CAPITOLO XII.

I VOLONTARI NELL'ESERCITO ROMANO.

Libertà non fallisce ai volenti.
(ALFIERI.)

I Volontari! Ognuno non deve voler la libertà del suo paese? Il suo paese onorato e non insudiciato da soldati stranieri, da preti e da traditori? Perchè si deve affidare l'esistenza della patria ad un pugno di militi obbligati, e ad un altro di Volontari? Ad alcune migliaja infine, mentre siamo in tanti milioni collo stesso obbligo, collo stesso interesse?

Eppure va sempre così, ed i pochi e i migliori marciano eroicamente al martirio per la causa di tutti, mentre le moltitudini si affaccendano in isterili schiamazzi e dimostrazioni, o si occupano indifferenti dei loro affari. Dal 48 al 68, i Volontari fecero qualche cosa, ma il loro numero fu sempre insufficiente. Nel 60, periodo più brillante della loro carriera e dopo la splendida battaglia del Volturno, essi non giunsero ai quattordicimila, numero insufficiente per poter segnar la via del dovere ad un governo sempre ipocrita, sempre perverso e sempre nemico e disposto all'esterminio dell'elemento volontario, ove questo avesse voluto resistere all'indole dispotica e prostituta dello straniero. Ne abbiamo una prova nel famoso dispaccio del Cialdini al Buonaparte:

«Noi marciamo su Napoli con quarantamila uomini, a combattervi la rivoluzione personificata in Garibaldi».

E che dovevano fare i Volontari? imberbi la maggior parte, poco organizzati, e già minati in ogni modo dal più corruttore dei Governi con agenti suoi d'ogni specie?

A Palermo, il Governo sardo, col pretesto dell'annessione, aveva già suscitato il popolo per arrestarvi i Volontari, e d'intelligenza col Borbone, che tradiva, e del Bonaparte, che inviava i suoi vascelli nello stretto di Messina, quel miserabile Governo tentava di soffocare nella culla la stupenda impresa, che doveva finalmente costituire l'Italia, aspirazione nazionale di tanti secoli, e rendere inutili gli sforzi del despotismo davanti alla coraggiosa risoluzione d'un pugno di prodi. Allora il Governo sardo ammucchia tutt'i suoi cagnotti in Napoli, e mentre inganna il Borbone con volpine trattative diplomatiche, fomenta una rivoluzione per rovesciarlo e per annientare l'azione dell'esercito del popolo dieci volte vincitore.

I destini d'Italia però la volevano costituita e contro la ferrea volontà dei Mille di Marsala infrangevansi tutte le astute gesuitiche trame del consesso dei Sanfedisti. E non credo ingannarmi dicendo: consesso dei Sanfedisti. Sotto il loro capo naturale, il 2 dicembre, poichè la meta della spedizione non si limitava certamente a Napoli, bensì mirava a Roma, e quindi a Venezia, se il popolo italiano, anzichè pascersi di ciarle e di evviva, l'avesse presa sul serio.

Meno dunque l'inesperto Francesco II, tradito dalle volpi del settentrione, che lottava debolmente per il suo trono, tutto il despotismo e sanfedismo d'Europa era contro noi; e senza saperlo l'esercito italiano andava a pugnare contro fratelli, ad impedire che si facesse l'Italia. A Napoli, spettacolo unico! sette individui dell'esercito liberatore, innoltravansi nella maggior metropoli d'Italia, ed i soldati del Borbone, stupiti da tanta baldanza, presentavano loro le armi. I Volontari intanto non erano quattordicimila mentre avrebbero dovuto oltrepassare i centomila. Le Marche e l'Umbria, la cui liberazione altro non fu che una conseguenza delle stupende vittorie dei Volontari, non ne fecero nemmeno una parola, anzi acclamarono i grandi trionfi della monarchia. Il resto d'Italia, invece d'obbligare il Governo a lasciar proseguire i Volontari vincitori, almeno sino a Roma, si trincerò nel dolce far niente, e le botteghe dei preti si stiparono di devotissima ciurmaglia, sino negli atrii e vestiboli, per rendere grazie a Dio d'aver conservato all'Italia il suo maggior nemico, la causa di tutte le sue vergogne e sciagure.

Dopo la morte del Rossi, i Volontari furono dunque accolti nell'esercito romano, ossia esercito del Papa. Ma il Papa l'iniziatore delle riforme? il Papa liberatore? Il monte Bianco va a moversi e marciare avanti, almeno così credevano i nostri stupidi concittadini. E lo vedremo tra poco scappar vestito da donna, andare a congiungersi al suo collega di Gaeta e dimandar perdono al mondo d'essere stato capace d'un'idea generosa, o d'averla finta.

Ciocchè fosse il Governo di Roma nel periodo che seguì la morte del
Rossi lo provano i fatti seguenti:

Mentre i Volontari erano accolti nell'esercito romano, sotto il nome di 1.ª legione italiana, il Governo di Roma imponeva loro di non oltrepassare i cinquecento, e quindi di sospendere l'arruolamento, ma siccome quel numero era già superato, un nuovo ordine del ministero della Guerra ordinava di non passare i mille. Di più! (non vi è trama che non fosse ordita contro i Volontari dal Governo dei preti) ordinava di lasciarli mancare d'ogni cosa necessaria, di calunniarli nello spirito delle popolazioni, dipingendoli come un accozzaglia di ladri, briganti e rotti ad ogni sfrenatezza. Nemici della religione, era il titolo più mite. Talchè dovendo essi passare per Macerata nella loro gita a Roma, questa chiuse loro le porte. Promettere loro le armi, e non darle mai, sotto uno, or sott'altro pretesto; così le vestimenta; chiamarli a Roma, ma mentre erano in marcia, farli retrocedere sulla via di Fermo; infine, accoglierli per non urtare l'opinione pubblica favorevole ai Volontari, ma fare ogni sforzo per screditarli ed annientarli se possibile. Tale era la condotta del governo.

In tali condizioni, e colla pazienza d'uomini risoluti a servire la causa santa del loro paese, la 1.ª legione italiana organizzavasi, e preparavasi all'epopea gloriosa della difesa di Roma ove, sovente vincitrice, essa doveva finalmente soccombere sotto il peso di quattro eserciti nemici, mantenendo però alto onore del vessillo italiano.