CAPITOLO IX.
ROSSI.
Se non vi fossero schiavi, non vi sarebbero tiranni, e non vi sarebbero tiranni se non vi fossero satelliti!
(Autore conosciuto.)
La tirannide è figlia della corruzione dei popoli, e quanto più una nazione è demoralizzata, tanto più facile riesce al despotismo di aggiogarla.
Su mille individui novecento e più cercano un impiego, e novecento genitori sono felicissimi quando lo trovano per i figli, poco importa se sia per fare il birro o l'usciere.
Dal becchino al capo dello Stato tutti sono impiegati o cercano d'esserlo. Riesce ad una metà della Nazione di viver grassamente per isgovernare ed impoverire l'altra. E poi tutti ci vengono a rompere le scatole colla libertà, l'eguaglianza e la fratellanza umana!!
È pure sconfortante ma vero: il solo che vuol libertà è lo schiavo! Chi vuole uguaglianza è il povero! Fate lo schiavo padrone, ed il povero ricco. Il primo sarà spesso più severo del tiranno. Ed il povero, divenuto ricco, vorrà misurare col bastone l'uguaglianza tra lui ed i miserabili suoi antichi consorti.
Eppure noi non dobbiamo disperare d'un avvenire migliore ove si pervenga a menomare i pervertitori dell'umana famiglia, neri, ciondalati o in livrea. Ma sicuramente ci vuole uno o più cataclismi, che scuotano l'umanità sino alle fondamenta e ne scaraventino alla superficie elementi più idonei al perfezionamento delle razze.
Passandomi per la mente l'educazione del popolo, in predicamento universale, come rimedio ai mali umani (e confesso, essere in fondo della stessa idea), la misantropia, figlia forse degli anni e dei malanni, mi presenta la seguente quistione: Ma gli educati sono essi migliori degli altri? I letterati, i dottori sono forse migliori delle plebi?
Oh si! io ne conosco dei buoni, ne conosco che preferiscono ogni privazione al prostituirsi davanti alle brutture della terra, ma sono pochi infelicemente. E se si volesse cercare della gente onesta non ne manca anche in questa Italia infelice.
Ma il timone della nave è guasto. Rattopparlo? È troppo marcio per poterlo emendare. Cambiarlo? Sì! cambiarlo è l'unico rimedio. Faccenda ardua, lo capisco dalla massa di corruzione accumulata tra queste belle e sventurate popolazioni.
Infine non disperiamo, giacchè al male si conosce il rimedio, la cui applicazione giunge sovente quando è meno aspettata.
La notizia della morte di Rossi a Roma e la vittoria del popolo sui mercenari pontifici troncarono quello stato d'incertezza febbrile e di pericolo permanente in cui si stava a Ravenna di venir alle mani colla truppa.
Il Governo Pontificio voleva imbarcare i Volontari col pretesto d'inviarli a Venezia, ma in realtà per isbarazzarsene. Il popolo non voleva che fossero imbarcati, allegando con ragione esser i Volontari assai più utili per difendere la linea del Po, minacciata dal vittorioso Radescky.
I mercenari consegnati nei loro quartieri, coi cannoni pronti, e miccie accese, erano disposti a precipitarsi al primo segno sulla popolazione. I coraggiosi Ravennati, poco curanti sulla minacciosa soldatesca, riunivano, preparavano fucili, e lavoravano giorno e notte per far cartuccie.
Ravenna presentava una fisonomia eccezionale: poca era la gente che s'incontrava per le strade, e quei pochi scivolavano sul pavimento come se fosse infiammato, guardandosi attorno per non essere sorpresi. Il contegno di quella prode popolazione era quale si può desiderare per le contingenze patrie dell'avvenire.
I poveri che, com'è naturale, non trovavan lavoro, eran soccorsi d'ogni bisognevole cosa dai ricchi, e questi non sdegnavano d'accogliere alla loro mensa il figlio del povero. Stupendo spettacolo, ed esempio da imitarsi dovunque in Italia se si vorrà veramente raggiungere la meta d'una ricostituzione nazionale! Fra i Volontari era una smania indescrivibile di venir alle mani coi soldati del papa. In quei dì essi avevan ricevuto alcuni vecchi fucili, sorte che poi toccò ai Volontari di tutt'i tempi, cioè, di aver sempre, grazie alla malevolenza dei governanti, i peggiori fucili dello Stato. Ma che importava! poveri giovani! sin da allora essi si accostumavano a non contare il nemico, i disagi, il pericolo e le scelleraggini dei traditori sempre pronti a venderli ai nemici dell'Italia.
Era veramente stupenda l'attività che regnava nel quartiere dei Volontari. Il capo fra mezzo ai militi, e gli ufficiali pure desiosi di pugna a pro di quella patria, ch'essi eran venuti a servire attraversando l'Oceano, narravano ai giovani le gloriose fazioni di guerra combattute dalla Legione Italiana di Montevideo. L'eroico combattimento di Sant'Antonio, ove 180 Italiani e 20 Montevideani avevano sostenuto in campo aperto una pugna di 10 ore contro 1500 dei migliori soldati del tiranno di Buenos-Ayres. Fatto d'armi che valse alla legione Italiana l'insigne onore della destra dell'esercito nelle rassegne, per decreto del Governo della Repubblica. Il combattimento del Dagman era pure descritto in tutt'i suoi particolari. Ivi la pugna non fu ardua come in Sant'Antonio, ma più brillante.
Nel fatto d'armi del Dagman, circa 100 legionari Italiani, in quattro sezioni serrate in massa stretta, solida, mobile in tutti i sensi, sostenevano gli urti ripetuti di cinquecento uomini della miglior cavalleria del mondo nelle vaste pianure dell'Uruguay, senza verun ostacolo da ripararsi, e finivano per sbaragliare il nemico, meravigliato da tanto valore.
Il coraggio, il sangue freddo dei legionari Italiani in quelle ardue pugne furono così straordinari, da corroborare l'opinione generale del valor italiano e spingere il loro comandante a qualunque straordinaria impresa, a cui i militi volontari corrisposero sempre quando, lontani dai tristi, non erano sotto l'immediata influenza di traditori, che parte per gelosia delle onorevoli gesta dei Volontari, parte per soddisfare la loro indole birresca e prostituita vorrebbero vederli screditati e perduti.
Colla morte di Rossi e la vittoria del popolo Romano si dileguò la tempesta e non si parlò più d'imbarcare i Volontari.
Io non ho conosciuto Pellegrino Rossi, ne intesi però a parlare come di capacità non comune in economia politica, ed anche come un uomo di Stato. Conformandosi però ad essere ministro del Papa, egli perdette ogni prestigio. Comunque fosse, la sua morte tolse i Volontari al loro stato di proscrizione, e ci fece ammettere all'alto onore di appartenere all'esercito Romano, col nome di 1.ª legione Italiana.