CAPITOLO XIX.

INCONTRO FELICE.

Amicizia del Ciel, prezioso dono,
Io cederei per un amico un trono.
(JOUNG.)

Chi fosse il giovine ufficiale, che noi trovammo di guardia all'arrivo d'Ida a San Leo, lo diremo in due parole. Leonida C., appartenente a una delle più cospicue famiglie di Faenza, appena ventenne prese parte ai movimenti insurrezionali che tanto scossero l'Italia sul principio del presente anno e che continuavano tutt'ora con minore fervore bensì, secondo il carattere degenere e poco costante di questi moderni discendenti degli Scipioni.

Leonida, elettrizzato siccome tutta la gioventù di quell'epoca, impugnò le armi e corse a raggiungere quel pugno di prodi, che col generale Ferrari e poi a Venezia tanto si distinsero. Ma Leonida aveva una madre che lo adorava; essa, donna d'alti sensi e generosa, avrebbe dato cento figli per la liberazione della patria, ma Leonida era figlio unico e di fisico un poco gracile, benchè d'animo fortissimo. Avea di più contratto le micidiali febbri di Malghera, ov'era stato di guarnigione. Di più si sapeva generalmente essere troppo numerose le forze che occupavano Venezia, ed intenzione di quel Governo di diminuirle.

Spinta da tali considerazioni la signora C. recossi nella città delle Lagune, e tanto fece presso quelle supreme autorità da ottenere il rinvio del figlio, al che Leonida stesso acconsentì, colla condizione che sua madre accorderebbe il suo arruolamento nella Legione Romana, allora in formazione sul continente.

Il governo del Papa aveva destinato un distaccamento di tale legione a San Leo e, contrariamente all'inclinazione di Leonida, a lui toccò l'esoso incarico di far da carceriere ai prigionieri dei preti.

Condizione degradante è veramente quella degli eserciti moderni, destinati per la difesa della patria, a dover servire di birro ai capricci di mascherato despotismo, opprimendo quello stesso popolo ch'essi dovrebbero proteggere e difendere!

Da pochi giorni dunque era entrato Leonida in San Leo di guarnigione, quando giunse la rapita nostra eroina.

Sul principio il giovine faentino, s'era quasi deciso a chiedere la demissione e rinunziare l'esoso incarico di far parte della guarnigione d'un ergastolo da preti. Ma avendo rinvenuto in San Leo vari prigionieri politici, che il liberale Pio IX, non avea ancor trovato modo di liberare, si decise di pazientare per poter esser utile agli infelici patrioti. Supplicare il governo dei preti per la liberazione dei generosi che languivano in carcere per la stessa causa allora dal regnante e dal Papa millantata, era fiato sprecato, e persuaso di ciò Leonida stava preparando la fuga di quanti amici politici si trovavano nella fortezza. Ora poi, la faccenda si complicava. E chi sarebbe mai la bellissima fanciulla, che con tanto mistero erasi introdotta in castello?

Non sarà essa una nuova vittima di quei neri nemici del genere umano? E liberarla, se essa è veramente infelice, non è opera degna d'un giovane di vent'anni?

Oh! come il cuore batteva forte al Volontario all'idea della meditata impresa, e l'occhio poi della fatale fanciulla avea compito la generosa risoluzione del Romagnolo.

Nel duello successo in Cesena tra Risso e Ramorino, Cantoni era stato uno dei testimoni di Risso, e le leggi romane, rigorose sul duello, avevano obligato il Comandante della legione italiana a dover condiscendere alla reclusione del Cantoni per qualche tempo per sottrarlo a maggiori disturbi.

E qual sito di reclusione si destinò a Cantoni? San Leo—vedete che combinazione! E chi trova in San Leo Cantoni subito giuntovi? l'antico amico e compagno di collegio Leonida!—L'uomo è figlio della circostanza; l'eroe d'oggi non lo sarà più domani. E dove sono i settanta di Cairoli, i mille di Marsala, e i tanti prodi dei cento combattimenti che si sostennero in questi ultimi tempi contro lo straniero? Essi oggi fanno l'amore, si affollano nei caffè, nei teatri, e molti credendo di servire la patria, hanno vestito una livrea, servono un governo perverso e legano il padre e la madre se sono comandati dai loro superiori. Ciò si chiama disciplina e lo sarebbe se non si servisse il governo del privilegio. Eppure quella stessa gioventù che domani vi farà dell'eroismo, oggi si mantiene muta, stupefatta davanti a fatti vergognosi diretti da una mano di miserabili faccendieri.

L'uomo, lo ripeto, è figlio della circostanza; umile, dimesso, accovacciato e pauroso, egli passa la maggior parte della sua vita calpestato da poca canaglia.

Ma giunga un'ora, in cui si ricordi d'esser uomo, alza la fronte, dà una scossa alla ferrea rete, in cui lo avevano avvolto, e la frantuma sulla cervice del malvivente che l'opprimeva.

Tale fu l'epoca del 48, e se l'Italia, invece di trovare una caterva di moderati grandi e piccoli, avesse trovato un uomo capace di guidarla nel modo ch'era d'uopo, essa avrebbe fatto miracoli, e non sarebbe sempre da capo a ricominciare insurrezioni.

Gli ospiti di San Leo, prigionieri e custodi provarono pure l'orgasmo dell'epoca, e ciò che ostava che si desse fuoco alla fortezza cogli strumenti di tortura, d'aguzzini e diavoli, era quella specie di rispetto che rimaneva per il Papa riformatore, sentimento però che si affievoliva ogni giorno a misura che il prete scuoteva l'apparenza da liberale con cui s'era mascherato sino alla fuga per Gaeta, compimento delle negromantiche imposture.

Lascio pensare qual sorpresa fu per Cantoni d'incontrare il suo amico in San Leo, sangue della Madonna! fu l'esclamazione di Cantoni al ravvisare Leonida. Essi erano stati veri amici e certo sarebbero corsi nelle braccia l'un dell'altro, benchè in servizio il secondo e prigioniero il primo, se un certo rispetto militare non avesse trattenuto ambedue. Essi però non mancarono di vibrarsi reciprocamente uno sguardo d'intelligenza e massime l'ufficiale che avea qualche anni di più del suo giovine amico, dissimulò il sentimento d'amicizia e si ritirò nella sua stanza.