CAPITOLO XXII.
LA CATASTROFE.
Io la vorrei deserta (Italia)
I suoi palagi infranti,
Ed io dell'Alpi all'erta
Le sue città fumanti
Scorgere, e con sardonico
Sorriso contemplar,
Pria che vederla trepida
Sotto il baston di un Vandalo.
(Autore conosciuto.)
Leonida, pria delle 10 di quella sera tutto avea preparato per mandare in frantumi San Leo, l'ergastolo scelto dall'Inquisizione per le sue nequizie. Egli coll'ajuto di Cantoni e di Cecilia, che lo provvide delle chiavi, schiuse le carceri ai detenuti che riuniti ai suoi Volontari, ebbero presto buon mercato di quanti birri albergavano in fortezza, e legatili colle mani dietro, li fece condurre sotto guardia fuori del recinto delle mura.
Un sergente d'artiglieria, che per essere un patriota provato fu messo nel segreto della congiura, dopo d'aver sparso nella Santa Barbara alcuni barili di polvere, internò nella stessa un lanciafuoco¹, lo concatenò con altri bastanti a raggiungere una stanza contigua, e dopo d'averne calcolato la durata sino all'esplosione, ne diede avviso all'ufficiale, e si tenne in seguito pronto a dar fuoco.
¹ Lanciafuoco tubo circa 20 pollici lungo, formato di materie incendiarie, che serve di miccia per dar fuoco ai cannoni, e che, acceso, meglio della miccia mantiene la fiamma.
Ai due marinari, che si trovavano tra i detenuti politici, Leonida avea dato l'incarico di spargere nelle gallerie e sotto alle scalinate di legno quanti stracci potevano raccogliere intrisi nell'acquavita, spiriti, ecc.
A Zambianchi e Cantoni, egli avea raccomandato il comandante Volpone, e noi abbiam già veduto come miracolosamente essi capitarono, dopo d'aver cercato invano il mercenario nella stanza d'Ida, che salvarono dal vituperio e dalla morte. A Cantoni sembrava un sogno di avere contribuito alla di lei salvezza.
Ida era fuori di sè, sorrideva amorosamente al suo amante, ne palpava le guancie, come per assicurarsi della realtà dell'essere suo, lo accarezzava, piangeva, s'inginocchiava ai suoi piedi, serrandone le ginocchia e baciandole.—Poverina! essa credeva non esser più degna di lui, essendo stata trovata in sì oscena compagnia. Ma Cantoni avea troppo buon senso per dubitare di lei, ed in un lampo riconobbe quanto era accaduto pria che Ida gliene facesse il racconto.
Zambianchi entrato per il primo, avea sorpreso il prete nell'opera indecente, e siccome pratico del mondo e de' suoi vampiri, indovinò egli pure che una scena di violenze sulla bella fanciulla s'era a lui presentata.
«Sempre gli stessi servi del demonio! cominciò Zambianchi diretto al prete.
«De' vivi inferno! un gran miracol fia
«Se Cristo seco alfine non s'adira»
questi versi del Petrarca si contentò di recitare al perverso, il nostro Bolognese, parco com'era di parole, ma nello stesso tempo mettendogli la mano nel colletto dell'abito (che sembrò a Gaudenzio sentirvi la zampa d'un leone) egli lo trasse dietro il letto ove si trovava Susanna colla pallidezza della morte sul volto.
«Fermi! gridò loro Zambianchi, mentre a strisce stracciava le lenzuola del letto. E quando ebbe preparato un bel numero di strisce, egli cominciò a legar la vecchia ed il prete, dimodochè i due volti si toccassero. Legò le destre prima, poi le sinistre braccia, a scandalo del sacerdote consacrato alla purificazione dell'anima e del corpo, ginocchio con ginocchio, e più insopportabile ancora al Gesuita fu di trovarsi colla bocca su quella della vecchia, che puzzava come un cadavere. Zambianchi era stato accuratissimo nella legatura, acciocchè i due volti combaciassero esattamente.
Il povero Gaudenzio, che aveva creduto di passare una notte di paradiso, col più bel tipo di fanciulla che natura avesse formato, era obbligato di odorare il putrido fiato d'una maledetta, ributtante vecchia. E così lo lasciarono, ed uscirono con Zambianchi, Cantoni e la salvata sua amante per cercare i compagni, che da parte loro non rimanevano colle mani alla cintola.
Leonida, dopo d'aver fatto legare e metter fuori la sbirraglia, con una scorta di Volontari, dopo d'essersi assicurato che i marinari preparavano l'incendio della parte legnosa delle abitazioni, e che l'artiglieria avea ultimato il suo lavoro di mina, si recò egli stesso verso l'abitazione del Comandante per sapere cosa vi succedeva. Cecilia, che lo accompagnava dovunque come la propria ombra, pratica delle stanze del Volpone, gli serviva di guida. Giunti nell'interno e non trovando nessuno, essi si diressero in un corridojo che conduceva all'entrata della scalinata che metteva alla torre, ove Volpone prudentemente si ritirava nella notte.
Giunto, dopo d'aver salito la scalinata, alla porta ferrata della torre, Leonida si mise a bussare senza cerimonie, ma inutilmente: bussa e ribussa, niuno rispondeva. Invano egli adoperava il mazzo di grossissime chiavi per far rumore. Niuno rispondeva, e disperando di far aprire, egli già si disponeva a ritirarsi, senonchè prima volle fare un ultimo tentativo, coll'artefare a voce alta le seguenti parole: «Ebbene, giacchè non volete rispondere, voi salterete in aria col forte.»
Queste parole ebbero l'effetto desiderato, e la porta si spalancò subitamente. Volpone cogli occhi fuori dell'orbita uscì a precipizio fuori esclamando: «Per amor di Dio salvatemi!» E l'uomo che con una impassibile ferocia avea assistito ai patimenti degli sventurati per ordine dei preti, e dei decapitati nel fondo delle loro carceri, gettossi ai piedi del giovane Romagnolo tutto tremante, ed abbracciò le sue ginocchia; ma questi con un ribrezzo, come se fosse al contatto d'una vipera, ributollo, e gli disse:
«Su, codardo, fuggite, se volete salvare l'infame vostra pelle!» ed il soldato del Papa non se lo fece ripetere; precipitandosi giù per la scala, ove quasi si rompeva il collo, abbandonò ogni cosa per non perder tempo, e corse fuori gridando come un'energumeno «si salvi chi può!» Cecilia ricordò a Leonida, che dovevano trovarsi nel castello la vecchia serva, la giovine misteriosa ed il prete venuto con essa, e quindi ricominciarono amendue a cercare per le stanze, e per fortuna dei malvagi, Leonida e la sua compagna capitarono così nella stanza d'Ida:—Zambianchi, Cantoni ed Ida erano usciti,—e Gaudenzio trovavasi indissolubilmente abbracciato alla fetente Dulcinea.
La legature del Zambianchi erano state fatte così esattamente, che ogni tentativo per staccarsi era riuscito vano; anzi la circolazione del sangue, impedita dalla strettezza delle legature operata da mano di ferro, cagionando gonfiezza, diventavano così le parti strette addoloratissime, e molti Ahi! e lamenti, ed imprecazioni erano usciti dalle combacianti bocche dei due perversi.
In tale stato furono trovati da Leonida e Cecilia. Da principio, all'aspetto di quelle grottesche figure e cedendo all'umana natura, i due giunti sfiorarono le labbra alle risa, ma un senso di compassione succedette subito, e fece che il Faentino sciogliesse ambidue; Cecilia, però, fosse per pudicizia femminile all'osceno spettacolo, o perchè essa conosceva esser la Susanna depravatissima donna, poco si commosse in favore dei legati, tanto più ch'essa aveva concepito molta repugnanza per il Gesuita senza conoscerlo. Infine, a dispetto del demonio, a cui appartenevano le due sozze creature, furono sciolte con ordine di uscir subito dal castello.
Avendo Leonida compiti i tanti doveri di direttore dell'impresa, scendeva nel cortile, ma nel mettervi piede, qual fu la sua sorpresa vedendo tutto l'edificio illuminato dall'incendio e Cantoni solo nel mezzo che accorreva verso di lui eccitandolo ad uscire subito, perchè non v'era tempo da perdere. Veramente il fuoco progrediva spaventosamente tra il legname delle vecchie gallerie, e lo scroscio delle superiori cadendo in tizzoni sopra le inferiori già infuocate, con immenso fracasso faceva un finimondo.
I due amici con Cecilia ebbero appena tempo di precipitarsi verso il portone d'entrata, ed uscire salvi all'aria libera, che già le fiamme della galleria e delle scalinate s'eran comunicate alle diverse casupole di legno, che nelle vicinanze dell'ingresso servivano di corpi di guardia pei birri e la guarnigione.
A pochi passi dal ponte levatojo essi raggiungevano Zambianchi ed Ida, che Cantoni avea lasciati per soccorrere l'amico. E Leonida disse loro: «Allontaniamoci e presto;—lo scoppio delle polveri non può tardare.»—E realmente giunti che furono ad un migliajo di passi una terribile esplosione si udì dietro loro, e voltandosi stupefatti essi videro nell'aria i frantumi dell'ergastolo volare come le projezioni d'un vulcano nelle sue fiere eruzioni.
Un nembo, che in quell'ora innalzavasi dall'Appennino alla parte opposta ai nostri osservatori, frammischiava le sue lingue di fuoco ed il rimbombo del tuono allo sconquasso spaventoso che il ricettacolo della tirannide operava, squarciando le latebre dell'atmosfera.—La notte inganna l'occhio: sovente un cespuglio a pochi passi, sembravi un monte distante, ed il monte a grande distanza vi sembra vicino ad ostruirvi il sentiero. Tali apparivano gli spettri delle macerie lanciate nell'aria dalla potenza della polvere ed i maggiori che più atterrivano gli astanti erano lontani, mentre i minori che non si scoprivano, e quindi non spaventavano, giungevano ad oltrepassarli e colpire nelle loro vicinanze, ciocchè obligò i nostri amici ad allontanarsi di fretta dalla scena di distruzione. Tale appariva forse il cono tronco di San Leo quando era fumajuolo della terra.