CAPITOLO XXXIII.
LA VITTORIA.
… Vittorioso!
E catafratto un popolo
Dalla battaglia uscirne.
(BERCHET.)
È pur bello un giorno di vittoria! E più bello per lo schiavo che ha debellato i suoi tiranni!
Che importan le zolle pregne di sangue, la terra seminata di cadaveri e di membra infrante, i lamenti del ferito ed il rantolo del morente… Che importano! Abbiam vinto! Domani le popolazioni festanti accoglieranno i vincitori con strepitose acclamazioni, con pioggie di fiori, e collo sventolare dei bianchi lini da mani, su cui si vorrebbe depor l'anima con mille baci. Ed il plauso, l'affetto delle donne sono certo i preziosi guiderdoni del valore. Sì! donne, ricevete colla scopa i codardi, quella canaglia che non arrossisce d'aver abbandonato i fratelli alle mani col nemico, i propri feriti agli insulti ed allo strazio del mercenario straniero!
Ma i valorosi, i vincitori dell'oppressore beateli! essi son degni di voi, del vostro sorriso, del vostro amplesso e dell'amor vostro! Essi sparsero il loro sangue, cimentarono la loro vita per non lasciarvi ludibrio a sgherri.
I conigli ai cani, al vituperio! E lo ripeto: battete la scopa sul loro codardo volto! Ma ve lo ripeto ancora, donne, e forse per la millesima volta: «Togliete i vostri figli dall'educazione del prete, se no, avrete la colpa voi d'avere dei figli vili, falsi e mentitori, non dei forti, coraggiosi, propensi al bello ed all'onesto, insofferenti di oltraggio, come dev'essere la gioventù italiana. Se voi vedete i vostri figli malaticci, curvi, gobbi, indifferenti al disonore nazionale, ne fu causa il bugiardo precettore che avete dato ad essi.
Avete veduto quel prete che guidando dei fanciulli vestiti da militi, e non sogghignaste di compassione? Un prete che insegnerà loro a far la spia, a porger la guancia sinistra, quando ricevono una schiaffo sulla destra, a non aver altra patria che il cielo, ben anche ad essere nemici di quei veri maestri della gioventù, che ponno guidarla alla santa religione del vero e del diritto.
Che educazione per allevare degli uomini forti che dovranno ricostruire una patria frantumata da tanti secoli, e liberarla dalla cupidigia delle aquile, degli avoltoj e di tutto il rifiuto del genere umano!
Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle loro capitali.
Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.
La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l'incorrotta popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe strade, ove da secoli non risuonava più l'inno della vittoria.
E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato, tra le macerie dell'antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge!
Così fosse!… ma l'anima Italiana è incancrenita, il prete l'ha isterilita, precipitata in un'apatia tale che non sa distinguere se sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato scaraventerà all'inferno il maledetto.
Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell'idiotismo? Gli archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori, scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch'egli dotato d'un cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore? Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva, ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la marcia a prostrarsi ai piedi d'un negromante, il vostro uditorio vi pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato al deserto.
Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.
Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana, acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del bel sesso;—millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.
Accanto ai giocondi e buoni popolani, rari in Roma, ove la contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d'ogni colore, ma non era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di cocodrillo. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c'è di orribilmente retrogrado nell'universo, tanto nei maschi che nelle femmine?
«Largo a los valientes» gridava Costa, che con Aguilan formava a cavallo la vanguardia d'un convoglio funebre alla cui testa si scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che anche morendo distingue i valorosi.
«Largo!» e qui conviene informare il lettore sul Costa, che non conosciamo ancora, ma che ben conoscevano le Trasteverine quando all'alba si presentavano alla fontana di Montorio lui ed Aguilan a cavallo, lavando prima bene i loro destrieri ch'essi stimavan più di loro stessi, poi il proprio corpo, tergendolo da capo a piedi e pettinavan la bruna capigliatura, e pulitissimi tornavano al loro posto di battaglia. Giacchè può dirsi dall'assedio di Roma essere stato dal 3 giugno in poi un continuo battagliare.
Andrea Aguilan, già lo abbiamo descritto, era nativo di Montevideo, ma nero perfetto, Costa pure di Montevideo, era mulatto, cioè di quella casta che la civilizzazione europea partoriva e poi rinnegava, come indegna di appartenere alla famiglia umana. Oggi i Lincoln del secolo decimonono hanno infranto nella polve quell'avanzo di barbarie, quella vergognosa prerogativa d'indegni padroni ed hanno provato colla liberazione di milioni d'uomini, che davanti a Dio poco importa il privilegio d'esser nato bianco, nero od azzurro.
Costa ed Aguilan avean seguito la Legione Italiana di Montevideo in tutte le sue gloriose fazioni, ed erano tanto entusiasti degli Italiani, che non vollero abbandonarli alla loro partenza per l'Europa nel 1848.
Essi eran degni di venire annoverati fra i Legionari Italiani, ed a cavallo, come assueffati tutta la vita, e fortissimi, essi prestarono eminenti servigi.
Aguilan, più nobile, avea perduto alquanto di quella sanguinosa fierezza che distingue i gauci¹ del Rio della Plata, in guerre continue, ed altro non mangiando che carne macellata da loro stessi. Non così Costa, il mulatto, di carattere scherzevole, siccome col pericolo, scherzava anche con un nemico prima di spogliarlo.
¹ Uomini vaganti nelle immense campagne dell'America meridionale.
Un giorno, dopo il combattimento del Tassebi (America) si inseguiva il nemico fuggente. Un povero mulatto, ferito in una coscia e caduto trovasi disgraziatamente davanti al cavallo di Costa, che rabbioso d'esser giunto tardi sul campo di battaglia, voleva ad ogni costo mojar¹ la punta della lancia. Invano il caduto supplicava il feritore; Costa si ostinava sempre più a dar delle lanciate, ma non poteva mai raggiungere il corpo del nemico e la ragione n'era ovvia.
¹ Mojar, bagnare—I Sud-Americani tengono a disonore di non bagnare la punta della lancia, o della sciabola, nel sangue nemico nei combattimenti.
Ajutante del comandante della Legione, Costa conduceva un cavallo di battaglia di ricambio, legato al proprio. Ora si figuri il lettore: se un cavaliere che spingendo la lancia indietro per aver più slancio a vibrar il colpo in avanti, colla parte posteriore della lancia incontra il muso d'un cavallo legato alla coda del proprio e più forte, ne risulta necessariamente che il più forte cavallo, per non essere ferito nel muso, s'innalbera e trascina indietro cavaliere e cavallo.
La scena se non fosse stata tragica, era burlesca, ed il povero ferito dovette veramente la vita alla bravura del cavallo legato. Una voce autorevole giunse al Costa. Il mulatto ricordossi ch'egli apparteneva a gente che non colpiva i caduti, ed il ferito fu salvo. Comunquesia un pittore avrebbe trovato nella scena descritta da fare un quadro tragicomico non indifferente.
Largo! largo! urlavano i due militi di colore alla moltitudine d'ogni età e d'ogni sesso, affollata sulla via che percorreva il convoglio delle barelle. E chi avesse gettato uno sguardo scrutatore in quella folla commossa alla vista dei feriti, avrebbe osservato che non tutti si addoloravano a quello spettacolo.
Un volto schifoso di gesuita, che il vetro di una bottiglia aveva solcato, rivolto ad un suo compagno di malvagità, sorrideva e si fregava le mani di contentezza. Colui altro non era che Gaudenzio, che avea scoperto il pallido volto di Cantoni, e lo credea morente; quando il perverso s'avvide poi che la barella del ferito era accompagnata dalla bellissima fanciulla, un brivido di gelosia e di furore corse per tutto il corpaccio del prete, e co' pugni stretti, con un gesto da indemoniato, lanciossi verso il giacente e lo imprecava con diabolico modo. Atraz!¹—hiso de la grandissima!… era proferito dalla maschia voce d'Aguilan che impennando il suo cavallo, e ricordandosi d'esser stato domatore, voleva colle ugna del destriero calpestare l'impudente. Se il Gesuita si fosse trovato dalla parte di Costa, questo sicuramente mojava la lancia in quel sudicissimo sangue.
¹ Frase sovente accompagnata da voce di disprezzo, comunque sempre insultante.
Il prete, codardo quant'era malvagio, non aspettò certamente le zampe del corsiero che lo avrebbero infranto al suolo, ma precipitossi indietro sulla folla d'ogni sesso e d'età, schiacciando donne e fanciulli per salvar la pelle.
«Addosso alla spia!» questa voce colpì Gaudenzio come un fulmine, certo più spaventosa del cavallo d'Aguilan, ed egli accortosene impallidì da somigliar un cadavere. Era nient'altro che la terribile voce di Martino Franchi, che per caso tornava dal campo ove avea fatto prodigi di valore.
«Addosso alla spia!» fu ripetuto da cento voci, e la folla che prima impediva al convoglio dei feriti di procedere, ora lo lasciò libero e rovesciossi sul settario di Lojola.