NOTE:

[16] Non potendo, com’è ben naturale, ricordare i nomi di coloro che fecero parte di quella sacra Legione, ho pensato d’introdurvi quei gloriosi martiri dei Mille che mi si presentano alla memoria, sebbene non tutti appartenenti a detta schiera.

[17] V’erano varii corpi stranieri.

[18] I bombardatori di città e quei bulli che fucilano individui inermi come i Ciceruacchio ed i volontari fucilati dopo Aspromonte, son gente che non dovrebbero più vivere nei paesi civili, ma come Aynau essere gettati nei fiumi o presi a bastonate.


[Indice]

CAPITOLO XXI.
LA CAPITOLAZIONE.

Les Républicains sont des hommes,
Les esclaves sont des enfants.

(Chenier).

Io ho sempre inteso per repubblicani i propugnatori dei diritti dell’uomo contro la tirannide; e tali eran certamente i Mille ed i loro valorosi commilitoni del 60. Ciò sia detto, spero, per l’ultima volta, a confutazione di quei dottrinari che voglion oggi far monopolio dell’idea repubblicana, come se fossero essi gl’inventori—come se non fossero mai esistite repubbliche—e che hanno sempre l’aria di non volermi perdonare la spedizione di Marsala, per non avervi proclamata la repubblica e di non averla proclamata in altre occasioni, in cui mi sono trovato in comando.

Dopo la Fieravecchia, occupato il palazzo Pretorio col quartier generale, i nostri militi rinforzati sempre dai robusti abitatori delle campagne, armati di cattive carabine—ma audacissimi—i nostri militi, dico, a poco a poco, cacciarono da tutti i punti centrali della città i soldati borbonici verso il Palazzo Reale a mezzogiorno, e verso Castellamare a tramontana. Le comunicazioni tra il quartier generale e la flotta divennero impossibili, ed i primi indizi d’una capitolazione furono: la richiesta del permesso di condurre i feriti nemici sulla flotta, per esser trasportati a Napoli, e quello di seppellire i morti che ammonticchiati nei siti delle pugne, cominciavano ad infettar l’aria.

Ciò richiese un armistizio di 24 ore—e Dio sa se noi ne avevamo bisogno, obbligati come eravamo di fabbricar la polvere e cartucce di cui fummo privi durante delle ore!

E qui giova ricordar pure che nessun soccorso d’armi o di munizioni ci venne dai legni da guerra ancorati nel porto e sulla rada, compresa una fregata italiana, su cui il comandante cacciò un mio messo, senza volerlo ascoltare. In quei giorni solenni in cui avremmo pagato a peso di sangue alcuni mazzi di cartucce!

Se ben mi ricordo, si comprò un vecchio pezzo di ferro da un bastimento greco.

Comunque, la fortuna arrideva al coraggio ed alla giustizia. Si fabbricava una cartuccia e si tirava. Le fucilate nemiche all’opposto sembravan grandine, ma i militi della libertà non le temevano, ed impavidi progredivano colle barricate verso il covile dei mercenari.

I generali nemici spaventati da tanto eroismo cercavan di capitolare, ed una prima conferenza a bordo dell’Annibal, ammiraglio Mundy, ebbe luogo tra il capo dei Mille e loro.

Qui vi è da osservare pensando che il capo dei Mille—trattato da filibustiere sino a questo punto—divenne ad un tratto Eccellenza, titolo ch’egli ha sempre disprezzato come uno dei simboli dell’imbecille orgoglio umano. Tale è la bassezza dei potenti della terra,—quando colpiti dalla sventura.

La conferenza a bordo dell’Annibal ebbe per risultato la proroga dell’armistizio. Ma le altre condizioni proposte dai generali borbonici erano state inaccettabili. Facendosi però più trattabili ogni giorno i suddetti generali, si conchiuse finalmente una capitolazione, con cui l’esercito borbonico obbligavasi d’imbarcarsi fra un numero determinato di giorni, abbandonar la Sicilia e non tenervi che le cittadelle di Messina, Agosta e Siracusa.

Si rimaneva quindi padroni dell’Isola intiera, meno le tre fortezze suaccennate, ed a ciò avea contribuito anche molto l’adesione quasi simultanea di tutte le città della Sicilia alla splendida rivoluzione.


[Indice]

CAPITOLO XXII.
IL RISCATTO.

Sulle tue cime di granito—io sento
Di libertade l’aura, o mia selvaggia
Solitaria dimora—e non nel fondo
Corruttor delle reggie.

Quand’io, nell’avventurosa mia carriera sulle coste americane dell’Oceano, ho potuto dire a degli schiavi «Voi siete liberi!» quello fu certamente il più bel momento della mia vita.

E voi bianchi! padroni e carnefici dello schiavo nero—voi!.... teneteveli i diamanti vostri—io non li curo. A me, pirata—come m’avete chiamato tante volte—basta d’aver messo un termine ai vostri delitti ed al servaggio dei vostri schiavi.

Marzia, che abbiam lasciata fuggente dalla sua cella—dopo d’aver atterrato e quasi strangolato il gesuita—dominata ancora dal parossismo di disperazione in cui l’avea condotta il perverso colle diaboliche insinuazioni, avea conservato però presenza di spirito sufficiente per impadronirsi del mazzo di chiavi attenenti alla chiave della propria cella, e profittando della confusione suscitata da Cozzo e compagni nel loro assalto, si accinse ad aprire quante celle le capitarono nel corridoio—piene tutte di prigionieri—e per fortuna indovinò nelle stesse quelle delle sue compagne.

Ricorderà il lettore come finì sventuratamente la lotta ineguale impegnata tra il pugno di prodi, di cui facean parte Cozzo e le tre eroine, e la guarnigione del castello, sostenuta dalle compagnie di sbarco della marina.

Ora la capitolazione dei Borbonici era firmata, l’Isola dovea essere evacuata, e certo i primi a liberarsi dovevano essere i detenuti politici di Castellamare.

La liberazione di quei cari e valorosi compagni, la maggior parte feriti, uscendo dall’ergastolo e risalutando il sole della libertà, acclamati da immensa popolazione, fu un vero giorno di festa per la capitale della Sicilia.—Ognuno abbracciava i suoi che avea creduto per sempre perduti—e lascio pensare con che giubilo Lina e Marzia furono accolte dai Mille, e massime da P. e da Nullo.

Lia era rimasta a custodire Cozzo, incapace di muoversi per le ferite, sino verso sera in cui fu trasportato in una bussola alla propria casa.

Giubilate pure, uomini e donne che contribuiste alla liberazione della patria! A che vale la vita dello schiavo! Non è meglio morire? Palermo libera e cacciando i tiranni, vale ben la pena di esser fieri di giubilarne!

La superba capitale dei Vespri, come i suoi vulcani, manda ben lungi le sue scosse—e crollano al gagliardo suo ruggito i troni che posero le insanguinate fondamenta sull’impostura e sulla tirannide.

Ma non solo i buoni giubilavano, anche i perversi maestri camaleonti—sempre pronti a svestire la pelle del lupo e frammischiarsi tra gli agnelli divenuti leoni.—Si! anche i schiakal dell’italiana famiglia, oggi tutti seduti alla greppia dell’erario pubblico, giubilavano!

Drizzando alquanto il collo torto ed atteggiando il ceffo al sorriso, spuntavano dai loro covili, ove s’eran tenuti nascosti tutto il tempo che durò la pugna, stringendo la destra a tutto il mondo ed inneggiando più degli altri alla libertà ricuperata.


[Indice]

CAPITOLO XXIII.
IL RIPOSO.

Malheur aux coeurs ingrats, et nés pour les forfaits,
Que les peines d’autrui n’ont attendri jamais.

(Autore sconosciuto).

Ne avevan ben bisogno di riposo i Mille, poveri giovani!—la parte eletta di tutte le popolazioni italiane, ma non avvezza ai disagi, alle privazioni—figli di famiglie distinte, eran gran parte studenti—molti laureati—e tutti, con poche eccezioni consacrati all’eroismo e al martirio, per la liberazione di questa nostra terra, un dì padrona del mondo.—E fu gran colpa veramente la conquista del mondo conosciuto che dovea necessariamente aver per conseguenza l’odio universale.

I Mille, per la maggior parte non marini, avean lasciato le nausee di mare, per ingolfarsi nelle stragi delle battaglie, e per sentieri quasi impraticabili eran pervenuti in Palermo, ove cacciando davanti a loro un esercito di ventimila uomini delle migliori truppe borboniche, liberavano la Sicilia intiera in solo venti giorni. Ed in sette sanguinosi combattimenti, coadiuvati dai loro fratelli del mezzogiorno, compivano l’opera sognata dai grandi italiani di tutte le epoche.

Dopo la ritirata dell’esercito borbonico, i Mille poterono organizzarsi, e formaronsi nello stesso tempo varii piccoli corpi, comandati da esperti ufficiali, e Palermo, da una piazza d’armi del dispotismo, divenne in pochi giorni un semenzaio di militi della libertà italiana.

Che bel vedere nelle ore fresche della giornata quei vispi giovani figli della Trinacria, all’esercitazioni militari, con uno slancio, una volontà da consolar l’animo del veterano per cui l’Italia redenta fu il sogno di tutta la vita.—E l’Italia, ripeto, avrebbe potuto redimersi intieramente in quell’epoca gloriosa, se l’inerzia degli uni e la malizia degli altri non avessero inaridito il germe potente dell’eroismo nazionale.

La sosta in Palermo dopo l’evacuazione dei nemici fu pure impiegata ad opere giovevoli. Il gran numero di ragazzi, vagando per le strade, ove per lo più trovano una scuola di corruzione, furono raccolti, riuniti in stabilimenti idonei, ed educati alla vita dell’onesto cittadino, o milite.—Si migliorò la condizione degli stabilimenti di beneficenza, e si supplì di viveri tutta la parte della popolazione indigente, e tutta quella danneggiata dal bombardamento e dalla guerra in generale.

L’organizzazione del Governo Dittatoriale fu pure attuata, e vi contribuirono varii esimii patriotti della Sicilia—tra cui primeggiava l’illustre avvocato Crispi, uno dei Mille.

Distribuite le forze nazionali in tre divisioni, esse presero il nome d’Esercito meridionale, che mosse verso l’oriente per compiere l’assunta missione emancipatrice.

Una divisione comandata dal generale Türr (surrogato per causa di malattia dal generale Eber) s’incamminò per il centro dell’Isola. La divisione di destra comandata dal generale Bixio per il littorale a mezzogiorno; e quella di sinistra comandata dal generale Medici per la costa settentrionale, con ingiunzione di riunire quanti volontari si sarebbero presentati ad accrescere le forze nazionali; e tutte coll’ordine di concentrarsi nello stretto di Messina.

Più che dai contingenti isolani, i Mille furono aumentati da varie spedizioni posteriori, partite dal continente.

La prima spedizione comandata da Agnetta[19] giunse col Veloce, piroscafo piccolo, e prese parte agli ultimi combattimenti di Palermo. Le altre più o meno numerose, seguirono ed accrebbero il numero dell’esercito meridionale con forti militi del settentrione e del centro.

Il generale Sirtori, capo di Stato Maggiore dei Mille, rimase in Palermo Prodittatore della Sicilia—ed ogni cosa in generale camminava in favore della fortunata rivoluzione.

A Roma però, in intelligenza con Torino e Parigi, focolari d’ogni malizia, tramavasi contro la stessa, e preparavansi tutti i mezzi per arrestarla ed annientarla.