CAPITOLO XXI.

LA LIBERAZIONE.

Chiama gli abitatori dell'ombra eterne,
Il rauco suon della tartarea tromba:
Treman le spaziose atre averne
E l'aèr fosco a quel rumor rimbomba.
(TASSO.)

Leonida nel suo soggiorno in San Leo s'era invaghito della bella Cecilia, figlia unica del custode, e la vezzosa fanciulla avea corrisposto al di lui affetto. Così si spiega la possibilità d'aver le chiavi di qualunque cella dei prigionieri. Qual comandante poi della compagnia, che formava la guarnigione della fortezza, egli poteva chieder liberamente la chiave della Santa Barbara per fornire i suoi militi delle munizioni necessarie.

Qui ci tocca tornare a Gaudenzio, che per alcuni giorni era stato obbligato a letto, da un raffreddore preso nella violenta impresa del ratto.

Ma il Gesuita era risoluto, e non voleva perdere per ciò il frutto delle sue fatiche. Nella notte della domenica egli aveva dunque deciso di dar l'assalto alla fortezza, e l'idea di possedere tanta beltà lo gettava in un orgasmo indescrivibile di delizie e di timori. Poichè sempre qualche indiavolato Martino Franchi si attraversa sul sentiero dei godimenti terrestri dei poveri chercuti.

Il Gesuita passò tutta la giornata in pie meditazioni e nei preparativi per l'impresa, confabulando spesso colla Susanna, ammonendola con adequate istruzioni, e raccomandandole sopra tutto qualche cordiale generoso, onde poterlo aiutar con efficacia nella sua violenza, ormai tenuta per indispensabile.

Il pugno della mano gentile d'Ida non aveva lasciato traccia, solo quel maledetto colpo di bottiglia del Franchi, benchè guarito, riconoscevasi nell'occhio destro semi-chiuso, e da una cicatrice che dalla stessa parte del naso gli scendeva sul labbro superiore.

Era però di carne dura il chercuto, e dopo di aver considerato la sua brutta figura nello specchio, attillato nella più ricca delle sue seriche sottane, pettinato ed olezzante di profumeria, egli diede in un solenne sorriso di trionfo, tenendosi certo della sua preda.

Molt'oro aveva ringiovanito la vecchia megera, ed essa prometteva mari e monti al dissoluto prete.

«Dunque all'opera!» disse Gaudenzio: e le due schifose creature, dopo d'aver traccannato un raso bicchiere di Bertinoro, s'avviarono verso la stanza d'Ida.

Eran le dieci della sera, che in decembre si può contare per ora avanzata. La notte era piovosa, alcuni lampi seguiti da tuoni armonizzavano coll'anima scellerata del lojolesco, e sembrava al malvagio che la natura sconvolta volesse favorirlo nell'impresa, coprendo alcune grida che per caso volesse tentare la derelitta sua vittima. Alcuno crederà trovare la giovinetta inginocchiata davanti all'immagine d'una Madonna pregando e singhiozzando. Tutt'altro!—E qui mi conviene osservare, che il prete a forza d'ingannare il mondo, e l'Italia lo avea gettato in un incredulo scetticismo, da dubitar anche del vero. Dimodochè, accorgendosi che quanto insegna la bottega pretina, è tutta menzogna, la gente rifugge anche dalla credenza d'un Ente supremo, che le maraviglie dell'Infinito manifestano; ed Ida, benchè giovanissima, nella sua sincera intelligenza avea capito l'impostura del clericume, e partecipava all'incredulità invadente. Un presentimento di sciagura però, avea tenuto insonne la nostra eroina. Tutte le notti passate in quella sua reclusione furono inquietissime, come si può supporre, ma particolarmente la notte della domenica al lunedì, quel presentimento la tormentava dolorosamente.

È vero ch'essa fu trattata con ogni cura e distinzione dalla vecchia (tali erano gli ordini ricevuti dal prete), ma benchè tanto giovane, la squisita sua sensatezza donnesca la persuadeva della propria infelicissima situazione.

Contuttociò Ida non disperava di resistere alle violenze. Decisa a morire, piuttostochè di condiscendere alle scellerate libidini del suo rapitore, essa aveva religiosamente nascosto sotto le vesti, ch'essa non più spogliava dacchè era cattiva, una di quelle spille-pugnali, che le Romane e Romagnuole usano generalmente. Arma unica, poichè la vecchia aveva avuto cura di togliere dalla stanza qualunque oggetto che potesse servir di difesa, sino le forbici.

Volpone codardo, come lo sono generalmente i birri di qualunque despotismo, non fidandosi di star di notte nella sua stanza—giacchè tanti rompicolli, prigionieri o liberi abitavano il castello—per lo più passava la maggior parte di quella con un suo famiglio, abitante la sommità d'una torre che serviva di vedetta, luogo sicuro, ed ove con buoni cibi e vini eccellenti si passavano allegramente le ore e si digerivano fuori della vista dei profani alcune ubbriacature, frequenti a quel graduato soldato del Papa.

Rimaneva dunque Gaudenzio libero negli appartamenti del comando, e colla sola Susanna, fatta sua in carne ed ossa.

Ida, che non dormiva, udì aprir l'uscio della sua stanza, ed al chiaro d'un lume essa scoprì il suo schifoso tentatore avanzarsi coll'aria del demonio quando tenta le anime.

In un momento essa fu in piedi sul letto, colla destra armata della formidabile spilla, e certo il Gesuita fermossi stupefatto da tanta baldanza e quasi rimase disperato del successo.

Vergognato però del suo timore d'una fanciulla, egli avvicinò il letto, e con ogni parola di seduzione in cui era maestro, procurò di rendere condiscendente la sua vittima.

«Rettile vile! esclamava la coraggiosa figlia di Bologna: essere esecrato! ritirati! io morrò mille volte piuttosto che di cedere alle scellerate tue brame. Vedi tu questa spilla? io cercherò il tuo cuore di vipera, e ve la immergerò tutta!»

Io non narrerò tutte le parole dell'osceno chercuto perchè mi repugnano, dirò soltanto ch'egli, credendo inutile ogni sua persuasione, si decise per la violenza, e chiamò a sè l'ausiliaria sua complice. Egli uscì per chiamarla, ma la vecchia era li fuori della porta, e poche parole di concerto bastarono per il piano infernale d'attacco. Ida aveva avuto la precauzione di spingere il letto alle due pareti dell'angolo per poter ricevere il nemico di fronte, ma l'astuto prete, accorgendosi dell'inconveniente, ajutato dalla megera allontanò la parte posteriore del letto, dimodochè l'assalto poteva darsi di fronte e da tergo.

Non era la prima scena di questo genere che accadeva al Gesuita—oggi più rare, ma che dovevano essere infinite al tempo della maggior potenza di questa peste del genere umano, quando giunto un frate alla porta d'una casa vi lasciava le pantofole, e con ciò faceva sacra la casa da lui frequentata, e poteva sedurre o violare a suo piacimento la moglie o la figlia del padron di casa, obbligato anch'esso di fermarsi sul limitare. Oppure quando invaghito d'una bellezza, fanciulla generalmente (perchè il chercuto di quei tempi voleva roba verde), egli la faceva consapevole delle sue voglie, e se resistivagli, l'accusava all'Inquisizione come eretica, ed era bruciata.

Oh! io raccapriccio, e dico sovente tra me: Come! come si può lasciar passeggiare un prete, e vivere nel consorzio umano!—Eppure noi vediamo oggi ancora, il nostro popolo genuflesso a' piedi di quei cannibali, ed il più dispregevole de' governi, umiliato davanti al despota di Roma e pascerlo d'oro italiano, per comprare mercenari, birri e carnefici.

Neppure questa scena d'infamia noi narreremo! La donna—certamente la più perfetta delle creature,—caduta nello stato d'abrutimento in cui si trovava la complice del Gesuita, è tuttociò che si possa incontrare di più degradato. Essa come il verme, si pasce nel letamajo della corruzione, vi tripudia e vi trionfa quando può accrescere d'una infelice il novero delle sue prostitute. Oh se vi fosse al mondo un governo che si occupasse di morale!… Ma che! I governi hanno altre cure, per la loro conservazione in un'esistenza da sibariti edificata sulle miserie dei popoli.

Ad onta della sua risoluzione di morire, Ida non morì, e dopo d'aver lottato quanto essa umanamente poteva, ed aver tentato di suicidarsi quando la difesa divenne impossibile essa finalmente cadeva esausta tra le braccia della venduta Susanna, e quasi allo stesso tempo era stretta dagli osceni abbracciamenti del Gesuita.

Giunti a questo stadio, e mentre il Satiro di Roma disponevasi all'atto nefando, la porta della stanza spalancossi, e chi comparì per il primo agli occhi del prete spaventato fu la bella, maestosa e terribile figura di Zambianchi.

Zambianchi di Bologna era uno di quei tipi d'uomo, formati per imporre rispetto. Alto di statura e tarchiato, ogni sua sembianza, ogni suo moto avea l'impronta della forza, ed egli era veramente d'una robustezza straordinaria.

Di carattere serio e taciturno, l'autorità sua era aumentata da foltissima barba nera, che ne copriva il volto sino al limitare degli occhi. Implacabile odiatore di preti era anche crudele, quando poteva saziare la sua brama di vendette contro quei ministri di Satana, come egli li chiamava. Infine egli si poteva considerare il simbolo della coscienza nazionale verso la setta pervertitrice.

Affettuosissimo e buono verso i suoi amici, egli come tutti gli uomini, era un composto di bene e di male;—onestissimo poi, ed incapace di eccessi, fuorchè contro i preti ch'egli odiava con tutta la forza dell'anima sua. Infine la maschia ed imponente forma del bolognese si affacciò come la befana agli occhi dell'indecentissimo Gesuita, e—quasi colpito dal fulmine,—le sue braccia, che come tanaglia stringevano Ida, caddero in uno stato apoplettico, ed il codardo con un senso immenso di paura s'accovacciò davanti alla fatale apparizione. Un'aura di miracolosa liberazione rinfrancò l'anima della bella fanciulla, ed una seconda apparizione, comparsa dietro il colosso bolognese, completò la metamorfosi dalla morte alla vita. Un grido di stupore e di gioja, un precipitarsi nelle braccia l'uno dell'altro fu in un momento, e per un momento quasi si dimenticò l'orrore del principio di quella scena di delitto!

Cantoni era la seconda apparizione, e lascio figurare la sorpresa a la gioja della povera Ida nel passare dal diabolico strettojo del prete nella braccia dell'uomo del suo cuore.