NOTE:

[54] Posto ove si alza la bandiera.

[55] La squadra inglese ancorata sulla rada di Napoli, ebbe in quei giorni varii disertori, che volevano ingrossare le nostre fila. Tale era la simpatia di quella brava nazione per la libertà italiana.


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CAPITOLO L.
CONTINUA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO.
BRONZETTI A CASTEL MORRONE.

A egregie cose il fort’animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte!
E bella! e santa fanno al vïator
La terra che le ricetta.

(Foscolo).

Accanto alla illustre e martire famiglia dei Cairoli, e di tante altre per cui veste lutto l’Italia militante, l’Italia dei generosi! posiamo alla venerazione di tutti, quella dei Bronzetti.

Il maggiore, caduto contro gli austriaci a Seriate. Il secondo, non meno eroicamente, a Castel Morrone.

Ho già detto essere la nostra linea di battaglia difettosissima, per irregolarità del terreno, e per troppa estensione. Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso il piano di battaglia dei generali borbonici. Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morrone, a S. Angelo, a S. Maria, a S. Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome, ove comandava il generale Sacchi.

Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro esercito, contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi studiate e preparate.

Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè, minacciato cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a S. Tammaro, o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito, essi potean giungere a Napoli con poche perdite.

Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico padrone di Napoli, e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco serio.

Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane, il maggiore Bronzetti, alla testa di circa trecento uomini, sosteneva l’urto di quattromila borbonici, e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui occupate. Invano il nemico intimò la resa a qualunque patto. Invano! Il prode Lombardo avea deciso di morire co’ suoi compagni, ma non arrendersi. E tale era l’eroica risoluzione di tutti!—Avanzo di dieci assalti, pochi restavano del suo piccolo battaglione, e la maggior parte giacevano morti o morenti sul campo della strage. I pochi restanti però, trincerati nell’alto del rovinato castello, non vollero saper di resa, animati dall’esempio del valorosissimo capo.

«Arrendetevi, ragazzi!» gridavan gli ufficiali borbonici, edificati da tanta intrepidezza, e certamente orgogliosi di tali concittadini: «Arrendetevi, non vi sarà tolto un capello: già faceste abbastanza per l’onore!»—«Che arrendersi!» gridavano quei superbi e gloriosi figli d’Italia: «fatevi avanti! se avete animo!»

Essi terminarono sino all’ultima cartuccia, sostennero l’attacco finale colla baionetta, e caddero tutti!..... Alcuni pochi feriti furono trasportati a Capua.

E dove giaciono le ossa di tanti prodi e dell’illustre duce Bronzetti?.....

Italia le ricordi!


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CAPITOLO LI.
ANCORA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO.

I fratelli hanno ucciso i fratelli!
Questa orrenda novella vi do!

(Manzoni).

Io desidero: nelle venture battaglie contro lo straniero, poichè delle batoste ve ne saranno molte ancora, con codesta condizione sociale di rubati e di ladri;—nelle venture battaglie contro lo straniero, ripeto, bramo gl’italiani combattano come lo fecero in questa sanguinosissima, gli uni contro gli altri.

Nel centro, cioè tra S. Maria e S. Angelo, ove si andava a decidere della giornata, il terreno era piano e coperto di olivi, ciocchè neutralizzò in parte la superiorità della carabina nemica;—ed alle successive cariche di questa, i nostri appiattati dalle piante, la respingevano a fucilate con vantaggio. Il colonnello Assanti, con parte della divisione Cosenz, fu posto in riserva sullo stradale, e seguitò il movimento, mentre le colonne d’attacco procedevano avanti.

«Voi la vedete la linea nemica, dietro quei ripari» diceva io al comandante d’una compagnia milanese che si trovava di avanguardia, «Ebbene, spiegate in catena la vostra gente, e caricate senza fare un tiro sino a raggiungerli, quei ripari, la colonna vi seguirà immediatamente».

La stessa ingiunzione io feci ad una compagnia calabrese, che stava alla mano, e tutta quella brava gente caricò intrepidamente il nemico.

La colonna che marciava dietro e che prese la stessa direzione, era comandata dal generale Eben, che marciava alla testa con un nucleo di valorosi ungheresi.

Questi prodi marciarono verso il nemico coll’arma al braccio, come in piazza d’armi, e ricorderò sempre con orgoglio d’aver comandato a simili militi.

Il fiero ed imponente contegno delle nostre colonne, marciando avanti senza sparare un tiro contro una grandine di granate e di fucilate, scompigliò il nemico, e lo sloggiò dalle sue posizioni.

Contemporaneamente caricato a destra dai generali Medici e Avezzana, cioè da tutte le forze di Monte S. Angelo, e da sinistra da parte dei corpi dei generali Türr e Mielbitz, il nemico fu posto in fuga dovunque, perseguendolo i nostri sino sotto Capua.

La giornata fu completa, e verso quell’ora, circa le 5 pom., ricevo un dispaccio dal generale Bixio, annunciandomi il trionfo dell’ala destra, da lui comandata.

Dopo un combattimento accanito di varie ore, Bixio erasi posto alla testa d’una piccola colonna scelta, e colla solita sua bravura avea caricato i borbonici, e cacciati sino alle sponde del Volturno.

Io telegrafai in quel momento a Napoli:

«Vittoria su tutta la linea!»


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CAPITOLO LII.
IL GESUITA.

Quell’antipatica vostra figura
Desta, scusatemi, rabbia e paura.

(Clara di Rosemberg).

Quando io penso al potere dei preti, conservato malgrado ogni sorta di scelleraggine, appena credibile e che l’umana natura dovrebbe essere incapace anche d’ideare;—malgrado l’aver ridotto fino all’ultimo grado la più grande delle nazioni, d’averle inflitto ogni specie d’umiliante degradazione, averla venduta tante volte allo straniero e sopratutto d’averla educata ai baciamani, alle genuflessioni, alla paura, alla prostituzione e ad ogni specie d’oltraggioso abbrutimento, per cui una delle più belle razze, è per loro rachitica, curva, inferiore moralmente e materialmente a tutte quelle altre razze che le furono alunne!—Pensando al potere dei preti, dico: in questo secolo che si chiama civile, mi viene sovente il dubbio, che codesti cretini a cui appartengo per le forme, altro non sieno che una delle tante famiglie di scimmie da me vedute nel nuovo mondo.

Un prete è un impostore!—Chi può provare il contrario?—E vi vuol poi tanta matematica per capirla?—Eppure la potenza di quell’essere malefico continua. Le plebi ne sono affascinate ed il dispotismo si serve di cotesto fascino per malmenare i popoli. E si grida da una parte, e si fa i sordi dall’altra, ed intanto va avanti questo bordello, chiamato costituzione di popolo libero, e questa povera Italia nostra che potrebbe essere comparativamente felice, è scelleratamente più martoriata delle altre nazioni.

Ciò prova a sufficienza non esser questa l’età dell’oro, e prova che il male supera tuttora il bene nelle afflitte nostre contrade.—Chi sono i sostenitori del pretume? I minchioni ed i birbanti. I governanti presenti dell’Italia sono quindi o birbanti o minchioni,—piuttosto arcibirbanti! E tutto questo gran popolo libero ed indipendente a cui s’impone tutta cotesta bordaglia, io mi vergogno di qualificarlo e di appartenervi!

Sebbene vinto l’esercito borbonico al Volturno, il cherchume perciò non cessava dalle sue reazionarie trame;—esso fu scosso, scompigliato, atterrito dalla gloriosa vittoria della giustizia, ma rialzavasi presto, e non frenava la sua libidine di congiure e di tradimenti contro la terra che per sua sventura generava e nutriva cotesto mostro dalle mille teste.

Corvo, il gesuita, il terribile agente della reazione clericale-borbonica, sdegnato prima contro i correligionari della camorra, e della bottega di Napoli, era poi sdegnatissimo contro i generali di Francesco II che con un immenso e brillante esercito, s’eran lasciati battere da un pugno di rompicolli.

Come abbiam veduto, egli avea lavorato in Napoli con un accanimento straordinario per suscitare il partito ad un movimento d’insurrezione, che avrebbe servito di potente diversione a favore dell’esercito di Capua. Egli avea assistito a tutte le riunioni della camorra, avea picchiato a tutte le porte dei conventi, dei prelati e dei parroci. Ma vi vuol altro:—l’affare era arduo per i grassi ministri di Dio! Si trattava della pelle—e benchè sicuri della gloria del paradiso (non ridete), morendo per una causa santa,—essi, i candidi leviti che appartengono ad un mondo superiore, amano un tantino le delizie di questo. E perciò il nostro settario di S. Ignazio, maledicendo alla codardia dei ben pasciuti coccodrilli, recossi al campo del re di Napoli.

Corvo assisteva a tutta la battaglia del 1º ottobre; vero genio del male, egli moltiplicavasi in tutti i punti più importanti, animando i soldati alla zuffa;—e fu veduto col crocifisso alla mano nel più forte della mischia, eccitando, col gesto e colla voce, e gridando con quanto avea di polmone: «Avanti!» Ma là pure gli toccò ad indietreggiare, e si contava d’un prete, che mentre tutta la truppa davasi alla fuga, esso per l’ultimo, sempre col suo Cristo alla mano, disprezzando gl’inseguitori, non v’era modo di farlo alzar le calcagna.

Che ostinazione nel male in quell’uomo sì avvenente, sì coraggioso e d’un genio veramente superiore; io ne sono stranamente sconcertato, e sovente pensando a tali esseri straordinari, io mi stupisco come non crollino il fango da cui sono avvolti e dicano alle moltitudini che abbisognano tanto di verità come di pane: «Noi siamo i sacerdoti del vero!»

Che un cretino possa esser prete e possa creder a’ preti, pazienza! Ma che una delle più grandi celebrità moderne, come matematico e come astronomo[56] possa rimaner gesuita, mi fa strabiliare.

I grandi d’ogni specie crederanno forse esser necessario che la canaglia si ravvolga nella melma e vi rimanga per sempre?

Corvo, disperando del successo, prese la campagna, avviandosi verso Isernia, uno dei centri del sanfedismo.

Le superbe popolazioni Sannite che abitano tutto quel pezzo scosceso d’Apennino che limitano il Volturno ed il Sangro ad ostro, ed il Lazio a settentrione, fiere ed indipendenti come i loro antenati, mantenute come sono, nell’ignoranza dal prete, esse sono come le Calabre, la più ricca messe della fellonia chercuta, e sono quelle che danno i più famigerati briganti, di cui il clero dispone assolutamente.

Tra quelle orribili gole, ove capitolava e passava sotto le forche Caudine l’esercito Romano, e fra codeste bellicose popolazioni internavasi il gesuita, come se volesse nascondersi da tante vergogne, e sicuro di trovar pascolo alle infernali sue disposizioni.

Il perverso avea più d’un incentivo nella sua impresa. Egli serviva la causa a cui avea dedita la sua scellerata esistenza, ed abbiam veduto in che modo, ma più di ciò egli era solleticato dalla speranza di potersi vendicare dei rapitori delle sue donne;—per cui egli sentiva qualche cosa dentro che non sapeva spiegarsi, ma qualche cosa che lo attraeva e lo spingeva irrevocabilmente verso quelle sue vittime.

Nelle sue peregrinazioni reazionarie, l’astuto settario di Loiola non avea mancato di occuparsi della marcia dei fuggenti da Roma e per mezzo d’agenti sicuri egli avea seminato d’insidie e d’ostacoli il cammino dei nostri cari.

L’Italia, nella cieca noncuranza in cui si dondola, non si capacita di ciò che ponno i preti nelle campagne. Non esiste il benchè minimo villaggio ove risiede un prete, che non sia un focolare di reazione, una scuola d’ignoranza e di tradimenti alla patria.

Che lasci l’Italia i preti come sono oggi (1871) e che tenti di sostenere una guerra contro lo straniero, ed essa vedrà ciò che le succede con codesti assassini domestici. Nel periodo in cui scriviamo, la congiura clericale lavorava nell’ombra, a Napoli, in Sicilia, ed in tutti i paesi conquistati dalla rivoluzione, vicino ed a mezzogiorno della Metropoli; ma al settentrione di questa, ove esisteva tuttora l’autorità regia, e massime nelle vicinanze della frontiera romana, ardeva fierissima propaganda contro di noi, e codesti forti, ma ignoranti contadini, ovunque adunavansi per ostilizzarci.

Corvo posò il suo quartier generale ad Isernia, città importante del Sannio, e di lì munito come era di pieni poteri da Roma e dal Borbone, ramificò la sua rete reazionaria in tutti i dintorni.