CAPITOLO XX.

L'ERGASTOLO.

E l'uomo e le sue tombe,
E l'estreme sembianze e le reliquie.
Della terra e del ciel travolge il tempo.
(FOSCOLO.)

San Leo ridotto ad ergastolo, ne avea assunto nell'interno la nauseante fisonomia; il prete più ancora del tiranno, è ingegnoso per tali specie di stabilimenti.

Al circuito esterno della mura in parte diroccate, ma tuttora altissime, corrispondeva il cortile interno, circolare pure, con due linee di balaustrate a ringhiere, corrispendenti a due piani d'abitazione.

Sotto i due piani, che potrebbero chiamarsi di viventi, e che abitavano custodi e guarnigione, ne esisteva un altro sotterraneo che si poteva intitolare delle sepolture. Vi si scorgevano delle pusterle, che avevano l'apparenza piuttosto di portelli da cannoni, come usasi a bordo delle navi da guerra, che di porte d'entrata d'abitazione umana. Eppure tali usci mettevano nell'interno di fetidi sotterranei, testimoni secolari d'ogni scellerata atrocità dei preti, e occupati oggi da infelici prigionieri politici, cioè da generosi patriotti vittime del Papato, che avean cospirato contro il più abbominevole dei governi. Alcuni di essi languivano alcuni da molti anni, quasi dimenticati da un mondo che non dovevano più rivedere poichè se v'è tirannide implacabile e che non perdona, essa è certamente la teocratica, composta di gente senza cuore, senza coscienza, che edifica la sua esistenza di menzogna sul cielo, e che più d'ogni altro genere di perversi sulla terra si è consacrata ai godimenti mondani.

Il pian terreno, ove si entrava dunque in luridi sotterranei, era occupato da prigionieri, e le gallerie di legno o formate da balaustrate, con scalinata a destra e sinistra del portone d'entrata, mettevano nella abitazione dei liberi, ed alcune stanze di questa si concedevano a' condannati per delitti leggieri, e massime a coloro che grossamente potevano pagare il privilegio. Quel privilegio che si esercita spudoratamente nelle reggie, anche le più costituzionali, perchè non avrebbe ricetto nel puzzolente recinto dell'ergastolo?

Nel fondo poi del cortile, al disopra d'alcune dozzine di gradini, scorgevasi un pianerottolo che metteva nell'abitazione governativa del castello, ove una porta a due finestrelle laterali adorne con tendine bianche, annunziava la principale stazione dell'autorità suprema dall'ergastolo, ora abitata dal Volpone, da Gaudenzio, da una vecchia fantesca del comandante, e dalla povera Ida, rinchiusa e guardata nel più recondito locale di quelle stanze.

Il delitto di Cantoni non essendo stato di natura politica, cioè contrario al governo pretino, egli non fu destinato ai sotterranei dell'ergastolo, ma ebbe uno stanzino sulla galleria superiore; non gran cosa, ma che si poteva considerare un paradiso, paragonato alle abitazioni degli infelici di sotto.

Eran circa le 11 della sera, quando tre piccoli colpi alla sua porta avvisarono Cantoni d'una visita, e subito dopo il girar della chiave nella serratura, si aperse un pochino l'uscio ed un individuo si sentì introdursi nella stanza.

Cantoni accese un zolfanello, e così fece nell'istesso tempo l'intruso, accendendo pure un lanternino che portava nella mano sinistra. Al chiaror del lume, il nostro eroe riconobbe l'amico, saltò dal letto, ove s'era coricato vestito, e si gettò nelle braccia di Leonida che lo strinse sul seno.

Un grido di inaspettata ed ineffabile gioia fu esclamato dal giovine prigioniero, ma l'altro più provetto, gli disse: «Zitto! per l'amor di Dio! che se ci scoprono noi siamo proprio fritti, poichè in questo infetto sito, meno i miei pochi Volontari, tutti sono spie, che si fanno merito d'ogni atto del loro vile mestiere.»

Così dicendo, l'ufficiale sedette sopra una scranna, Cantoni sul suo letticiuolo, ed a voce sommessa cominciò il seguente dialogo: «Tu sei proprio cascato come il cacio sui maccheroni, cominciò Leonida: qui si tratta di distruggere questo nido di vipere, questa galera dei preti, giacchè quanti sono qui detenuti e tormentati son tutti nostri. Qui vi è Zambianchi, lo spauracchio dei chercuti, qui sono una ventina dei migliori repubblicani di Roma, condannati per aver bramato la libertà della patria, e qui alcuni infelici marinai delle nostre coste, il cui delitto consiste nell'aver messo in salvo alcuni de' nostri migliori, dannati a morte dalla Jena papale.» Queste parole, dette con energico accento dal nostro Faentino, montarono talmente la testa del compagno che, dimentico delle raccomandazioni dell'amico, alzossi da dove era seduto, ed esclamò con vemenza: «Sangue della Madonna! andiamo subito, io son pronto, e sai che puoi contare sopra di me assolutamente.»

«Ma per Dio! disse Leonida a voce bassa, parla piano, se no ci legano ambedue ed addio liberazione allora!…» Quest'ultima parte del discorso persuase più il nostro forlinese che la paura d'essere legato, e rispose, fatto mansueto come un'agnello:

«Ebbene, guidami sul da fare, basta che non mi dimentichi, e mi privi dell'onore di partecipare all'impresa.»

—Oh! bella, ripigliò Leonida, credi che ti dimentichi, ed appena arrivato ti cerco per metterti a parte di tutto… Per questa notte sarà impossibile d'operare, ma nella notte di domani, domenica, io spero si potrà fare il colpo, e certo tu non sarai l'ultimo a menare le mani. Ora s'avvicina la mezzanotte, tempo delle ronde, ed io sono obbligato a trovarmi al mio posto. Addio!»

Così dicendo i due amici si abbracciarono e si divisero.

Leonida chiuse l'uscio e si ritirò al corpo di guardia per eseguire la ronda a cui doveva conformarsi con un picchetto de' suoi Volontari, accompagnando la ronda dei birri, che non si fidavano di visitare le celle dei detenuti da soli.