CAPITOLO XXXVI.
LA DISCORDIA.
Non la siepe che l'orto v'impruna
È il confin dell'Italia, o ringhiosi,
Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi
Son gli sgherri che vengon di là.
(BERCHET.)
Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia armata guerriera.
Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi, non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza, per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali penisole.
Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera l'Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete quindi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro, essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui ripeterò forse per la decima volta che se gl'Italiani hanno la dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e d'essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri, essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d'aver loro insegnato ad esser codardi¹.
¹ Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l'altra guancia, vi dicono.
Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all'indole nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand'anche si tolgano alcune difese e brillanti fatti d'armi di popolo e di esercito,—ma tutta roba parziale e di povere conseguenze,—l'Italia del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia però e senza consistenza.
E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.
Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di vergogna.
Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è lasciato malmenare.