CAPITOLO XXVII.
REPUBBLICA ROMANA.
Libertà mal costume non sposa,
Per sozzure non mette mai piè.
(BERCHET).
La corruzione, arma terribile della tirannide, è giunta oggi a tal punto in Europa da allontanare ancora per molto tempo la realizzazione di quello stato di libertà e di prosperità generale, a cui potrebbe la società pretendere, e che fu agognato dagli onesti di tutte le generazioni.
Come volete libertà, se una metà di voi vuol vivere alle spalle dell'altra? La metà gaudente impera con prepotenza sulla metà soffrente coi mezzi che per forza estrae da questa, poichè non esisterebbero tiranni e i loro satelliti, se il popolo non fornisse loro, soldati, birri e danaro.
La legge! e non mi farebbe specie di udirla millantare e vociferare dai gaudenti, e dai loro giornali salariati, ma ciocchè duole è di udirla applaudire da certi organi della stampa periodica, che sembrano appartenere anche essi ai soffrenti.
Ma le leggi non sono esse proposte dai rappresentanti del popolo e da essi promulgate? quindi esse sono, nell'interesse vostro, e dei tanti piagnoni eterni banditori di lagnanze infondate! Non festeggiate voi lo Statuto con cui vi beò quella buona pasta di monarca, che capitanò la rivoluzione del 21, e che vendè poi tutti coloro ch'egli stesso avea suscitato o con cui aveva tramato la libertà della patria?
Non è lo Statuto la legge fondamentale dello Stato?
Il suo primo articolo non vi fa tutti Cattolici Apostolici Romani cioè dipendenti da coloro che in Roma vi barattarono collo straniero settantasette volte?
Non avete la legge sulla leva, non preti, leggi senza numero che vi mantengono quali vi vogliono i vostri padroni, cioè poveri e sottomessi?
La legge dunque, gridate tutti! la legge!
Una legge che pasce con un mucchio di milioni un individuo solo, di cui in fin de' conti è manifesto che si potrebbe far senza; nè basta: chè alla sua inutile conservazione si fanno servire l'esercito stanziale, e gli eserciti di birri, di prevosti, di spie, d'impiegati d'ogni specie. Tutta gente interessata all'esistenza di quel solo, ed a cui quel solo fa parte della sostanza pubblica. Dimodochè essi, che si potrebbero chiamare mignatte dello Stato, si sostengono a vicenda e spolpano il popolino, che si lagna, ma paga, dà il suo sangue, e sovente a squarcia gola grida: Viva i padroni! quando questi lo beano della loro presenza.
A tutte queste classi d'oppressori, grandi e piccoli, aggiungete la famiglia dei neri, che si sfama anch'essa alla mangiatoja popolare, e che nella famiglia umana rappresenta e vale meno del majale nella razza dei bruti, giacchè il majale, come dice Casti, tollera qualunque governo che non lo tocchi nella pancia, come il prete, ma più del prete è utile colle sue carni e poveretto nessuno inganna!
Leggi!… e le leggi che stipendiano i vescovi, e che vi obbligano a pagare il debito pontificio! Bisogna coprirsi gli occhi dalla vergogna! e ben fai, popolo, quando gridi: Viva la morte!… giacchè col denaro con cui pasci i tuoi vampiri essi comprano armi per combatterti, assoldano briganti, e, peggio di tutto, se ne servono per corrompere mortalmente e materialmente. Sì! io credo che prima dell'esistenza del Papato e compagni in Italia, la stirpe italica era più bella di corpo, più forte e più intelligente.
Fate un fascio del governo, dei birri, dei gaudenti d'ogni specie e d'una miserabilissima plebe, e con poche eccezioni, avrete quel bordello che si chiama moderna civiltà.
Civiltà! gli uomini la fan consistere nel peculio, anche a spese del prossimo, e le donne in mille frivolezze di lusso che vi raccappricciano, ed ambedue nuotano in un mare di corruzione, in cui l'esistenza della libertà si annega, o vi diventa impossibile.
La notte dell'8 febbrajo, prima della mezzanotte si proclama la Repubblica a Roma dai deputati dello Stato Romano riuniti in Costituente, e la Repubblica avrebbe durato se l'Italia ne fosse stata degna. Ma, lo ripeto: libertà mal costume non sposa! Non è degno di libertà il popolo che ogni giorno va a prostrarsi ai piedi d'un impostore che si chiama prete. E non è degno di libertà il bastonato, che si sganascia urlando: Viva i bastonatori!
Sì! in quella memorabile notte, il vecchio Campidoglio rimbombò del maggior grido di viva la Repubblica!
L'Europa, il mondo, stupirono alla rinascenza della loro antica metropoli, ma lo stupore passò presto, vedendo che pigmei volevano edificare sulle rovine dei giganti.
Nel giorno seguente le fiamme dei confessionali, ammassati sulla superba piazza del Vaticano, rallegravano le moltitudini, e promettevano la fine dell'abbruttita servitù del popolo Italiano dalla sudicia e corrosiva teocrazia.
Cicerovacchio, nome caro e riverito, tipo dell'operoso ed onesto popolano, avea capitanato una brigata di Romani alla santa impresa di bruciare quei troni della negromanzia, quella cloaca d'ogni corruzione umana, ed il popolo buono, quando ben guidato, sotto la direzione del suo venerando tribuno, compiva l'innocente auto da fè con una calma ilarità degna de' suoi maggiori. «Che belle fiamme spingono al cielo questi nidi di vipere, urlava un popolano: si vede che non economizzavano il seccante nella pittura i nostri chercuti padroni.»
»Oh! non inganneranno più le nostre donne, e non sedurranno le nostre figlie, quei discendenti del serpente d'Eva;» esclamava un canuto mentre gettava sull'incendio alcuni rottami dell'arche nefande.
»Ebbene! ora che il fuoco è acceso, e che non rimarranno vestigi dei confessionali, entriamo nel tempio, e facciamo un po' di provvista per le nostre famiglie. A che servono tutti quegli ori ed argenti con cui sono adorni i Santi e le Madonne?»
Questa voce estranea alle moltitudini, ma nota a noi, usciva dalla bocca fetida d'uno vestito da popolano, ma che un occhio sperimentato avrebbe, benchè difficilmente, ravvisato che quel tale era tutt'altro.
Il prete per metamorfosi che faccia non può nascondere la sua feroce volpina fisonomia, e se lo avvicinate, esso puzza sempre di qualche cosa che somiglia al fetore del majale e del capro. Tale era Gaudenzio, inviato fra questa scena di libertà popolare per eccitare la moltitudine al disordine ed alla rapina. Le rivoluzioni, che il popolo eseguisce contro la tirannide, sono sempre disonorate e annientate dall'importante parte che vi sanno rappresentare i dottrinari e gl'impostori.
E qui m'occorre lo strano paragone dell'uomo col bue. Una truppa irrompente d'alcune centinaja d'animali vaccini, figli selvaggi dell'immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione indeterminata verso lo spazio.
Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato come il filo d'erba che si sprofonda sotto l'ugna pesante. La massa moventesi è irresistibile, e ben lo sa l'astuto cavalier conduttore: egli non s'appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto corsiero, docile istromento di servitù anch'esso, quando è domato dall'uomo. E segue, e segue tenendosi su d'un fianco della truppa. E segue, sinchè l'ostacolo d'una foltissima vergine foresta, o d'un fiume arresti la marcia della massa informe.
Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro conduttore dopo d'averla circondata di guardie, aspetta che passi il bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo, indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era opporsi alla foga plebea dell'epoca, continuava, come già abbiam veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello. Non è questa la storia d'Italia da diciotto secoli?
La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani, sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso l'immensa mole, capo d'opera d'arte e di corruzione umana, per mettere ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla inquieta, ma docile all'autorità dell'onesto archimandrita. «Siam qui noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori dell'arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più remota posterità?»
E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io confesso esser di altra opinione.
Se l'Italia invece d'essere un pantheon di memorie e d'opere insigni, fosse un po' men ricca d'arte ma più robusta, cioè in luogo di templi, avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d'esser mancipia dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero scaraventato nell'incendio quante mitre insudiciano grottescamente le grandiose opere d'arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico dell'Italia.
Comunque sia la parola autorevole di Cicerovacchio fermò la moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti¹ scoppiò nella folla dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero più e gridassero meno di noi moderni italiani.
¹ Vero nome di Cicerovacchio.
Il rapitore d'Ida, che s'era innalzato sulla punta dei piedi per gettare tra il popolo l'eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia figura di Martino Franchi, illuminata dall'incendio, non avesse avuto luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo dell'inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma d'alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.