CAPITOLO XXXVII.
L'OSPEDALE.
Anch'io provai
La gentil voluttà d'esser pia.
(BERCHET).
Oh donna!… se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un istante di sorriso dell'onnipotente! e certo il creato sorrise all'apparizione tua sulla terra!
E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!… casta, ideale, fantastica… E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile capo d'opera dell'Eterno!
Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!
In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.
La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del popolo, la cura del diletto del suo cuore.
La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.
Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia, che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.
Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato la vita per essi.
Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente, ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.
La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad aver appetito, in un dispiacevole digiuno.
Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi, precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone, che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere per soccorrerlo.
Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: «Io ho ravvisato il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l'orribile sembiante del mio tentatore.»
Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s'era presentato come servente nell'ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d'ogni classe, ma si difettava del servigio d'uomini.
Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll'avidità del bracco le sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad ordire per avvelenarlo, l'infernale trama che abbiam veduto non riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi l'infelice animale.
Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d'ogni colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v'è patto possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.