque anni la musica in Napoli sotto il cel. Durante nel conservatorio di S. Onofrio. Nel 1763 scrisse la sua prima opera per il teatro di Bologna, e quindi molte altre e serie e buffe per quelli di Venezia, di Roma, di Napoli, di Milano, e finalmente nel 1766, partì per la Russia al servigio di Caterina II, con quattro mila rubbli di appuntamento, ed altri nove cento come maestro della gran duchessa, l'attuale imperatrice. Oltre a più composizioni per teatro, fece egli imprimere a Pietroburgo le sue Regole per l'accompagnamento sul forte-piano, per servigio di quella principessa. Di ritorno in Napoli, il Sovrano Ferdinando III lo nominò suo maestro di cappella, con 1200 ducati d'annuo stipendio. Dopo la rivoluzione in Napoli del 1799, venne egli in Palermo, e dopo alcun tempo col permesso della corte si portò in Parigi, dove era stato chiamato con le più magnifiche offerte, e dove fu direttore della cappella, ch'egli provide de' più celebri artisti, e per la quale scrisse sedeci gran messe, mottetti, ec. Dopo due anni e mezzo di soggiorno in Francia, gli fu d'uopo tornare in Napoli, non confacendosi il clima di Parigi alla sua salute; e tosto fu nominato membro di quell'Accademia delle Belle-Arti, presidente della direzione musicale del R. Conservatorio, con 1800 ducati d'onorario, e maestro della cattedrale di Napoli. Egli è anche membro di più dotte società, come dell'Accademia italiana residente in Livorno, di quella di Lucca, della società detta des Enfans d'Apollon di Parigi, e nel 1809 è stato adottato onorario dell'Istituto Nazionale di Francia. Le sue composizioni sono innumerabili sì per teatro, che per chiesa. “Il genere del suo talento, le qualità che caratterizzano la sua musica, sono una gran fertilità d'invenzione straordinaria, ed una facilità felicissima nel trovare de' motivi pieni di naturalezza insieme e di originalità, un talento unico a svilupparli per via della melodia medesima, e ad abbellirli di dettagli sempre interessanti; una condotta piena sempre di estro e di saviezza: un gusto, una grazia ed una freschezza di melodia, per le quali ha sorpassato di molto gl'altri compositori, ed ha servito di modello a tutti coloro, che han dopo di lui faticato. Il suo stile, semplicissimo e senza alcuna affettazione di scienza, è sempre corretto insieme ed elegante: i suoi accompagnamenti nitidi sempre e chiari sono ad un tempo stesso brillanti e pieni d'effetto. In riguardo all'espressione, comechè la soavità sembri essere il tratto principale e dominante del suo carattere, sa egli tuttavia variare perfettamente i suoi tuoni, abbracciare tutti i generi, e passare dal burlesco, dal semplice, dal ridicolo al grandioso, al serio, ed anche al terribile, senza perder mai nulla non pertanto della grazia e dell'eleganza, da cui par che non si sappia dipartire. Tali sono le qualità, che hanno riunito tutti i suffragi a suo pro, sì quelli del pubblico e degli amatori, come quelli de' dotti e degli artisti: e che gli hanno assicurato gli omaggi del suo secolo, e quelli della posterità” (Choron, elog. de Paesiello). Il cel. Paesiello, dice Carpani, quando aveva disposta la tessitura di una composizione, soleva dire come Cornelio stesso, che avesse lo scheletro d'una tragedia: L'opera è fatta: non mi resta che a scriverla. Egli inculcava a' suoi scolari che tutto sta nella condotta, e che nelle sue composizioni nulla gli costava più di essa. L'artificio di scegliere da principio un passo gradevole, ed adottarlo come caratteristico di tutta la composizione, è divenuto a lui tanto proprio, che quasi forma la base del suo stile. “Questa ripetizione dello stesso passo serve a dare un'unità, una tinta, un'armonia tale all'opera, sia sacra, sia profana, che l'orecchio e il buon senso ne restano ugualmente appagati.” (Lett. 9). Ho voluto a bello studio riferire questa dotta riflessione del Carpani, perchè molti ho inteso io lagnarsi scioccamente di tali ripetizioni del Paesiello, come di un difetto. Graziosa è in oltre la maniera usata da questo grand'uomo nello scrivere secondo lo stesso Carpani. “Il Paesiello, egli dice, non saprebbe staccarsi dal suo letto componendo, e nacquergli fra le lenzuola la Nina, il barbier di Siviglia, la Molinara, e tant'altri capi d'opera di quel genio inimitabile” (Lett. 13).

Palestrina (Gian Pierluigi), il più rinomato maestro della scuola Romana, nacque nel 1529 nella piccola città di Palestrina, che è l'antica Preneste. Dopo di avere studiata la musica, sarebbe egli rimasto nell'oscurità e nell'indigenza, se il suo genio non fosse concorso a metterlo nel primo rango dei compositori. Ecco quale ne fu l'occasione. Era allora la musica un vero arzigogolo, privo di significato intelligibile, un dottissimo romore che nulla diceva all'anima, e nulla poteva dirle: un armonioso problema acustico inestricabile per l'orecchio. Tutto era fuga, canoni, intrecci; nè vi era musica che nelle chiese. I compositori trascuravano assolutamente l'espressione, e non si occupavano che in quelle sole ricerche d'onde altro non risultavane che fracasso e buffonerie molto indecenti. Questi abusi eccitato avevano da gran tempo le lagnanze delle persone di pietà, e più volte si erano proposte di bandire interamente la musica dalle chiese, e ridurla al canto fermo. Finalmente, Papa Marcello II circa 1555 venne al punto di fulminare il decreto dell'abolizione, quando il Palestrina, cantore allora della cappella pontificia, il quale aveva certo fatta riflessione su i vizj della musica di quel tempo, e concepito aveva l'idea di un genere più convenevole alla maestà del luogo, chiese il permesso al Papa di fargli sentire una Messa da lui composta. Avendoglielo questi concesso, la di lui messa sembrò così bella e così nobile, che il Papa rinunziò al suo progetto, confermò la cappella pontificia purchè si cantasse su quel gusto del Palestrina. A questo genio immortale, dice il Carpani, devesi l'odierna melodia, fu egli che scosse il giogo della barbara scuola de' maestri fiamminghi, che solo signoreggiava in tutta l'Europa. “Profondo com'era nella sua scienza, semplificò, purgò, ingentilì l'armonia, ed introdusse nel contrappunto una cantilena, grave sì, ma sensibile, continuata e naturale. Il suo esempio fu seguito da altri, ed avvenne allora la felice rivoluzione della musica di chiesa, che in parte dura tuttora. Il vero bello non invecchia mai. Ho sentito io stesso in S. Pietro di Roma della musica sacra del Palestrina, che incanta e par fatta jeri.” (Letter. 9). Palestrina nel 1562 divenne maestro di cappella di S. M. Maggiore, e dopo la morte dell'Animuccia nel 1571, della chiesa di S. Pietro, che egli arricchì di un gran numero de' suoi capi d'opera. “La semplicità e naturalezza della modulazione colla giusta e varia distanza delle voci per rendere chiara e varia l'armonia sono le proprietà singolari, che faranno eterne le opere del Palestrina.” (Eximen. l. 3. c. 8). Morì egli a dì 2 febbrajo del 1594 e gli si fece l'onore d'esser sepolto nella chiesa medesima di S. Pietro con l'epitafio Musicæ Princeps. I più gran maestri han fatto somma stima delle di lui opere, Burney, Reichardt, Marpurg, Choron, Eximeno hanno di recente fatto imprimere alcune delle sue composizioni, e viene eziandio assicurato che un eccellente contrappuntista di Roma si occupa al presente di raccorre e pubblicare tutte le opere del Palestrina.

Palione (Giuseppe), nato in Roma nel 1781, applicossi alla musica sin dal 1792. Fontemaggi in Roma, e Finaroli a Napoli furono i suoi maestri di canto, di forte-piano e di composizione. Egli scrisse La Finta amante in Napoli; le Due rivali; la Vedova astuta; e la Villanella rapita per il teatro del principe Aldobrandini in Roma, che incontrarono moltissimo. Attualmente egli trovasi in Parigi, dove sin dal 1810 ha composto molta musica sì vocale, che stromentale.

Palma, compositore napoletano, di cui Martinelli racconta il seguente aneddoto. Un usurajo, al quale doveva egli una ragguardevole somma, essendo venuto per farlo arrestare, Palma gli si mise a cantare dinanzi accompagnandosi al cembalo. Il suo canto produsse tal effetto sul cuore del creditore, che in vece di riscuotere il pagamento della somma, consentì a prestargliene un'altra. Ciò che reca maggior maraviglia, come osserva il Martinelli, si è che Palma fè quel prodigio tuttocchè fosse infreddato: che non avrebbe egli fatto se avesse avuta la voce libera? il che prova abbastanza il potere della musica. Costui fioriva nella medietà dello scorso secolo. Vi ha vivente tuttora un altro cel. compositore, Silvestro Palma, che verso il 1802 scrisse la musica del dramma burlesco La Pietra Simpatica, nel quale si distingue una graziosa polacca Sento che son vicino: vi ha ancora di lui una farsa: la Sposa contrastata.

Paolucci (P. Giuseppe), scolare del Martini in Bologna, era come costui minor conventuale; fu dapprima maestro di cappella in Venezia e poi del suo convento in Assisi, dove morì nel 1775. Egli è autore dell'Arte pratica di contrappunto, 2 vol. in fol. Venezia 1765; che si ha in conto d'una eccellente opera: rapporta degli esempj cavati da' migliori maestri d'armonia, e vi unisce de' dotti comentarj. Eximeno, Sacchi, e Martini lo citano con elogio.

Parenti (Francesco), nato in Napoli nel 1764, studiò il contrappunto nel conservatorio della Pietà sotto Sala, l'ideale con Giac. Tritta, e l'accompagnamento col maestro Tarantina. Egli ha scritto in Italia della musica sopra drammi serj e burleschi, che ha avuto del successo, principalmente in Roma dove si giudica a tutto rigore dei Compositori: Antigono; il Re pastore; la Nitteti, e l'Artaserse; la Vendemia; il matrimonio per fanatismo; i Viaggiatori felici. Nel 1790 egli portossi in Parigi, e dopo avere scritto per il teatro dell'Opera Comica, nel 1802 ne divenne il maestro di cappella e direttor della musica. Egli dà quivi lezioni di canto secondo il metodo di la Barbiera, detto il Siciliano e maestro della Pietà.

Parran (Antonio), gesuita, diè al pubblico Traité de musique, contenant les préceptes de la composition, Paris in 4º, 1746. Quest'opera, male ideata e peggio compilata, non ebbe che un'efimera riputazione.

Pasquali (Niccolò) nel 1762 pubblicò in Amsterdam una mediocre istruzione sull'accompagnamento, col titolo: La Basse-continue rendue aisée. Lustig dopo dieci anni ne diè una seconda edizione con aggiungervi molti esempj, in francese ed in olandese. Comparve anche in Londra col titolo: The thorough Bass made easy, by Pasquali, in fog. 1780.

Passeri (Giov. Battista) nacque in Farnese nel 1694, fu discepolo del cel. Gravina in Roma; ed intimo amico del Metastasio, del Rolli, e d'altri de' primi ingegni, che fiorivano in que' tempi in Roma. Egli è celebre per le sue opere, noi non faremo menzione che di quella ch'egli pubblicò in Roma nel 1770, De Musicâ veterum Etruscorum. Tra gli altri suoi manoscritti lasciò un Lexicon musicum: fu anche l'editore delle opere di musica del cel. Giambattista Doni, stampate in Firenze nel 1763; absoluta studio et operâ Io. Bapt. Passerii. Morì in Pesaro nel 1780.

Pau (Monsign. Felice). Vescovo di Tropea nella Calabria, di cui abbiamo alcune eruditissime lettere sull'antica musica dirette al Sig. Saverio Mattei, nelle quali impugna la costui opinione sulla superiorità degli antichi in quest'arte su i moderni. Anche il celebre Metastasio, tuttochè amicissimo del Mattei, mostrò in alcune sue lettere le difficoltà che aveva di abbracciare il suo sentimento. Questo carteggio, nel quale da tre singolari ingegni viene discussa tal questione, si trova nel tom. 8 delle opere del Metastasio dell'edizione di Napoli 1782. Nelle lettere di Mons. Pau e nelle risposte del Mattei oltre alla pulitezza con cui vien agitato quel punto, si trova immensa erudizione e dottrina. “Sommamente mi son dilettato, scrive il Metastasio al Mattei, attentamente considerando il musico-filosofico carteggio, che si è compiaciuta comunicarmi. Ho ammirate ed invidiate le forze di due valorosissimi atleti, che non meno nell'assalire, che nello schermirsi mostrano il lor magistero nell'arte. Mi hanno obbligato ad ondeggiar lungo tempo fra le opposte loro sentenze: ciascuna di esse mi avrebbe rapito sola ma avendomi assalito unite, l'una mi ha difeso dalla violenza dell'altra: onde senza aver cambiato di sito, mi trovo tuttavia fra le stesse antiche dubbiezze, ec.” Era necessaria la sveltezza d'ingegno e la somma erudizione del savio Mattei per sciogliere le difficoltà proposteli da due sì potenti contradittori, dice a questo proposito l'Eximeno, presso il quale può vedersi dottissimamente trattata la medesima questione. (V. P. II. L. 1, p. 353.)

Pavesi, maestro di cappella vivente in Milano ha scritto molte opere, che hanno avuto gran successo in diversi teatri d'Italia. Nel magazino del Ricordi vi ha di lui I Cheruschi; Elisabetta d'Inghilterra, drammi serii. La festa delle rose; L'Incognito; Ser Marcantonio, buffi. L'Avvertimento ai gelosi; L'Amante anonimo; L'accortezza materna; La forza de' Simpatici, farse.

Pellegrini (Anna Maria Celoni). Romana, donna assai culta ha fatti de' profondi studj sulla musica: nel 1810 pubblicò ella in Roma Grammatica, o siano Regole di ben cantare, dedicata a S. A. S. il principe Federico di Saxe-Gotha, alla quale gli Editori hanno fatto precedere il di lei ritratto inciso in rame dove viene rappresentata in atto di cantare accompagnandosi al clavicembalo con l'epigrafe tratta da Virgilio, Cantu vocat in certamina Divos. Quest'opera porta seco l'approvazione di tre bravi maestri, del Guglielmi allora maestro della cappella Giulia in S. Pietro, del Caruso maestro della cappella di Perugia, e del Nicolini, dandole tutti e tre l'elogio di avere trovate regole perfette in tutte le sue parti, ed atte a formare un bravo cantante. La prefazione, che essa ha posto in fronte del libro è assai ben pensata e scritta, eccone un saggio. “Innumerabili sono i cantanti, essa vi dice, ma i Timotei sono rarissimi. Da due ragioni credo io, che dipenda la scarsezza de' buoni cantanti: la prima dall'essere eglino la maggior parte sforniti di quelle generali nozioni, le quali fanno discernere ciò, che si canta: e l'altra dalla non sana maniera, che tiensi da molti, i quali impunemente si arrogano il dritto d'insegnare l'arte divina del canto, alla quale una volta si dedicavano solo i filosofi ed i Poeti di non volgar nome dotati. Potrebbesi all'anzidette ragioni aggiungere ancora la terza, ed è la sensibilità di cuore, la quale non è certamente uno de' più frequenti doni, che fa la natura ad un essere. Ciò posto sarà di mestieri, che in uno, che canta riuniscansi le tre qualità succennate cioè buon senso, buona maniera, e cuore sensibile, ec.”

Penna (Lorenzo) da Bologna, carmelitano della congregazione di Mantova, si applicò con successo allo studio della musica, e divenne membro della società filarmonica di Bologna. Nel 1674, pubblicò quivi Gli primi albori musicali, in 4.º di cui vi ha la quinta edizione del 1696. L'opera è divisa in tre libri, contiene il primo 21 capitoli, ne' quali tratta del canto figurato. Il secondo di 24 abbraccia la dottrina della composizione. Il terzo in 17 capit. tratta del basso-continuo. Nel 1689, pubblicò ancora in Modena il suo Direttorio del canto, in 4.º (V. Notizie sugli Scrittori di Bologna, tom. 6).

Perez (David), figlio d'uno spagnuolo stabilito in Napoli, nacque colà nel 1711, e studiò la musica nel Conservatorio di Loreto sotto i maestri Gallo e Mancini. Terminati i suoi studj musicali con molto successo, il suo protettore Naselli, nobile palermitano ed intendentissimo anch'egli di musica (V. suo art.), lo condusse seco in Palermo, ove fu tosto eletto maestro della real cappella palatina, ch'egli arricchì di sue egregie composizioni. Tra queste distinguonsi particolarmente i Responsorj della settimana santa alla palestrina, dove si ammira la singolare espressione delle parole, e la vera musica di chiesa. Scrisse eziandio per il teatro di Palermo dal 1741 sino al 1748. Tornò in Napoli, ove la sua Clemenza di Tito ebbe il più gran successo nel teatro di S. Carlo; la riputazione ch'egli si stabilì, lo fece chiamare in Roma e in diversi teatri d'Italia. Nel 1752 fu invitato dalla corte di Lisbona al servigio del re Giuseppe. Il Demofoonte fu la prima opera, che egli vi compose: il celebre Gizziello era il primo uomo, e il gran Raff il tenore, la di lui musica ebbe gli applausi universali. Scrisse ancora molta musica di chiesa per quella cappella reale, che è rimasta celebratissima e con ispezialità i suoi Responsorj de' morti pei funerali di quel monarca, che incisi superbamente in rame furono pubblicati in Londra con in fronte la di lui effigie, dei quali egli stesso ne mandò in dono una copia a mio padre.

Pergolesi (Giambattista), detto così, perchè era di Pergoli nella Marca, ove nacque nel 1707, il suo vero nome di famiglia era Jesi. In età di 14 anni venne in Napoli, e studiò la musica nel Conservatorio di Sant'Onofrio. Gaetano Greco, che ne era allora il maestro, trovato avendo in lui delle grandi disposizioni presene una particolar cura, e fecegli fare particolarmente un profondo studio del contrappunto, e della composizione. Secondo il gusto di que' tempi imparato egli aveva dal maestro a non discostarsi in nulla dalla severità delle regole, ma questo genio nudrito dalle Grazie e dalle Muse ebbe il raro talento di trovarne a tempo le eccezioni. “Niuno meglio di lui ha saputo ottenere i fini, che dee proporsi un compositore: niuno ha fatto miglior uso del contrappunto, ove l'uopo lo richiedeva. Simile al Raffaello egli non ebbe altra guida, che la natura, nè altro scopo, che di rappresentarla al vivo, l'arte che tutto fa, nulla si scopre. Simile a Virgilio, ei maneggiò con felicità incomparabile i diversi stili, de' quali si fa uso nella musica, mostrandosi grave, maestoso, e subblime nello Stabat mater; vivo, impetuoso, e tragico nell'Olimpiade, e nell'Orfeo; grazioso, vario, e piccante nella Serva Padrona.” (Arteaga tom. 2). Si può dire che Pergolesi niente abbia lasciato che migliorare a' successori, e che da quell'epoca in poi abbia piuttosto la musica perduto, che acquistato vigore. Egli in breve tempo dal mediocre stato, in cui trovò la musica teatrale, la ridusse al sommo, al perfetto. Si riformò il gusto universale a quell'incanto, si cominciò a distinguere l'accento, il metro, la continuazione delle melodie, e il popolo corse presso ad un giovine, lasciando i vecchi più accreditati, da' quali perchè turpe putant parere minoribus, gli fu mossa un'orribile persecuzione, la quale giunse a tanto, che si è creduto, esser egli morto di veleno preparatogli da' suoi malevoli (Mattei, elog. di Jomm.). Quel ch'è certo si è, ch'egli morì di consunzione piuttosto dopo quattro anni d'uno sputo di sangue, per cui era andato a Pozzuoli, in età di 33 anni. Tuttavia è ancor certo, dice Arteaga, che Pergolesi fu il bersaglio della invidia, e che sembra essersi avverata nella sua persona quella severa e incomprensibil sentenza, che la natura in creando gli uomini singolari ha, come dice un poeta francese, pronunciato contro di loro: Sois grand'homme, et sois malhereux. Il suo Stabat mater, ammirato in tutta l'Europa come un capo d'opera di espressione e di sentimento, non invecchia mai, e finchè vi sarà musica sarà sempre immortale. Tutte le sue composizioni sono tuttora i modelli del buongusto, e della buona scuola, esse dovrebbero essere tra le mani di tutti i giovani studiosi, se aspirar vogliono al sublime ed al grande.

Peri (Jacopo) da Firenze, uno di quei letterati musici su i principj del sec. 17.º, che radunandosi presso il conte Giovanni de' Bardi molto contribuirono con le loro ricerche, co' loro lumi, e con le loro composizioni eziandio, al miglioramento dell'arte (Veggansi gli articoli Bardi, Caccini, Corsi ec.) dopo che il Caccini ed il Peri posto avevano in note la Dafne del Rinuccini con incredibil successo, fu dal Peri medesimo con più accuratezza modulata l'Euridice, altra tragedia per musica di quel poeta, rappresentata in Firenze nel 1600 nell'occasione delle nozze di Maria de' Medici col re di Francia Arrigo IV. Questa può dirsi l'epoca nella quale ebbe origine in Europa la musica drammatica: trovansi nel dramma del Peri il recitativo, le arie, i cori, come si usano al presente, e benchè non fosse possibile in sul principio di trovar nella sua musica la perfezione dell'arte, vi regna tuttavia una certa semplicità preferibile a molti riguardi alla sfoggiata pompa della nostra. Nella prefazione a questa musica dell'Euridice, che fu impressa nello stesso anno, possono leggersi con profitto i principj filosofici che stabilisce il Peri ragionando sulla sua arte (V. Arteaga t. 1).

Perolle (M.), professore di medicina della università di Monpelieri, e membro dell'Accademia delle scienze di Torino, è autore di più dissertazioni sull'Acustica, nelle quali ha fatto parte al pubblico di molti importantissimi sperimenti sulla propagazione del suono. La prima è del 1783, col titolo di Dissertation anatomico-acoustique, Paris in 8.º; l'altre possono leggersi nel Journal de Physique, e sono — Sur les vibrations totales des corps sonores, 1789, t. 37; Sur les experiences acoustiques de Chladni et de Jacquin, 1799, t. 48; Recherches physiques sur le son, contenant des experiences rélatives à la propagation du son dans diverses substances tant solides que fluides; et un essai d'experiences qui tendent a déterminer la cause de la résonnance des corps, 1799 t. 49. Chladni assicura che gli esperimenti di M. Perolle intorno a questa materia sono i migliori (de l'Acoustica p. 321).

Perotti (G. A.) di Vercelli, accademico filarmonico di Bologna, e primo maestro di cappella di S. Marco di Venezia, è autore di una Dissertazione sul progresso e la decadenza della musica italiana, Venezia 1813. La società Italiana di Scienze, Arti, e Belle-lettere avendo proposto un premio per la miglior memoria su quell'argomento, questo premio venne aggiudicato al Sig. Perotti.

Perrault (Claudio), dell'Accademia delle Scienze, e cel. architetto ne' suoi Comentarj a Vitruvio da lui tradotto in francese ragiona a lungo sulla musica degli antichi, ed in oltre alla fine del secondo volume de' suoi Saggi di fisica vi ha di lui Dissertation sur la Musique des Ançiens, Paris 1680, nella quale sostiene che i Greci non ebbero cognizione della musica a più parti.

Perti (Giac. Antonio) da Bologna, fu uno de' più gran professori dell'antica scuola di quella città, ed uno degli autori classici per la musica di chiesa, le sue opere ne son modelli. Una maschia e ben fondata armonia, un'intelligenza ammirevole nelle disposizioni delle parti di un'arte, tanto più grande, quanto è più nascosta, ecco i tratti che dipingono quest'illustre maestro. Dopo di essere stato al servigio dei gran duchi di Toscana, passò a quello dell'imperatore, dove è restato quasi tutto il tempo di sua vita. Leopoldo e Carlo, che avevano molta stima per lui, e che intendentissimi eran di Musica, lo colmarono di onori e di considerevoli beni. Se questo compositore non si fosse reso molto celebre per le sue belle produzioni, lo sarebbe divenuto solo per essere stato il maestro del dotto P. Martini, il di cui merito, le conoscenze, la dottrina, le opere, e la riputazione formano l'elogio del Maestro. Perti morì in Venezia nel 1723.

Petri (Giovan Samuele), precettore di musica alla scuola normale di Halle, e professore nel ginnasio di Baudissin, racconta egli stesso come cominciò i suoi studj dal frequentare le pubbliche lezioni di canto, il che far dovrebbero, egli dice, tutti i giovani che ne hanno il comodo. Bach ne' suoi trattenimenti spiegogli quello, che sino allora aveva trovato d'oscurità nelle partiture di Telemann, di Graun, e del Sassone, o quello ch'era sfuggito alle sue osservazioni. Petri pubblicò quindi in tedesco la sua Introduzione alla musica pratica, Lauban 1767, ed essendosene spacciate prestamente tutte le copie, ne diede una seconda edizione più accresciuta e corretta nel 1782, in tre vol. in 4º. In quest'opera, che servir può di modello dello stile didattico, tratta della musica in generale, del basso continuo, e di tutti gl'instromenti in uso oggidì. A questo precede un'istoria breve sì, ma precisa e chiara della musica, dalla sua origine sino al sec. 18º.

Pfeffinger (Giacomo), mostrato avendo sin dall'infanzia gran disposizione per la musica, i suoi primi passi in quest'arte furono diretti in Strasburgo sua patria da Fil. Schmidt, letterato, musico, e filosofo. Con la guida di un sì abile maestro, fece de' rapidi progressi sul forte-piano, e nella conoscenza dell'armonia. Alla morte di Schænfeld nel 1790, il senato di Strasburgo lo nominò maestro di cappella della città e direttore della musica del Tempio-Nuovo. Fu a quest'epoca ch'egli cominciò a far della musica uno studio più particolare ed esatto; unissi allora col cel. M. Pleyel che era in quel tempo maestro di cappella della cattedrale, e confessa egli stesso dovere in gran parte il suo talento per la composizione a quell'insigne artista, che gli facilitò lo studio di questa bell'arte di appresso i principj di Fux. Intraprese nel 1791 insieme con Pleyel un viaggio in Londra, ove restò sei mesi, e quivi ebbe occasione di unirsi in amicizia coll'immortale Haydn, e di formare il suo gusto con lo studio e la perfetta esecuzione degli oratorj di Hendel, che a giudizio de' veri intendenti sorpassano ogn'altra composizione in questo genere in subblimità e bellezza musicale. Pfeffinger ha pubblicato circa a 18 opere, sì per il forte-piano che per il canto. Le di lui composizioni sono generalmente d'uno stile severo, ed annunziano della profondità di cognizioni nell'armonia. Il suo gusto è deciso esclusivamente per gli antichi.

Pfeiffer (Federico), bibliotecario dell'università di Erlang, e professore di lingue orientali, pubblicò quivi una dissertazione nel 1779 Sulla musica degli Ebrei, in 4.º, la più compita e la più perfetta opera che vi sia intorno a questa materia.

Piantanida (l'Abate), scolare di Fioroni milanese ha composto molta musica di chiesa, come mottetti, messe e vespri; il suo Miserere, il Credo sono in ispezialità molto pregiati. Quest'abate risiede attualmente in Milano.

Piccini (Nicolò), nato a Bari nel 1728, studiò la musica in Napoli sotto il famoso Leo da prima, e quindi sotto il cel. Durante, che lo distinse sempre con una particolare affezione in mezzo al gran numero de' suoi allievi, e palesogli tutti gli arcani dell'arte. Gli altri sono miei scolari diceva egli alle volte, ma questi è mio figlio. Dopo dodici anni di studio sortì Piccini finalmente dal Conservatorio nel 1754, sapendo tutto quello ch'è possibile di sapere in musica, e pieno di un fuoco, e d'un caldo d'immaginazione, che erano impazienti di fare la loro esplosione. Il principe di Ventimiglia palermitano fu il primo a produrlo in Napoli, lo propose al direttore del teatro de' Fiorentini, ove lungamente regnato aveva il Logroscino, e gli fece comporre l'opera Le donne dispettose. I partigiani dell'antico maestro formarono contro il nuovo una così possente cabala, che senza la fermezza e la generosità di quel principe, l'opera non si sarebbe rappresentata. Egli pagò anticipatamente al direttore una somma di 2000 ducati, per ristoro del danno che avrebbe ricevuto, se l'opera non sarebbe incontrata, ma fu essa molto bene accolta dal pubblico, e Piccini datosi animo di quel primo successo, compose negli anni seguenti le Gelosie, e il Curioso del proprio danno, che furono non meno della prima applaudite, e quest'ultima fu rimessa in iscena con nuovi applausi per quattro anni di seguito, il che non si era mai fatto in Italia. Il suo genio acquistava sempre delle nuove forze; e levossi ben tosto al genere serio nella Zenobia, ch'egli compose nel 1756, per il gran teatro di S. Carlo. Essa ebbe un incredibile incontro, che si è sostenuto tutte le volte che è stata replicata. L'Alessandro nell'Indie, e la sua famosa Cecchina, ch'egli scrisse in Roma, eccitò un'ammirazione che giunse sino al fanatismo. Non v'ha esempio d'un successo più di questo brillante, più meritato, più universalmente sostenuto. In tutti i teatri d'Italia venne eseguita la Cecchina, e produsse da per tutto lo stesso entusiasmo. In Roma contro all'usato, era questa da più mesi ancora in teatro, e Roma era per così dire tutta in romore per il suo successa, allorchè vi si trovò Jommelli che tornava da Stuttgard per venire in Napoli. Al suo arrivo, non sentì parlare che della Cecchina, e del suo autore: egli nulla ancora aveva inteso di lui, e quando era partito per la Germania, Piccini era ancora nel Conservatorio. Infastidito di tutto quel fracasso, sarà, disse egli in tuono di disprezzo, qualche ragazzo, e qualche ragazzata: andò la sera al teatro, ascoltò dal principio sino alla fine con somma attenzione, senza profferir parola, nè fare un sol cenno. All'uscita, una calca di giovani e di dilettanti il fermarono chiedendo il suo parere su quella musica: postosi in serietà, ascoltate, disse loro, la sentenza di Jommelli: questo è inventore. Egli compose nello spazio di venticinque anni 133 opere, di cui la più parte sono de' capi d'opera: vi si ammira un vigore, una varietà, una nuova grazia, e soprattutto uno stile brillante, animato, e l'unione sì rara di tutte le qualità, che dar possono la natura e l'arte al più sublime grado: egli ebbe il raro vantaggio di produrre molto, e di produrre sempre delle cose eccellenti. Piccini ammirato sì dagli esteri, che da' suoi compatriotti, era gagliardamente desiderato in tutte le Capitali d'Europa. Parigi ebbe la fortuna di possederlo per mezzo del marchese Caracciolo, quivi ambasciadore di Napoli, che molto amava Piccini, assicurandogli nell'invitarlo una sorte vantaggiosa per la sua numerosa famiglia. Le prime opere ch'egli scrisse in Francia, gli mossero dei nemici molto accaniti, e gli valsero degli elogj forse esaggerati: i francesi si divisero tra Gluck e Piccini, convenendo frattanto che e l'uno e l'altro aveva disteso i confini dell'arte, ed accresciuto i loro piaceri. Si sa con quale animosità sostennero i due partiti l'opinion loro. Alla testa de' partigiani del compositore tedesco distinguevasi l'ab. Arnaud, detto perciò il gran Pontefice de' Gluckisti: e Marmontel era il capo dei Piccinisti. Questa guerra fu tutta d'epigrammi e di motteggi: ma quel che fu più disgustoso per Piccini, si è che essa suscitogli degli intrighi imperdonabili: venne criticato della più odiosa maniera, e se gli fece finalmente aborrire il soggiorno di Parigi. Prese dunque il partito di tornare al suo paese, e partì per Napoli nel 1791. Il nostro Sovrano fecegli la più lusinghevole accoglienza, ordinogli tosto di scrivere pel teatro di S. Carlo, e gli accordò una pensione. Egli compose l'oratorio di Gionata per la quaresima del 1792, ed ebbe il più grande successo, ma avendo avuto l'imprudenza di palesare in Napoli i suoi principj sulla rivoluzione francese, rimase quivi perseguitato e in uno stato di abbandono, di oppressione e d'indigenza, ch'egli sopportò da uomo di coraggio e da filosofo. Allora fu ch'ei pose in musica un gran numero di salmi tradotti dal Mattei per alcuni monasteri, dove sono rimaste le partiture originali, l'autore non avendo l'agio di farseli copiare. Dopo che il re accordogli un passaporto, tornò finalmente in Parigi. Le inquietudini, i disagi provati nel lungo viaggio, alterarono la di lui salute. Dopo avere prodigiosamente faticato, la sua fortuna non era molto brillante; le sue pene morali accrebbero i suoi mali fisici; infermo e colpito di paralisia, non tardò a soccombere a' suoi dispiaceri. Egli morì a Passy nel 1800 di 72 anni. Piccini era dotato d'uno spirito vivace, esteso, e culto. La letteratura latina ed italiana eragli familiare allorchè venne in Francia, e pochi anni dopo non conosceva meno il fiore della letteratura francese. Parlava e scriveva con gran purità l'Italiano, i suoi principj della musica erano severi, avvengachè avesse egli contribuito più che verun altro compositore a dar loro dell'estensione e della flessibiltà. Qualunque ricchezza sapesse spargere al bisogno nella sua orchestra, disapprovava non pertanto il lusso d'armonia, di cui oggidì con troppa prodigalità si fa uso. Egli avrebbe voluto conservar sempre alla voce il suo primato, e che i disegni figurati degl'istromenti avessero sempre per iscopo di esprimer quello che le parole, o l'azione de' personaggi, o il luogo della scena stessa dinotano, e che la voce non può dipingere. Quegli accompagnamenti caricati senza necessità, senz'oggetto, come oggigiorno si usa, non gli sembravano che de' contrassensi ed abusi dell'arte. L'impiego simultaneo di varj stromenti, i continovi effetti d'orchestra, le masse indigeste d'armonia, ed una eterna affettazione di dissonanze, che sono oggi in gran moda, erano a suo parere una vera mostruosità. “Se a ciascuno degli istromenti, egli saviamente diceva, si riserbasse l'impiego, che la natura stessa gli assegna, si produrrebbero degli effetti variati, si giungerebbe a tutto dipingere, e a variare continuamente i suoi quadri; ma si getta tutto alla rinfusa, tutto ad una volta e sempre. Si stempera, s'indurisce così l'orecchio, nulla si dipinge al cuore, nulla allo spirito.” Chi bramerebbe più distinte notizie sulla vita, i sentimenti e le produzioni di questo illustre compositore, potrà consultar con profitto la biografia che pubbliconne nel 1801 il di lui amico M. Ginguené.

Piccini (Luigi), figlio ed allievo del precedente nato in Napoli, venne con lui in Parigi, e scrisse la musica di due drammi burleschi in francese che ebbe degli applausi. Nel 1791 tornò in Napoli con suo padre, e compose quivi Ero e Leandro, cantata per Mad. Billington; Gli accidenti inaspettati, e la Serva onorata, in Venezia nel 1793; l'Amante statua, in Firenze; la notte imbrogliata, in Genova; Il Matrimonio per raggiro. Dopo aver passato sei anni come maestro di cappella alla corte di Svezia, tornò in Parigi nel 1801, dove si è fatto onore con varie sue composizioni per teatro, che sono più conosciute in Francia che in Italia. Alessandro Piccini di lui figlio è nato in Parigi circa 1780; dall'età di 18 anni è professore di forte-piano. Studiò la composizione sotto il celebre M. Lesueur, ed ha scritto la musica di più drammi francesi: egli è ripetitore de' spettacoli della corte ed accompagnatore dell'Accademia di Musica.

Pichl (Vincislao), compositore e direttore della musica dell'Arciduca Ferdinando a Bruxelles, ed accademico-filarmonico, nel 1790 ha fatto imprimere in Amsterdam sino a 16 opere, contenenti concerti per violino, di cui è un ottimo professore, sinfonie, quartetti ec. Egli dimorò lungo tempo in Italia e dal 1780 sino al 1790 era in Milano; fu allora ch'egli propose al dotto P. Sacchi di risolvere la questione delle quinte successive, non trovandosi contento delle ragioni che da' maestri sono state prodotte. La lettera in risposta del Sacchi è diretta a M. Pichl, e stampata in Milano nel 1780.

Pigeon de Saint-Paterne (M.), interprete delle lingue orientali a Parigi, è autore d'un'erudita Memoria intorno alla musica degli Arabi, 1790. (V. Arteaga t. 2)

Pindaro nacque a Tebe nella Beozia sei secoli prima dell'era cristiana. Ebbe le prime lezioni di musica da suo padre, che suonava per professione il flauto, studiò quindi sotto Mirti la poesia e la musica. Questa donna distinta pe' suoi talenti si rese più famosa ancora per avere annoverato fra' suoi discepoli Pindaro e Corinna (V. il suo artic. t. 2). Si sa che i Beoti avevano molto gusto per la musica: quest'arte fu da Pindaro posseduta coll'estensione della poetica, essendo entrambe all'età sua unite insieme. Non bastando alla feconda sua vena gli antichi metri, ne inventò de' nuovi con altri nuovi ritmi eziandio per cantarli. Lo stromento, di cui si prevalse, fu il magade di corde immobili: egli riuscì abilissimo nella lira e nella cetra. (V. Requeno t. 1). Tutte le nazioni della Grecia lo ricolmarono di onori, ed egli riportò più volte il premio ne' conflitti di poesia e di musica. Pausania racconta, come in tempo dei giuochi pitici a Delfo egli si poneva a sedere coronato d'alloro sopra una scranna elevata, e dando di piglio alla sua lira faceva sentire quei suoni che rapivano, ed eccitavano da ogni parte grida d'ammirazione, e d'applausi (lib. 10 c. 24).

Pistocchi (Franc. Ant.) di Bologna, ottimo compositore del suo tempo è principalmente riguardato in Italia come il fondatore della moderna scuola di canto: essa si è resa celebre pel metodo d'insegnare, per la varietà degli stili, e pel numero de' primarj maestri e cantanti che ne sono sortiti. I più famosi allievi del Pistocchi, che divennero tanti Capiscuola in Italia, nel sec. 18º furono il Bernacchi, il Pasi, il Minelli, il Fabri tutti di Bologna, ed il Bartolino di Faenza. Tra i scolari del primo basta rammentare Guarducci, Amadori, Raff, e Mancini, che si è anche distinto fra i letterati pel suo bel libro intitolalo Riflessioni pratiche sul canto. “I cinque allievi di Pistocchi, dice il sullodato Mancini, benchè instruiti dal medesimo maestro, differivano tra loro per il metodo e per lo stile, ciascuno di essi essendo stato regolato secondo la naturale sua disposizione; e questo esempio basta per dare a divedere che un buon maestro non dee limitarsi ad un solo metodo co' suoi scolari, ma che per formare de' perfetti cantanti, egli deve, profondamente sapere le diverse maniere di dirigerli, e praticarle con giudizio. Chiunque avrà questo talento, sarà sempre apprezzato dalle persone dell'arte, ec.” Pistocchi fiorì sul principio del p. p. secolo, tra le sue composizioni è molto pregevole la sua opera 3, pubblicata in Bologna nel 1707, che contiene dieci duetti e due cantate a 3 voci.

Pitagora nacque a Samo cinque secoli innanzi l'era cristiana: intraprese lunghi viaggi presso le più culte nazioni, e dopo essersi arricchito di vaste conoscenze, andò a stabilirsi a Crotona in Italia, e vi formò una scuola, che si è resa celebre per i grand'uomini che produsse, sotto il nome di Setta Italica. Non volle Pittagora arrogarsi, come gli altri, il fastoso titolo di Savio, ma usò il primo il modesto nome di Filosofo, cioè amatore della Sapienza. In riguardo alla musica, che era da' Greci con ispezial cura coltivata, Pittagora vi si applicò profondamente, ed a lui generalmente si attribuisce l'averla ridotta a calcolo con qualche apparenza di scienza esatta. La sua teoria musicale, diversa da quella che formarono in appresso i di lui seguaci i Pittagorici, può vedersi bene sviluppata dal dotto ab. Requeno nella seconda parte de' suoi Saggi t. 1, e nella quarta al 2º t. p. 189, egli dà a divedere che questo grand'uomo, benchè senza pretenderlo, desse origine ad un nuovo sistema armonico, non si discostò in nulla dall'antichissima musica degli anteriori greci, nella quale fu abilissimo; che egli non fu, come da tutti gli scrittori moderni si vocifera, l'inventore del sistema armonico de' posteriori pittagorici: ma che co' suoi calcoli altro non fece che scoprire nell'antico sistema aritmetico gl'intervalli consoni, e notare le distanze della fondamentale, in cui si trovavano. “Era Pitagora assai grande filosofo, egli dice, per innalzare un sistema armonico da' pochi fatti scoperti e verificati nell'antico sistema, fin allora applaudito nella nazione. Le ragioni delle consonanze, da lui comunicate a' suoi scolari, e da questi malamente intese, furono generalizzate e prese in astratto da' medesimi, ed a poco a poco co' calcoli, senza fondamento di sperienze armoniche, si allontanarono dall'antico sistema aritmetico di modo tale che ne crearono un altro pieno di errori e di supposizioni, le quali fanno poco onore a' loro seguaci” (p. 199 t. 2). Il racconto de' suoni armonici trovati da Pitagora da' pesi diversi de' martelli d'un ferrajo, e del gran numero delle maraviglie, che si pretende aver operato questo filosofo per mezzo della musica, per quanto sia stato ricevuto da' Greci e Latini, dagli antichi e moderni, dee nondimeno riporsi fra le favole greche, e riggettarsi come privo di verisimiglianza, non che di verità. Il Montucla, lo Stillingfleet, e M. Chladni hanno osservato non essere conforme alla natura il formare un'armonia sensibile co' martelli battuti su l'incudine, e molto più colle corde tese da tali pesi, essendo i suoni piuttosto come le radici cubiche inverse de' pesi, e come le radici quadrate della tensione (Acustiq. p. 100).

Pitagora (Zacinto), diverso dell'antecedente fu capo d'una setta di musici secondo ciò che ne riferisce Aristosseno (Harmonic. p. 36). Da costui si rileva altresì ch'egli abbia scritto sulla musica, e secondo Ateneo (Lib. XIV) fu inventore di un nuovo strumento musico detto Tripode, l'uso del quale, egli dice, durò per breve tempo, o perchè era difficile a maneggiarsi, o per qualche altra ragione. Questo instrumento, che fu in tanta ammirazione, subito dopo la di lui morte, passò in disuso e in dimenticanza. Pittagora fioriva circa cinque secoli prima di G. C.

Planelli (cav. Antonio), letterato napoletano, uomo fornito di ottime cognizioni, di gusto delicato, e dolcissimi costumi, come dice il Mattei (Nuovo sist. d'interpret. i trag. Greci), pubblicò in Napoli un eccellente libro intitolato: Dell'opera in Musica, in 8vo, 1772. Nella Sezione 1 dimostra egli che s'intenda per opera in musica, fa la storia de' suoi progressi e perfezione, e tratta assai dottamente delle belle arti in generale. La Sez. 2 tratta del Melodramma. Nella 3, Sezione della musica teatrale, dello stile proprio di ciascuna passione, e di ciascuna parte di questa musica, della differenza tra la musica antica e la moderna. La Sez. 4 si occupa della Pronunziazione dell'Opera in musica. Le sez. 5 e 6, trattano della Decorazione e della Danza dell'opera in musica; e l'ultima della Direzione, e Necessità, che ha l'opera in musica del buon ordine, e come vi vada procurato il pubblico costume. Questo trattato è ben scritto, e molto interessante: da per tutto vi regna una non ordinaria erudizione, e buona lettura d'Autori antichi, de' quali l'A. ha saputo fare uso ove bisognava, e ben giudiziosamente. “Egli abbraccia, dice l'ab. Arteaga, in tutta la sua estensione il suo oggetto. Le sue osservazioni circa le belle arti in genere, e circa la musica, e direzione del teatro in particolare sono assai giudiziose e proficue, e da pertutto respirano l'onestà, la decenza e il buon gusto.” (Disc. prelim.)

Platone, il celebre filosofo; nato in Atene passò la sua giovinezza nello studio della musica e delle belle arti compagne: confessa egli stesso, che prima che entrasse nella scuola del pitagorico Archita, aveva egli imparata la musica degli antichi greci in iscuola, e nel tempio ove con gl'altri suoi pari concorreva al canto delle leggi di Solone ne' giorni festivi: onde è che ne' libri della Repubblica si dichiara egli a favore di quest'arte per l'educazione. Platone, già filosofo e calcolatore di sublime e audace ingegno per l'invenzione, osservando la dissonanza degli stromenti accordati da' Pittagorici, e la concorde melodia di quegli, che i greci antichi avevano lasciati per l'uso de' tempj e della giovanile educazione; per non iscreditarsi co' filosofi e per farsi nome con gli ignoranti pratici suonatori, stabilì, che la musica pitagorica co' suoi calcoli dovesse destinarsi allo studio della natura, e l'antica allo studio della religione e del costume. Per far valere questa sua maniera di pensare, ci descrisse nel Timeo con le armoniche proporzioni de' pitagorici la formazione dell'universo, e ne' libri della Repubblica si dichiarò contro tutte le novità introdotte nell'arte più severa degli antichi greci; e sì nell'una che nell'altra opera mostra, non essere egli ignorante, anzi eruditissimo in ambidue i sistemi di musica antico e moderno. Sentì egli sì bene l'insufficienza del calcolo armonico ne' suoni degli instromenti, e quindi relegò l'armonia pitagorica alle sfere, ove con le leggi de' tetracordi potessero spiegarsi i loro movimenti, e la loro formazione con l'altra dell'universo da non falsificarsi mai cogli stromenti armonici. Platone fu tre volte in Sicilia, ed ebbe quivi lezioni di musica da Metello d'Agrigento (v. Requeno t. 1). Morì finalmente in Atene circa 347 anni prima di G. C.

Playford (John), mercante di musica, ed abile pratico in Londra è autore di una buona opera intitolata: Introduction to the skill of music, ossia Introduzione all'arte della musica, la di cui terza edizione è del 1697. Il suo ritratto si trova nella storia di Hawkins.

Pleyel (Ignazio), nato in Austria nel 1757, studiò la composizione sotto il grande Haydn in Vienna, e fu il solo allievo ch'egli avesse fatto di proposito. Nel 1786, Pleyel viaggiò in Italia, e fu da per tutto accolto della più distinta maniera: scrisse l'Ifigenia opera seria italiana, la di cui musica ebbe grandissimo incontro in quella patria dell'armonia. Nel 1787, venne egli chiamato a Strasburgo come maestro di cappella, coll'onorario di quattro mila franchi, e dopo alcuni anni si è stabilito in Parigi come mercante di musica e di cembali a piano-forte. La più parte delle sue composizioni sono state impresse a Offenbach presso il maestro di cappella André, autore del Giornale di musica per le dame. Pleyel benchè abbia preso l'Haydn per archetipo della sua musica strumentale, ha cercato nondimeno di semplificare la melodia collo scemare gli accordi e scarseggiare di transizioni, onde i suoi lavori sono meno di quelli del suo maestro dignitosi e robusti: ma in compenso la sua armonia ha una chiarezza, una grazia, che penetra facilmente e contenta l'orecchio degli ascoltanti. Egli ha composto di recente due opere di quartetti d'uno stile più forte, e d'un'armonia più piena e robusta degli antecedenti.

Plinio il seniore, nato in Verona, benchè abbia servito nelle armate di più Imperatori, trovò da per tutto il tempo di darsi allo studio più profondo della natura. Perì egli nella famosa eruzione del Vesuvio l'anno 79 di G. C. allorchè restaron sepolte sotto le sue ceneri Ercolano, Pompeja e molte altre città della Campania. La sua storia naturale in 37 libri è una delle più importanti opere che ci sopravanzino dell'antichità. Nel libro XI c. 51 tratta egli della voce e del canto, e nel lib. XVI c. 36, rapporta in qual maniera costruivansi le differenti specie di tibie o di flauti. (V. Forkel, Hist. de la Mus. t. 1)

Plotino, filosofo della scuola de' posteriori Platonici, di cui riferisce nella di lui vita Porfirio suo discepolo, ch'egli era profondamente instruito in tutte le scienze, come ancora nella musica, benchè esercitato non si fosse nella pratica. Che Plotino fosse versato nella teoria della musica facilmente rilevasi dalle sue opere, ove ad esempio di Pitagora e di Platone spiega col mezzo delle leggi dell'armonia le cose naturali, come per esempio i movimenti de' corpi celesti, e quelli della nostr'anima. (V. Fabric. Bibl. Gr. t. 4)

Plutarco, nato a Cheronea nella Beozia, uomo di una erudizione universale, fiorì dall'impero di Nerone sino a quello di Adriano, e dopo essere stato più volte in Roma morì in sua patria circa l'anno 120 di G. C. Benchè in molte delle sue opere parli egli della musica, due lascionne frattanto che trattano espressamente della medesima. L'una di queste può considerarsi come un compendio benchè oscurissimo della musica teorica, ed è il suo Comento sul Timeo di Platone: l'altra è puramente istorica, ed è il suo Dialogo sulla musica, che M. Burette ha tradotto in francese con lunghi comentarj e note, come veder si può in più volumi, delle Memorie dell'Accad. delle Inscrizioni. Gli interlocutori di quel dialogo sono Lisia puro pratico, e Soterico letterato di Alessandria; questi non danno che una mal digerita storia, dell'origine e de' progressi dell'antica musica e dell'utilità dell'armonia. Plutarco per bocca di Soterico (dice l'ab. Requeno) “vuole spiegarci i tre generi di musica diatonica, cromatica ed enarmonica: lo fa però così superficialmente e con tanto disordine d'idee, che si scuopre ignorante del piano e de' precetti, su de' quali ragiona; e solamente si rende stimabile per mostrarci lo stato, in cui era allora questa famosa arte.” (Tom. 1, pag. 284)

Poisson (Leonardo), curato di Marcangis, diocesi di Sens, morto in Parigi nel 1753, è autore d'un'eccellente opera intitolata: Nouvelle méthode, ou Traité théorique du plain-chant, Paris 1745 in 8vo, vi si trovano de' fatti curiosi, delle preziose ricerche e delle nuove dottissime osservazioni.

Poisson (M.), professore di geometria nella scuola Politecnica, è autore di una Memoria sulla teoria del suono, che si trova nel t. VII du Journal ec. Chladni loda le sue ricerche come assai dotte (V. Acoustiq. p. 293).

Polluce (Giulio) di Naucrate nell'Egitto, fu in Roma per la sua erudizione, assai caro all'Imperatore Commodo, e per di lui ordine diè scuola di umane lettere in Atene, ove morì in età di 58 anni. Tra le sue opere una ve n'era intitolata Certamen musicum, di cui fa menzione Suida, e che si è perduta; nel suo Onomasticon, ossia Vocabulario in X libri, che tuttora ci rimane, vi ha molte notizie intorno agli istromenti di musica in uso presso gli antichi, delle quali molto ne ha profittato il Requeno trattando della divisione degli stromenti, tom. 2, p. 404.

Ponce (Niccolò), celebre incisore, non che distinto letterato in Parigi, nel 1805 diè al pubblico una memoria molto interessante Sur les causes des progrès et de la décadence de la musique chez les Grecs. (V. les Quatre Saisons du Parnase p. 264)

Ponzio (Pietro), nato in Parma nel 1532, abbracciò lo stato ecclesiastico. Dotato delle più felici disposizioni per le scienze, e le arti, e con ispezialità per la musica, fu chiamato circa 1550 a Bergamo per maestro di cappella della cattedrale, donde passò in Milano, e quindi fè ritorno in Parma, ove morì nel 1596. Abbiamo di lui Ragionamento di musica, Parma 1588, dedicato al conte Bevilacqua di Milano, gran partigiano della musica. Dialogo, ove si tratta della teoria e pratica di musica, dedicato all'accad. filarmonica di Verona, Parma 1595. Egli è diviso in quattro libri, e sono gli interlocutori il conte Alessandro Bevilacqua, il conte Sarego, ed il conte Marco Verità: opera pregevolissima per la dottrina di quel tempo.

Pope (Alessandro), celebre poeta inglese del secolo 18, di cui vi ha un'Ode sulla musica, per la festa di S. Cecilia, che è un'imitazione di quella di Dryden sullo stesso soggetto: M. Hennet nella sua Poétique Anglaise (3 vol. in 8, Paris 1806), e M. de Valmalète nel 1808, ne hanno data la traduzione francese.

Porfirio, filosofo nato a Tiro l'anno di G. C. 223, dimorò per alcun tempo in Sicilia, donde passò in Roma, ove morì sul cominciare del 4.º secolo. Egli scrisse molto sulla musica, alla maniera de' nuovi platonici, ne' suoi Commentarj sugli Armonici di Tolomeo, che il Dott. Wallis pubblicò il primo, benchè imperfetti, a Oxford nel 1699.

Porpora (Niccolò), uno de' più celebri maestri di Napoli, dove stabilì una scuola di canto, che ha forgiati i più gran cantanti del 18º secolo, come Farinelli, Cafarelli, Salimbeni, Hubert detto il Porporino, la Gabrieli ec. che si sono fatti ammirare in Europa quai prodigi di melodia. Egli era inoltre profondo nella teoria, e nella pratica del contrappunto, ed ebbe la gloria, essendo in Vienna in casa dell'ambasciatore di Venezia, d'insegnare al grand'Haydn la buona ed italiana maniera di cantare, e quella pure di accompagnare al cembalo, mestiere molto più scabroso di quello che si crede, e che pochi fra i maestri medesimi possiedono perfettamente. Nell'articolo di Carlo VI, e in quello di Haydn (tom. 2, p. 22, 199), abbiamo riferiti alcuni aneddoti relativi al Porpora; egli fu inoltre maestro in Dresda della principessa elettrice di Sassonia M. Antonia Valburga, alla quale dedicò poi l'Eximeno l'opera sua sulla musica. In questa corte ebbe tale stima il Porpora, che ne divenne infin geloso lo stesso Sassone: in Londra fu il rivale di Hendel. La chiesa, la camera e 'l teatro sono stati arricchiti da' suoi capi d'opera, e spesso i Pontefici hanno creduto di fare un dono gradito ai principi regalandoli di un originale di Porpora. Il carattere generale della di lui musica è il grande ed il serio: ma si è di accordo nel dire che quanto è maraviglioso nel cantabile, altrettanto è egli stentato negli accompagnamenti delle sue arie. Ciò però gli è comune con tutti i buoni maestri del suo tempo, Vinci, Leo, Pergolesi ec., perchè la semplicità e l'economia delle note, che costituiscono la grazia, e l'espressione del canto, rendono la musica instrumentale arida e scipita; ma tutti i compositori lo riguardarono sempre come loro modello nel recitativo, Porpora può dirsene il padre, egli trovò la vera declamazione musicale. Morì tuttavia in Napoli nell'estrema indigenza nel 1767, di 82 anni.

Porpora, altro maestro italiano dello scorso secolo, di cui raccontava il Jommelli, che sebbene non fosse stato sprovveduto di merito in riguardo alla cognizione teorica e pratica della musica, si rese però ridicolo per non capire il senso delle parole che metteva in note. Obbligato una volta a mettere in musica il Credo, alle parole Genitum, non factum, credette a proposito l'introdurvi il coro, il quale, mentre un cantante diceva da una parte, genitum, non factum, rispondeva, factum non genitum. Il pezzo fu eseguito, ed applaudito: ma qualcuno dinunziò Porpora all'Inquisizione come empio. Egli si difese con dire che non sapeva il latino, e sembrò di tanta buona fede, che i giudici, meno severi allora, che non l'erano trent'anni avanti, rimandarono via l'accusato. Un'altra volta dovendo mettere in musica l'aria Superbo di me stesso, fece che l'attore dopo aver detto questo primo verso, gridasse poi con enfasi, Andrò portando in fronte: seguiva una gran pausa, e non si sapeva ancora cosa andasse costui portando in fronte, quando con una uscita di corno gliela fece annunziar chiaramente in mezzo alle risa di tutto il teatro.

Porta (Costanzo), francescano di Cremona, fu condiscepolo del Zarlino sotto Adriano Willaert, e uno de' primi compositori del suo secolo per la musica di chiesa: il P. Martini facevane gran conto, comechè fosse più adatta a soddisfar l'occhio anzichè l'orecchio. Egli fu maestro di cappella a Padova, a Ravenna, e finalmente a Loreto, dove morì nel 1601.

Porta (Berardo), nato in Roma circa 1760, fu allievo del Magrini che lo era stato del cel. Leo. Egli fu dapprima maestro di cappella a Tivoli e direttore d'orchestra: compose molte opere, oratorj, e musica strumentale. Tornò quindi in Roma al servigio del principe di Salm ch'era prelato in quella corte, ed ebbe la sopravvivenza di Anfossi sì per i teatri, che per le cappelle, ma la rivoluzione gli fè perder tutto, e nel 1798 venne in Parigi, dove ha scritto più opere per quel teatro: egli vi si è stabilito, e vien riputato colà come uno de' migliori maestri di composizione.

Portogallo, compositore portoghese per teatro stabilito da più anni in Italia: nel magazzino del Ricordi in Milano vi ha di lui impressa la musica de' seguenti drammi: Il ritorno di Serse; Idante, opere serie. Lo spazza camino; la Donna di genio volubile; Oro non compra amore; I due gobbi, burlesche. Il filosofo; la maschera fortunata; il Ciabattino, farse.

Poulleau (M.) è l'inventore di un nuovo stromento a tasti, detto l'orchestrino, che è brillante, espressivo e canta assai bene. A siffatte pregevoli qualità unisce inoltre il vantaggio di potere imitare il violoncello e la viola in maniera a produrre una compiuta illusione. Benchè l'imitazione del violino sia di minor effetto, tuttavia un suonator di forte-piano produce con questo strumento egli solo l'effetto di un quintetto composto di due violini, viola, violoncello e basso. Poichè l'orchestrino sostiene e fila i suoni per mezzo di un arco, e fa passar quelli gradatamente dal piano al forte, e dal forte al piano, egli ha perciò la varietà di esecuzione del pari che gli stromenti ad arco nei canti, che esiggono delle note legate, staccate, sostenute, o pizzicate. La di lui forma è di un piccolo clavicembalo; le sue corde sono di budelli, ed il suo arco riceve movimento per mezzo di una ruota che si fa girare col piede.

Prandi (Girolamo), pubblico professore di filosofia morale, e di dritto di natura nell'università di Bologna, nel 1805 all'occasione del solenne aprimento delle scuole comunali filarmoniche di quella città recitò una dotta Orazione sulla musica. Rintraccia in essa l'origine prima di quest'arte, ne segue i progressi da filosofo osservatore, e tutti i vantaggi descrive di questo mirabile ritrovato, ch'egli attribuisce al tedio ed alla noja: il tutto è descritto con istile purgato e sublime.

Prati (Alessio), nato a Ferrara circa 1736, fu un gran maestro, compositore di molto gusto e generalmente stimato. Nel 1767 venne a Parigi e scrisse per quel teatro con molto successo, si rese quindi a Pietroburgo, ove fu similmente applaudita la sua musica. Dopo un'assenza di 17 anni tornò in Italia, e scrisse in Firenze l'Ifigenia nel 1784, che ebbe uno straordinario incontro, nè meno prodigioso fu quello che riportò in Monaco di Baviera per la sua Armida abbandonata nel 1785, per cui divenne maestro di cappella dell'elettor palatino. Non godette molto però della sua fortuna, poichè finì di vivere in Ferrara sul principio del 1788. Vi ha di lui molta musica sì vocale, che strumentale impressa in Parigi, a Lione, in Berlino ed in Londra.

Predieri (Luca-Ant.) da Bologna, fu quasi per tutto il corso di sua vita al servigio della corte di Vienna. Tenuto in conto de' più valenti maestri del suo tempo, fu uno di quelli che più felicemente han saputo unire l'antico gusto al moderno. Fornito di bella immaginazione e di una gran verità di espressione, aveva moltissimo spirito, e la sua conversazione si rendeva molto piacevole: l'Imperatore Carlo VI, che aveva particolare stima di lui, si prendeva spesso piacere di contender seco lui. Egli fu il primo a mettere in musica gli Oratorj del Metastasio, il Sagrifizio di Abramo nel 1738, e l'Isacco nel 1740, come ancora più drammi dello Zeno e del Silvani. Morì egli in Bologna sua patria nel 1743.

Pretorio (Michele), il di cui vero nome di famiglia era Schulze, fu priore del monastero de' benedettini a Ringelheim, e maestro di cappella dell'elettore di Sassonia e del duca di Brunswick; celebre come compositore ed autore altresì di più opere sulla musica, morì a Wolfenbuttel nel 1621. La sua principale opera è il Syntagma Musicum, in 3 vol. in 4º ch'è divenuta rarissima.

Prinz (Wolfango), distinto contrappuntista ed autore di musica, morì nel 1717 di 76 anni. Scrisse egli stesso la sua vita, di cui ve ne ha un estratto presso Mattheson e Walther: ecco il catalogo delle sue opere, che sono in gran pregio presso i tedeschi. 1. Instruzione nell'arte del canto, 1686; 2. Compendium musicæ, etc. o Compendio di tutte le cose necessarie a quelli che vogliono imparare la musica vocale, Lipsia 1714; 3. Descrizione istorica dell'arte del canto, Dresda 1690; 4. Il compositore satirico, 3 vol. 1679; 5. Exercitationes musicæ theoretico-practicæ, Dresda in 4º, 1689, oltre più opere manoscritte teoriche e didattiche sulla musica.

Profilio (Giuseppe), nato in Palermo nel 1718, fu prete e dottore nell'uno e nell'altro dritto: studiò la musica sotto la direzione del maestro Pozzuolo profondo contrappuntista di que' tempi. All'età di 42 anni il suo amore per la solitudine abbracciar gli fece il posto di organista, e maestro di cappella offertogli dai PP. Benedettini dell'insigne monastero, di S. Martino, alcune miglia lontano da Palermo. Tra le altre rarità, di cui abbonda questo monastero vi ha un magnifico organo, opera in origine del cel. Lavalle, indi dal peritissimo costruttore di questi stromenti Baldassare di Paola palermitano, alcuni anni sono defunto, migliorata ed accresciuta sino al numero di 72 registri, fra' quali sonovi molti strumenti di orchestra bene imitati, l'intera banda militare, l'eco, un armoniosissimo e sonoro ripieno coi contrabbassi a tuono di quaranta, e quattro tastature per suonarsi in concerto da tre diverse persone. L'ab. Profilio mostrò una particolare abilità nella maniera di suonare questo grand'organo, l'armonia che sapeva trarne, e 'l possesso con cui lo maneggiava, dilettava e sorprendeva del pari. Persuaso della massima, che ripeteva sovente, cioè che allora suona bene l'organo quando canta, volle sempre suonando imitare la voce che canta: egli aveva la grand'arte di sapere adattare ad ogni registro, secondo lo strumento che egli rappresenta, quel genere di musica che più gli conveniva, non usando tuttavia altro stile se non il più analogo alla maestà del luogo, ed alla gravità delle auguste cerimonie della religione; pregio assai raro agli organisti de' nostri giorni, i quali o per non sapere produrre improvvisando, o per voler solo solleticare gli orecchi, ripetono sull'organo ariette di teatro, rondò, balletti: il che è a mio avviso una profanazione del luogo santo. Profilio aveva fatti, stando in città, molti allievi, il suo metodo particolare di solfeggio formò de' buoni artisti e non pochi dilettanti eziandio di ragguardevol nascita: proseguì a dar lezioni in quel monastero a' religiosi giovani di suono e di canto, e ad alcuni di composizione ancora, fra' quali merita il primo luogo il P. D. Bernardo Platamone, oggidì Priore degnissimo, che alle altre sue profonde cognizioni in più scienze unisce quella della musica sì teorica, che pratica. Abbiamo del Profilio delle Regole di accompagnamento ordinate con buon metodo, ed alcune composizioni per chiesa che dimostrano più scienza che gusto. Dopo una dimora di 23 anni in quel monastero, ove per la regolarità di sua condotta, e la dolcezza de' suoi costumi erasi conciliata la venerazione e la stima di tutta quella rispettabile comunità, finì quivi i suoi giorni in età di 65 anni nel 1783.

Provedi (Francesco). Sanese, di cui nel tomo 50 degli opuscoli scientifici e filologici Ven. 1754, vi ha Paragone della musica antica e della moderna in quattro ragionamenti. Nel primo tesse brevemente la storia della musica, fa vedere l'uso e la stima che ne facevano i Greci, e 'l pensiero che si prendevano per conservarla nella sua purezza: ne' due seguenti ragionamenti passa egli a paragonare la musica greca colla moderna: nel quarto prova, che una delle prime cagioni che imperfetta rendono la musica moderna, è stata la poco propria maniera, colla quale trattata è da' suoi scrittori. Il Giornalista di Modena credette per isbaglio che Provedi fosse stato Coltellinajo di professione; questo era un secondo nome di famiglia (Stor. letterar. d'Ital. t. X, 1757). Nel 1743 nacque in Siena una questione fra Fausto Fritelli maestro di cappella della cattedrale, e Francesco Provedi circa il sistema di musica più perfetto, e se debba preferirsi quello di Guido Aretino, o quello di Anselmo Fiammingo. Il Coltellinajo ad istanza degli amici pubblicò il suo parere in una Lettera in favore di Guido, e da essi ne furono mandate copie in diverse parti; ma Provedi persuaso del profondo sapere del P. Martini, a lui rimise il giudizio della sua Lettera e della risposta del Fritelli suo avversario. Non sappiamo in favore di chi sia stata la decisione del Martini.

Psello (Michele), scrittore greco del secolo XI sotto l'Imperatore Costantino Ducas, del cui figlio Michele fu precettore, morì nel 1078. Nella sua opera De quatuor mathematicis scientiis, tratta egli della musica. “Gli scritti di Psello, dice l'ab. Requeno, per il titolo e per il contenuto mostrano la barbarie dell'età sua. Scrisse del quadrivio, sotto il cui nome allora s'intendevano l'aritmetica, la musica, la geometria e l'astronomia. Intorno alla musica, se ci deve servire di regola uno scrittore per giudicare dello stato, in cui essa allora trovavasi, si conchiuderà, o che all'età di Psello si erano cambiati non solo i nomi tecnici, ma la sostanza altresì degli armonici intervalli, o che era egli stesso sommamente ignorante dell'arte e de' differenti sistemi” (V. Saggi t. 1. c. 14).

Puccitta (Vincenzo), eccellente maestro italiano, e compositore del nostro tempo di molto buon gusto e di nuovo stile per teatro. Verso il 1807 egli fu in Londra; le sue opere, dice il Dottor Pananti, trenta volte e più ripetute in quel teatro hanno avuto i più meritati applausi, la sua bella musica è stata avidamente accolta dal pubblico (V. poeta di teatro, t. 2, Londra 1809, pag. 332 not. 5). Nel magazzino del Ricordi si trova di lui impressa la musica dei drammi Teresa e Wilck; Zelinda e Lindoro; i Due Prigionieri; il Puntiglio.

Puckeridge, irlandese, fu il primo inventore dell'armonica. Nel 1760 avendo osservato il suono prodotto dallo strofinamento della sommità di un bicchiere con un dito bagnato, provossi il primo a formare uno stromento armonioso col porre sopra una tavola un certo numero di bicchieri di varie grandezze e ripieni d'acqua a metà. Puckeridge morto giovane non ebbe l'agio di perfezionare la sua scoverta, il che fece di poi il Dottor Franklin.

Pugnani (Gaetano), di Torino, fu scolare di Somis, suo compatriota ed uno de' migliori allievi di Corelli. Trovandosi già ben fermo sul violino, andò a visitar Tartini in Padova per consultarlo sulla sua maniera di suonare, pregandolo di dirgli francamente il suo parere. Egli ricominciò il suo studio sotto la direzione di questo gran maestro, e si fermò per alcuni mesi in Padova. Viaggiò quindi in molti paesi dell'Europa, e si fermò lungamente in Inghilterra, dove compose una gran parte della sua musica pel violino, e fece eseguire in Londra la sua opera Annetta e Lubino, e tornò in Italia verso il 1770. Fondò in Torino una scuola di violino, come il Corelli a Roma, e il Tartini a Padova; dalla quale sono sortiti i primi suonatori della fine dello scorso secolo, come Viotti, Bruni, Olivieri ec. È da rimarcarsi che i suoi allievi sono stati molto abili nel reggere l'orchestra: egli era questo il principale talento del maestro, ed egli aveva l'arte di trasmetterlo altrui. “Pugnani dominava nell'orchestra, dice Rangoni, come un generale in mezzo a' suoi soldati. Il suo arco era il bastone di comando, a cui ubbidiva ciascuno colla maggior esattezza, ed egli richiamava tutti a quella perfetta unione, ch'è l'anima del concerto. Penetrato dal principale oggetto, cui dee proporsi ogni valente accompagnatore, cioè di sostenere e far distinguere le parti essenziali, prendeva così prestamente e gagliardamente l'armonia, il carattere, il movimento e 'l gusto della composizione, che ne imprimeva al momento stesso il sentimento nello spirito dei cantanti e di cadaun membro dell'orchestra.” (Saggio sul gusto della musica, Livorno 1790). I dettagli della vita privata del Pugnani offrono dei curiosi aneddoti. Trovandosi un giorno aux délices in Parigi, Voltaire recitò alcuni suoi versi che Pugnani ascoltò colla più grande attenzione. Mad. Denis pregò in seguito Pugnani a suonare alcun pezzo di musica sul suo violino, ma inquietatosi che Voltaire proseguiva a parlar alto, e turbava la sua esecuzione, rimettè lo strumento in sacca, questo M. de Voltaire, egli esclamava, sa far de' bei versi; ma per la musica non se ne intende un diavolo. Suonando una volta un concerto in una gran compagnia, al far la cadenza, esce fuori di se, e credendosi solo si mette a girar per la camera senza avvedersene, finchè alla fine della sua cadenza sentì ripigliare tutta l'orchestra. La musica di Pugnani è pregevole per una eloquenza nerboruta e brillante; le idee vi si succedono con ordine senza allontanarsi dal soggetto: pochi artisti han saputo meritare, com'egli, l'ammirazione per il loro talento e la stima per la loro persona. La grandiosità della sua esecuzione rispondeva perfettamente alla dignità del suo contegno. Morì in Torino nel 1798 in età di 70 anni.

Puteano (Ericio), o Enrico Dupuy, governatore di Lovanio, e storiografo del re di Spagna; fece i suoi studj in Colonia, a Padova, e in Milano. Egli fu uno de' più dotti uomini del secolo 17. Delle molte sue opere non citeremo qui che quella da lui pubblicata in Milano nel 1599, col titolo: Pallas modulata sive septem discrimina vocum etc. in 8vo, di cui vi ha una seconda edizione in Lovanio del 1615, col titolo: Musathena. Egli vi propose un nuovo metodo di solfeggio, con aggiungervi una settima sillaba. Quest'innovazione recò scandalo ai pedanti del suo secolo, ma trovandosi più utile il suo metodo fu quindi generalmente abbracciato.