NOTE:

[15] Vento del gran deserto Africano.


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CAPITOLO XVIII.
L’ASSALTO DISPERATO.

Alle donne Italiane, che noi
Vinceremo, o morremo, direte!

(Autore conosciuto).

A Mentana non abbiamo vinto, nè rifiutata la vita! Vi ponno essere dei popoli più steady, direbbero gl’inglesi, e ch’io tradurrò forse male, con impassibili, cioè che marciano in colonna serrata al passo verso delle batterie, che ne fanno macello e quelle colonne si serrano a misura che il ferro ed il piombo nemico le dirada. E sventuratamente per noi, ve ne sono varii, classificando certamente tra i primi i Britanni. Una volta erano i nostri padri di Roma, steady come le loro colonne di bronzo.

Ho detto: vi ponno essere dei popoli più fermi, più impassibili degli Italiani; ma certo nessuno più intraprendente.

Anche in tempi di depressione italiana, tra i più grandi scopritori di mondi nuovi primeggiano certamente Colombo, Americo e Caboto.

Una sola provincia dell’Italia, la Liguria, vessata in tutti i modi, da uno dei governi più abbietti del mondo—mantiene la marina mercantile nostra, fra le prime.

Camogli, paese di cinque mila anime, senza porto, e con poco favorevole posizione nautica, possiede seicento bastimenti d’alto bordo—ciocchè non può millantare paese al mondo.

Il nostro popolo si getta con alacrità inarrivabile a qualunque pericolo, e non smentisce il proverbiale suo valore. La causa ch’ei propugna è santa! Ei va—ne potete esser sicuro. Ma ciò che vorrei dai miei giovani concittadini, sarebbe un po’ più di costanza nei disagi della vita del campo, e nel portare a compimento definitivo questa rigenerazione patria, già per noi vergognosa, lasciata così a metà strada.

Cattivo Governo, infingardía nostra, e massime educazione pretina, sono i motivi del nostro abbassamento fisico e morale. Ma per Dio! ci vuol poi la scienza d’Archimede per capire che un prete è un impostore e che non si deve soggiacere a tanta infamia d’esser il ludibrio del mondo!

Cozzo e i suoi cinquanta assaltavano il forte di Castellamare—la posizione più importante del nemico, perchè proteggeva la comunicazione della flotta col quartiere generale—e lo assaltavano come i Genovesi nel 1746—i Bolognesi nel 49—e come i Bresciani assaltavano gli Austriaci dietro i loro baluardi—col pugnale!....

E non avendo altra arma, anche col pugnale ponno assalirsi i mercenari della tirannide!

Ed i cinquanta Palermitani eran giovani degni dei loro antenati—da non indietreggiare davanti a qualunque pericolo.—Ma troppo ineguale era la pugna!

Il fosso e la prima trincea furon varcati dai valorosi figli di Palermo, verso le due del mattino, e le sentinelle colla guardia esterna eran cadute sotto il loro ferro.

Chiuso però il gran cancello, che metteva nell’interno del forte, il procedere avanti divenne impossibile, e ripigliato coraggio, i Borbonici grandinarono sui cinquanta eroi tale una furia di palle, da uccidere la maggior parte, e metter quasi tutti i restanti fuori di combattimento.

Giungevano le fucilate direttamente dal cancello di ferro, dalle feritoie laterali, e da qualunque punto, o finestra, ove potevansi collocare tiratori.

E che potevano i nostri senza armi da fuoco?

In un momento lo spazio occupato dai cinquanta tra la trincea esterna ed il cancello, fu un mucchio di cadaveri e di feriti.—E i mercenari borbonici non cessavan dal fuoco.

Noi abbiam lasciato, nel capitolo anteriore, Marzia furibonda, correndo per i corridoi del castello, ed aprendo, con tutta la sveltezza di cui era capace, tante celle quante ne trovava, e così pervenne a veder i volti amati della sua Lina e di Lia: molti furono pure i detenuti patriotti in tal modo liberati.

Poche furono le parole d’intelligenza tra i liberati, ma quelle poche bastavano per intendersi, e formando un gruppo compatto, precipitaronsi sui difensori del cancello, li assaltarono alle spalle, li disarmarono, ed aprirono al residuo dei compagni di fuori.

Era veramente molto piccolo il residuo dei nostri prodi assalitori. Comunque, non essendo gravemente ferito, Cozzo, ed alcuni dei rimasti, al grido di: Viva l’Italia! che partiva dai liberatori capitanati dalle nostre eroine, si precipitarono sul cancello, riunironsi ai nostri, e tutti insieme, lanciaronsi nell’interno, sulla guarnigione, la quale, benchè numerosa, fuggiva spaventata in tutte le direzioni.

I liberati in quel trambusto eran pervenuti ad armarsi tutti—chi con armi da fuoco, chi con sciabole, e chi con altre armi tolte ai caduti ed ai fuggenti—e la partita diventava assai sfavorevole ai Borbonici, già disposti di abbandonare il forte, e gettarsi in mare, cercando la protezione della flotta.

Il sinistro genio d’Italia vegliava però sulla sorte della tirannide, e le conservò con le sue malizie per pochi giorni ancora, quel baluardo importante che, perduto il giorno 27 maggio, avrebbe sommamente servito all’impresa dei Mille su Palermo.

Il lettore ricorderà d’aver lasciato il gesuita rovesciato, ed in deplorevole condizione, nella cella di Marzia. Per la sventura del mondo, questa razza di vipere ha la pelle dura, e fattosi riconoscere dal birro che invase la cella, al rumore della lotta che vi era seguíta, questi lo aiutò a sollevarsi e lo accompagnò alla sponda del mare, ove il Monsignor—pezzo grosso—avea sempre un palischermo da guerra a sua disposizione.

Il settario di Loiola, per quanta poca pratica avesse delle cose militari, avea capito che un assalto era stato dato dalla parte di terra al castello, e conoscendo quanta importanza avea lo stesso, come veicolo, e protezione delle comunicazioni tra la flotta ed il quartier generale, corse immediatamente dall’ammiraglio, per prevenirlo del pericolo, e sollecitarlo a non abbandonare Castellamare.

Un avviso del Gesuita valeva un ordine, e ben lo sapeva il comandante della flotta; quindi tutte le compagnie di sbarco di tutti i bastimenti, furono con ogni celerità gettate sul forte per proteggere il presidio.

E ben era tempo! quando le prime barche da guerra approdavano, i fuggenti della guarnigione eran già affollati sul mare per precipitarsi, e tale confusione e trambusto succedeva tra questi mercenari, da far paura.

L’uomo di mare è un essere curioso: assuefatto a disprezzare il pericolo sull’onda, gli sembra che alacremente egli possa affrontar qualunque pericolo, e vi si getta il più delle volte con una gaiezza tutta sua, poi legato dal dovere tra quattro pareti di legno—a lui divenute monotone—egli è sempre contento d’esser inviato in terra, sia anche col pericolo della vita. Dal bordo della sua fregata, o vascello ove trovasi agglomerato con centinaia di compagni poco fortunati come lui, il marino vede sempre in terra un paradiso.

Fatale fu ai nostri valorosi tale propensione marinaresca, e le compagnie di sbarco—colla celerità propria di quella gente—internaronsi nel forte, incontraronsi coi vittoriosi, e per sventura nostra fecero cambiar la sorte delle armi.

Cozzo, ruggendo come un leone, con allato le tre guerriere, e seguito da un pugno di coraggiosi, assalì i nuovi sbarcati, e per più volte li ricacciò indietro; ma questi continuamente sostenuti da gente fresca, finirono per soperchiare i nostri e quasi distruggerli.


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CAPITOLO XIX.
L’ASSALTO FORTUNATO.

Datemi l’arme, all’insidioso acume
Delle volpi di corte, i miti accenti,
A me l’acciaro! dell’oppresse genti
Dal furor dei tiranni è questo il nume.

(Palmi d’Arezzo).

Dopo alcune scaramuccie coi Borbonici a Renne, i Mille impresero quella famosa marcia di notte verso Parco, che li mise in facili comunicazioni coll’interno, e la parte orientale dell’Isola—marcia che io non ricordo d’aver veduto simile, e tanto ardua, nemmeno nelle vergini foreste dell’America.—Marcia che, senza la cooperazione di quei magnifici picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di eseguire, o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.

L’alba del 22 maggio trovava i Mille a Parco, grondanti d’acqua piovana—e molli di fango dalla più disastrosa delle marcie di fianco—e se avessero avuto da fare con un nemico più diligente, quel giorno poteva essere funesto ai nostri Argonauti.

I cannoni erano smontati, e forse i loro affusti trovavansi a varie miglia di distanza. I cattivissimi moschetti infangati, e molti fuori di servizio, e la spossatezza della gente, avrebbero agevolato ai Borbonici la distruzione dell’egregia schiera.

Il 22 però passò senza novità.—I Mille ebbero tempo di rinfrancarsi, asciugar le loro scarse vestimenta, metter in ordine le loro armi, e prepararsi a qualunque avvenimento.

Solo il 23 mossero da Palermo i nemici, in due colonne: l’una direttamente al Parco per attaccarci di fronte; l’altra girando il nostro fianco sinistro, tentava di impadronirsi delle alture, e minacciava la nostra retroguardia e linea di comunicazione.

Il movimento combinato dal nemico non poteva esser migliore per esso, e mise i Mille nella necessità di abbandonare la posizione di Parco, e ritirarsi per lo stradale verso Piano dei Greci—ciocchè dovettero celeremente eseguire, dovendo fare un circuito assai grande—mentre la colonna nemica di cacciatori, sulla nostra sinistra, senza artiglieria, marciava per i monti, direttamente alla nostra linea di ritirata.

I Carabinieri Genovesi mandati sulla sinistra, per disturbare il progresso di tale colonna, vi pugnarono colla solita bravura, e perdettero alcuni dei loro prodi, tra cui Mosto—uno fra i migliori—fratello del Maggiore dello stesso nome, valoroso milite di cento combattimenti, ed uno dei martiri di Monterotondo.—Mosto ferito gravemente a Monterotondo, fu men felice di Uziel—il prodissimo della colonna Genovese—che vi morì da forte ed ebbe quindi la fortuna di non sorvivere alla sventura di Mentana.

Un distaccamento dei Mille con passo celere avendo preceduto la colonna sullo stradale, guidato dai patriotti della Piana, s’impossessò delle forti posizioni che dominano quel paese, e fermò la colonna dei cacciatori nemici la quale, credendo di soperchiare i Mille e disordinarli, ne fu invece soperchiata e resa incapace di avanzare un passo.

Quella sera s’accampò nelle vicinanze della Piana e s’inviò il generale Orsini sulla via di Corleone, coll’artiglieria, bagagli ed infermi—disposizione che principiata al crepuscolo, ingannò i nemici sulla direzione della colonna principale.

La notte stessa si lasciò il campo della Piana, e c’innoltrammo colla colonna senza impedimento nel bosco Cianeto che divide detto paese da Marineo.

Il 24 di maggio il nemico vedendo che tutta la forza dei Mille si ritirava verso Corleone, la perseguiva con circa cinque mila uomini delle migliori sue truppe, ed ebbe nelle vicinanze di quel paese un impegno col generale Orsini, in cui quest’ultimo si comportò egregiamente, sebbene con numero molto inferiore di uomini.

Qui mi è grato il ripetere: che solo in Sicilia potevasi effettuare un movimento coperto come quello che eseguirono i Mille dalla Piana a Palermo all’insaputa del nemico, il quale aveva il suo quartier generale a poche miglia di distanza.

Il 24 i Mille accampavano a Marineo.

Il 25 a Missilmeri—e tutte queste coraggiose popolazioni acclamavano l’arrivo dei fratelli, come se certi della vittoria.

E veramente il popolare entusiasmo ne era ben il precursore.

Quando si pensa che tutte queste belle popolazioni dell’Italia sono oggi così depresse ed umiliate—25 milioni d’individui che hanno i ladri in casa—senza aver nemmeno il coraggio di lamentarsene!—Vergogna!

E si millanta valore italiano—capi guerrieri, prodi eserciti.—Via! via! nascondete quella fronte macchiata dagli sputi stranieri!

Il 26, noi raggiungemmo il campo del generale La Masa a Gibilrossa, ove s’erano riunite alcune migliaia d’uomini delle squadre Siciliane. Ed a Gibilrossa si decise di assaltar Palermo nella notte.


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CAPITOLO XX.
IL 27 MAGGIO.

Si spandea lungo nei campi
Di falangi un tumulto, e un suon di tube
E un incalzar di cavalli accorrenti,
Scalpitanti sugli elmi ai moribondi
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

(Foscolo).

La battaglia di Maratona fu una ben gloriosa vittoria di popoli contro la tirannide; ed i valorosi di Milziade ebbero una santa, terribile e liberatrice vittoria.

I Greci—come gli altri popoli che han la disgrazia di aver dei preti—son questi gli anniversari che dovrebbero ricordare e santificare, non i Domenichi, gl’Ignazi, gli Arbues e compagnia brutta di sangue!

Come la Maratona per i Greci, la battaglia di Palermo, quasi dimenticata e avversata dall’eunuco sistema che regge in Italia, sarà ricordata dalle generazioni venture con entusiasmo e con rispetto!

Sorgi, aurora del 27 maggio!—men sanguigna, men cupa del precedente tramonto—tu vai a rischiarare il giorno più glorioso ch’io mi conosca in Italia.—S. Fermo, Palermo!—i nostri nepoti vi rammenteranno con orgoglio, e quando seduto al focolare, ed attorniato dalla gioventù bramosa, il veterano volontario starà narrando ad essa quelle superbe pugne, grandirà d’un palmo ed il suo volto venerando risplenderà ringiovanito.

Vittorie di popolo! del diritto sulla prepotenza, del vero sulla menzogna, e della giustizia sulla tirannide!

E perchè con tante splendide vittorie, l’umanità rimane sempre schiacciata sotto il peso dei pochi furbi, che la corrompono, la derubano e la fanno infelice?

Ditelo voi, archimandriti Bizantini, che assordate il mondo di ciarle—voi eletti a legislatori colla frode, o dalla dabbenaggine del popolo, o dalla parte di popolo comprato, voi, dottrinari e dottori di tante specie: molti di voi un giorno repubblicani arrabbiati—oggi!..... ho vergogna di dirlo, cosa siete? Comunque, legislatori, che a forza di leggi ci fate desiderar la vita primitiva.

Una scelta schiera di prodi dovea aprire la strada nella capitale dei Vespri.

Tucheri dovea condurla, e per compagni egli aveva nientemeno che Nullo, Cairoli, Vigo, Taddei, Poggi, Uziel, Scopini, Perla, Cucchi, ed altri valorosissimi, i di cui nomi, io raccomando vengano pubblicati dal prode Stato Maggiore dei Mille e dai condottieri nobili delle otto famose compagnie, come pure dal capo delle guide, le quali primeggiavano fra i più coraggiosi[16].

Quella schiera scelta tra i Mille, non contava il numero, le barricate ed i cannoni che i mercenari dei Borboni avevano assiepati fuori di porta Termini.—Essa tempestava e fugava al ponte dell’ammiraglio gli avamposti nemici, e proseguiva.

Le barricate di porta Termini furono superate volando—e le colonne dei Mille, e le squadre dei Picciotti calpestavano le calcagna della valorosa avanguardia, gareggiando d’eroismo.

Non valse una vigorosa resistenza dei nemici su tutti i punti, nè il fulminare delle artiglierie di terra e di mare, massimamente d’un battaglione di cacciatori indigeni[17] collocato nel dominante convento di S. Antonino che ci fiancheggiava sulla nostra sinistra a mezzo tiro di carabina.—Nulla valse: la vittoria sorrise al coraggio ed alla giustizia, ed in poco tempo il centro di Palermo fu invaso dai militi della libertà italiana.

Trovandosi la popolazione della capitale della Sicilia completamente inerme, essa non poteva il primo giorno esporsi ai fuochi tremendi che avean luogo per le strade.—Giacchè non solo sparavano le artiglierie della truppa concentrata in Palazzo Reale, Castellamare, ecc., ma la flotta Borbonica infilando le strade principali, le spazzava coi suoi forti proietti e distruggeva non pochi edifizi con granate e bombe.

Ed ognuno sa che quando i bombardatori[18] ponno bombardare una povera città senza esserne molestati, la loro bravura da cannibali si accresce in ragione geometrica.

Ben presto però il popolo di Palermo accorse all’erezione di quei propugnacoli cittadini, che fanno impallidir la tirannide—le barricate—e vi si distinse come direttore il colonnello dei Mille, Acerbi, milite valoroso di tutte le battaglie italiane.

I popolani, armati d’un ferro in qualunque guisa dal coltello alla scure, presentavano nei giorni susseguenti, quelle imponenti masse, irresistibili in una città, a qualunque truppa, per ben organizzata che sia. E quando un’intimazione di deputati borbonici fece significare ai Palermitani: di dover ricorrere alla clemenza del Re, un ruggito di sublime sdegno—somigliante a quello dei terribili nostri vulcani quando scuotono la superficie del globo—si udì nelle illustri vie che risuonano ancora l’eco sterminatore di un esercito di tiranni.

Allora potè vedersi cosa vale una città di dugento mila anime disposta a seppellirsi sotto le macerie dei suoi focolari, pria di piegar il ginocchio sotto la prepotente tirannide.

Da quel momento le barricate sortivan da terra come per incanto—e che barricate! da poter sfidare anche le più forti artiglierie. Palermo n’era stipata.—Ogni finestra di casa presentava un’alta barricata di materassi, cuscini, mobilia d’ogni specie, e le più pesanti suppellettili vedevansi sospese, pronte ad esser precipitate sulle teste dei mercenari, in caso essi avessero tentato di assalire i figli della libertà.

Salve! città dalle grandi memorie—anche questa volta l’eroica tua iniziativa valse la quasi unità della patria italiana, che sarebbe compiuta oggi, senza la prevalenza della menzogna, del dottrinarismo e degli adoratori del ventre!