CAPITOLO XI.
IL DUELLO.
È una barbarie, ma pure l'uomo disonorato deve vendicarsi o morire.(Autore conosciuto.)
Era una tetra mattinata di novembre, non pioveva, ma la nebbia scivolando sulla pianura, dell'Italia orientale, inumidiva gli abiti, i capelli, la barba come se fosse pioggia, ma d'un modo più dispiacevole, compenetrandovi d'un freddo brivido, ed obbligandovi a continuo moto per non intorpidire.
Perchè non istarvene a casa in sì bruttissimo tempo nella vostra stanza e nel vostro letto ben riscaldato, con al capezzale la vostra Perpetua, che vi somministri una tazza di saporito cioccolate, e vi si mostri in sè stessa come tutte le Perpetue, un vero ben di Dio di carne e di gentilezze, direbbe uno dei nostri santi bottegai, che hanno la modestia di chiamarsi Uomini di Dio, che vi comunicano la parola di Dio, e che vi mercanteggiano Dio al prezzo che voi volete pagarlo.
Ad altri, questi sacerdoti della menzogna abbandonano le cure e gli stenti della vita; ad altri affrontare tempeste di terra e di mare, solcare col sudore della fronte l'uno e l'altra per estrania la sussistenza propria, quella della prole, e quella pure della pianta ingorda e parassita che si chiama prete.
Sudate, faticate, cretini minchioni! ed il prete vi aprirà la via del paradiso, ricevendovi al vostro ingresso nella vita, collegandovi al destino della donna, congedandovi a quella transizione della materia che si chiama morte, e raccomandandovi alla misericordia dell'altissimo, per colpe che non sono vostre. Il prete s'è appropriato il monopolio in tutte le più solenni circostanze della vita, e vive grassamente, e voi, canaglia! sudate e portate l'obolo nella sua bottega per la maggior gloria di Dio. Poi gridate ai quattro venti, che siete popolo civilizzato! Il prete è ministro di Dio, il prete, almeno lo dice e voi lo credete, con Dio confabula, ne riceve il suo mandato di prete, l'autorità sua, i suoi attributi. E voi lavorate, gregge! sudate sul vertice dei marosi dell'Oceano, e se non portate la decima al prete, se la vostra donna con lui non consolasi della vostra assenza, voi andrete all'inferno:—sempre gregge! canaglia!
Eran sei in quella tetra mattinata di novembre sulla spianata di Cesena; quattro, dopo d'aver con una punta di pugnale segnata una riga sul terreno, contavano venticinque passi, percorrendo una perpendicolare alla linea suddetta. Gli altri, due col sigaro acceso, sembravano aspettare con impazienza il termine dell'operazione dei quattro.
Con impazienza essi anelavano al mortale momento: Ramorino non potendo più vivere sotto l'incubo d'un oltraggio: Risso, senza dubbio, pentito d'aver vilipeso un fratello, ma troppo altiero per confessar la sua colpa, era pure impaziente di terminare, comunque fosse, la terribile situazione e farla finita.
La distanza è segnata: i padrini, mesti nel volto e dopo d'avere inutilmente sollecitato un accomodamento, presentano ad ogni competitore un fucile.
Un fucile? diranno i duellanti scandalizzati—e perchè no? un fucile, quando si ha voglia di ammazzarsi, basta che sieno armi uguali, e poi sia pure un cannone.
Dunque un fucile, e gli avversari marciano l'uno contro l'altro collo stesso sangue freddo con cui avrebbero camminato ad un pubblico passeggio. A dieci passi Ramorino si ferma, e punta il suo fucile al corpo di Risso, questi più veterano, e forse più destro e forte dell'altro ha già la bocca dell'arma nel petto dell'avversario; ma un sentimento di rimorso, quello giungere all'insulto l'omicidio, lo fa titubare, l'arma è rialzata, e la palla sfiora appena la parte superiore del capo. Non così Ramorino, la sua palla colpisce e traversa il cuore del competitore; povero Risso! egli, avanzo di tanti combattimenti, coperto di tante onorevoli cicatrici¹, cade per non più rialzarsi e muore senza un solo lamento.
¹ Storico; nella pugna delle tre Cruces a Montevideo, Tommaso Risso aveva ricevuto una ferita, quasi mortale nel capo, e solo la robustezza della sua fisica costituzione potè salvargli la vita.
Il 3 giugno 1849, in Roma, Ramorino, mortalmente ferito da una palla bonapartesca, chiede ai compagni perdono per la morte del suo fratello d'armi, a cui aveva tolto l'onore immortale di cader sul Gianicolo, alla difesa della Roma ideale!
Della Roma ideale! non di quel putrido postribolo, che la menzogna, l'odio straniero e la corruzione hanno ridotto in un ammasso di pestilenza tale da ammorbare non l'Italia sola, già da tanto tempo infetta, ma il mondo intero.