NOTE:
[56] Il Padre Secchi.
CAPITOLO LIII.
I TRECENTO.
L’han giurato! li ho visti in Pontida
Convenuti dal monte e dal piano;
L’han giurato! si strinser la mano
Cittadini di venti città.
(Berchet).
Noi lasciammo i protagonisti del nostro racconto, scampati dalle ugne pontificie ed incamminandosi verso l’Apennino coll’intenzione di seguitarne le vette, per discender poi nelle pianure Campane, a dividere coi prodi fratelli dell’esercito meridionale le gloriose battaglie che dovean decidere la caduta d’uno dei puntelli del dispotismo—e la rigenerazione sulle sue rovine di tanta parte di popolo italiano.
Il comando della valorosa brigata dei trecento fu all’unanimità affidato all’intrepido colonnello Nullo, e questi scelse a suo capo di stato maggiore Muzio—e Muzio con quell’abnegazione che distingue il vero merito—fu lui primo a proporre il bellicoso eroe della Polonia per capo, e volonteroso per il primo a chieder gli ordini con una modestia ed una subordinazione ammirabili.
Elia, il padre di Marzia, era stato raccolto in Roma, e faceva parte della comitiva.—Povero vecchio!—Le membra slogate dalla tortura dell’Inquisizione pretina, ed il volto scarnato, e livido dai patimenti—faceva compassione il vederlo! L’amore immenso per la figlia del suo cuore solo lo teneva in vita—ed inteneriva chiunque lo contemplasse, infelice! quando rivolto alla sua cara, egli beavasi nel di lei sguardo. Fu necessaria una cavalcatura per lui, e per la bella contessa Virginia—anch’essa poco assuefatta a marciare a piedi—ciocchè non fu difficile trovare nella ricca campagna di Roma.
Le nostre due giovani eroine sdegnarono di marciare a cavallo—e vollero dividere i disagi dei semplici militi, chiedendo però a Nullo di condurle presto in sito, ove poter acquistare un moschetto, arnese molto più confacente d’un ombrellino a codeste amazzoni della schiera dei Mille.
Noi sappiamo già esservi nella colonna trecento armati di sole daghe, eccetto una ventina di carabine tolte alle guardie del Comandante Pantantrac, ed agli sgherri. La richiesta delle fanciulle mise in pensiero il Capo.—E veramente che avrebbero potuto fare i prodi da lui guidati se si dovea combattere contro gente armata di fucili?
Un individuo che seguiva Lina, come la propria ombra, aveva inteso il desiderio delle donne, ed osservava l’aria mesta e distratta del Duce—con certo piglio significativo.
Questi era Talarico, il brigante redento, che attratto dalla bellezza della fanciulla, e forse dal dovere che ha ogni uomo che non sia un prete, di servir la causa del suo paese, s’era convertito alla parte della giustizia e dell’onor nazionale.
Talarico amava Lina come il leone la sua femmina, colla differenza, che conscio dell’affetto di lei per Nullo, piegava il capo alla fatalità della sua posizione, e conformavasi come il naufrago, che non potendo dominar le onde, da esse si lascia travolgere nei gorghi, dopo la lotta terribile della disperazione.
Lina non l’amava, essendo il vergine suo cuore tutto rivolto all’incomparabile amante di cui tanto andava superba; comunque, la fiera, maschia ed ingenua devozione di quel rozzo ma superbo principe della montagna la solleticava, e nell’anima sua bellicosa, ma gentilissima, essa non poteva albergare un senso che non fosse di propensione e d’interesse per quel servo sempre pronto al minimo di lei desiderio.
Guai a chi avesse tolto un capello alla dea del suo culto! Il ferro del figlio d’Aspromonte avrebbe solcato il petto dell’insolente come una lama di fuoco.
Egli, dacchè reso alla schiera dei forti campioni della libertà italiana, avea trovato nell’anima sua redenta tanta generosità ed abnegazione, da non esser nemmeno geloso del suo capo, sicchè, innamoratissimo, senz’altra speranza che quella di una meritata simpatia dal suo idolo, l’amore di Talarico era diventato di natura celeste, come quello che ispira tanta ammirazione nella vita squisitamente gentile del gran cantore di Laura, e che sì maestrevolmente narra il Foscolo:
«Amore in Grecia nudo, e nudo in Roma
«D’un velo candidissimo adornando,
«Depose in grembo a Venere celeste».
L’anima ardente dell’antico principe dell’Apennino, di più, era salda come l’acciaio, e la coorte dei liberi potea fare assegnamento su di lui, come sulle proprie daghe.
—«Comandante, disse Talarico a Nullo, che già lo aveva scelto come guida nelle montagne; Comandante, davanti a noi abbiamo Tivoli, distante poche miglia, se vogliamo giungervi di notte—ciocchè mi sembra conveniente—io vi condurrò nella città, per vie a pochi note, e giungeremo nel centro della stessa, sorprendendo qualunque forza papalina vi possa essere, e potremo quindi armarci di alcuni fucili».
«Bravo!» fu la risposta di Nullo a Talarico; ed immediatamente il colonnello ordinò di obliquare a sinistra ed imboscarsi nella selva sacra del Teverone, per aspettarvi la notte. Fra i militi della brigata, pochi eran quelli che avean pensato a provvedersi per la campagna, ma per fortuna in settembre, poche son le provincie d’Italia, ove non si trovino abbondantemente delle frutta, e con queste, per uomini giovani e disposti a tutto, poco o niente sentivasi la carestia.
Erano le 7 pom. quando la brigata cominciò a muoversi dal bosco sacro con Talarico alla testa; essa traversò il Teverone, e ne seguì silenziosamente la sponda destra, sino ad oltrepassare la famosa cascata, poi torcendo a destra verso il fiume—che in quel punto sembrava d’argento, per la calma dell’aria, per il poco declivio,—la testa della colonna inoltrossi sopra un ponte di legno, e sfilando al di là della sponda sinistra, trovossi proprio a levante della città, cioè verso i monti.
La città di Tivoli trovasi in posizione fortissima per chi l’assale da ponente, verso Roma, ma da levante essa è completamente dominata dai monti che le stanno a tergo. I Tivolesi non s’aspettavano tale visita; e siccome in questi tempi di rivoluzione e di congiure clericali, non mancava il timore; lumi, se ne vedeano alcuni a quell’ora, circa le 9 pom., ma la gente per le contrade era pochissima.
Al primo individuo che capitò nelle mani di Talarico, questi con poche cerimonie mise la mano al colletto—impose silenzio—e sommessamente chiese ove trovavasi la truppa. «Ahi!»—fu il primo grido dell’innocente paesano—quando sentì le graffe del tigre nel collo—poi: «Signor Piemontese!.....» quando s’avvide esservi molta forza, e secondo pare, sapevasi esser non lontano l’esercito settentrionale—«Signor Piemontese!, io sono amico vostro». Ed il poveretto era giustamente uno di quelli che intendevano per Piemontesi i liberatori, e non s’ingannava, toltone che i bravi figli del Piemonte, essi stessi credenti nella liberazione dei fratelli, non sapevano esser guidati dalla magagna Sabauda-Napoleonica.
«Amico, o non amico, tu hai da condurci ove si trovano i papalini—e subito!» era la risposta del fiero calabrese. E non v’era tempo da riflettere, ma ubbidire.
Due compagnie di zuavi pontifichaux formavano la guarnigione di Tivoli, e siccome a questa bordaglia piace l’Italia per i suoi vini, per le sue belle donne, particolarmente, a quell’ora ebbri per la maggior parte, erano anche quasi tutti presso le loro conquiste da trivio.
Una guardia qualunque trovavasi sul magnifico piazzale che a ponente fronteggia la vecchia capitale del mondo, ed i nostri Romani, sorpresa la guardia, ne legarono sino all’ultimo individuo, s’impadronirono di tutte le armi, e disperdendosi poi in tutte le direzioni, armati delle armi papaline, fecero una razzìa generale di quanti innamorati soldati del papa trovarono.
I pontifichaux gridarono, urlarono: «à la trahison!» secondo il solito, e l’alba d’una bella mattinata settembrina li trovava legati come tanti polli, due per due, alla mercede di gente ch’essi erano assuefatti a disprezzare, perchè sempre discordi, e che ben potevano sgozzarli senza tema d’infrangere le leggi della giustizia. Perchè, a che questi vampiri del sanfedismo, che come i preti hanno la loro divinità nel ventre, vengono a saziare i loro indecenti appetiti a danno d’un popolo infelice che li trasse dalle foreste, ove marciavano a quattro gambe come i gatti, e li pose sui piedi di dietro dicendo loro: «Siate uomini!»?
I trecento passeggiarono padroni per le vie di Tivoli provvedendosi d’armi e d’ogni cosa bisognevole per il loro viaggio, mentre che la popolazione in odio al papato li acclamava con ogni segno di simpatica benevolenza.
Nullo, a cui non fuggiva la falsa posizione in cui s’ingolfava quel buon popolo, credente nell’apparizione dell’avanguardia del grande esercito italiano—ciocchè altro non erano che i pochi esuli dalla città eterna, così ammonì quella parte della popolazione che s’era affollata intorno ai nostri militi:
«Fratelli! io vi ringrazio per la manifestazione vostra d’affetto che ricorderò co’ miei compagni tutta la vita. Devo però prevenirvi che noi non apparteniamo all’esercito italiano, oggi diretto verso il mezzogiorno, ma bensì a quella schiera dei Mille che, favorita dalla giustizia della sacrosanta causa d’Italia, oggi milita vittoriosamente contro i Borboni, alleati dei vostri tiranni;—quindi io vi consiglio di terminar le vostre acclamazioni per non esporvi alla rabbia pretina, oggi nel massimo del suo orgasmo».
Il resto della giornata si passò in preparativi di partenza, e verso le 6 pomeridiane incamminossi la brigata verso Subiaco. Una testa di colonna di cavalleria, formata di dragoni romani, spuntava dalla via di Roma in quell’ora, ma la cavalleria non si teme, massime nelle montagne e da gente che non ha paura. Poi, i dragoni romani eran uomini disposti a non bruttarsi di sangue italiano, anche malgrado gli ordini feroci dei chercuti. Ciò sapevano i capi, e si contentavano quindi di seguire i figli della libertà senza raggiungerli e venir con loro a conflitto.
I dragoni romani sapevano per tradizione aver il corpo a cui appartenevano contribuito gloriosamente alla difesa di Roma contro i soldati di Bonaparte nel 49—e perciò eran sempre d’animo propenso a far causa comune coi liberi che consideravan fratelli.
CAPITOLO LIV.
SUBIACO.
. . . . . . . . . . Firenze!
Te beata, gridai: per le felici
Aure pregne di vita e pei lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino.
(Foscolo).
È Subiaco, come Firenze, chiave dell’Apennino, ha le convalli popolate di case e di oliveti, e collocata nella gola d’una di quelle profonde vallate che mettono alle alte cime della Sibilla, quasi eternamente coperte di neve, riceve anch’essa i benefici e limpidi lavacri dell’Apennino.
Solo la pianta prete appesta quelle magnifiche contrade ed inaridisce quanto di bello vi prodigò natura. Là, come dovunque ove alligna il veleno, l’uomo vi è ignorante ed abbrutito e curvo, malgrado l’essere di robusta costituzione.
Uno degli oltraggi più dolorosi—a cui si va esposti nell’apostolato umanitario—è quello certamente che viene dal popolo, per cui l’uomo onesto è sempre disposto ad affrontare ogni specie di disagi e sovente la morte.
Nel 1835, quando infieriva il cholera a Marsiglia, un giovine italiano, che generosamente si era arrolato in un’ambulanza per la cura dei cholerosi e che ogni notte doveva con un compagno—dividendosi per metà il servizio—assistere gl’infelici colpiti dal morbo, quel giovine, passando a caso per una via di Saint-Jean, fu preso per un avvelenatore dalla plebe, che vedeva avvelenatori dovunque. Un berretto rosso, ch’egli portava senza distintivi e senza significato, era stato forse causa dell’equivoco. Era l’italiano svelto e robusto: ciò gli valse da principio, ma cosa avrebbe potuto fare alla fine contro un torrente d’uomini, di donne e fanciulli che si precipitavan su di lui? La situazione diventava disperata, e già gli piombavan colpi da tutte le parti, contro cui schermivasi come poteva, ma che avrebbero finito per sterminarlo. Poco dopo si sarebbe vociferato per Marsiglia che il bravo popolo di Saint-Jean aveva salvata la città da un avvelenatore.
Una donna scapigliata, e per fortuna robustissima, presentossi sulla scena. Essa aveva osservato tutto dalla finestra. Avventossi come una furia nel più folto della moltitudine, e con una voce stentorea esclamava: «Quello è mio figlio!... mio figlio! mio figlio!» ed alle parole accompagnando le busse, giunse fino al giovine, che strinse nelle sue braccia e coprì col nerboruto suo corpo.
Essa era stata veramente la balia del giovine—lo amava come figlio—ed ebbe la fortuna di salvarlo.
Che dolore sarà stato quello di Pisacane, uno degli eroici difensori di Roma nel 49—quando sbarcato dopo un’impresa gloriosa sulla terra che gli diè la vita, tra i proprii concittadini, ch’egli scendeva a redimere dal servaggio con un pugno di prodi! Che dolore, dico, di vederseli aizzati contro per sbranarlo! per distruggerlo!
La stessa sorte successe a Blennio nel 1867 a Subiaco.—Blennio! uno dei più valorosi nostri ufficiali, la di cui missione era di coadiuvare da quella parte alla liberazione di Roma.
Blennio fu fatto a pezzi dalla popolazione suscitata dai preti!... E voi ridete, coccodrilli! chercuti! ammirando l’opera vostra di distruzione. E ben lo sapete, in Italia voi non contate che per la corruzione, l’ignoranza, la distruzione e la discordia da voi fatta perenne tra i figli di questa famiglia infelice!
E perciò noi dobbiamo cessare nell’apostolato umanitario? No, non cesseremo!—e se fia vero il miglioramento umano—come lo promettono i progressi della scienza e della ragione—noi daremo l’ultimo crollo e precipiteremo nella polve il putrido catafalco della menzogna!
CAPITOLO LV.
LA SIMPATIA.
Non amore,
Ma certo parente
Dell’amore sei tu, simpatia.
(Autore qualunque).
Chi è quel tale dal volto sereno e dalla fisonomia attraente? Non lo conosco!.... Ma i miei cani non abbaiano scorgendolo, ed i miei bimbi—così ombrosi alla vista d’uno straniero—non solo non lo fuggono, ma lo lasciano avvicinare, ridenti, come se da molto lo conoscessero, e ne accettano graziosamente le carezze; si siede e si gettano tra le sue ginocchia, come se di consuetudine! Io stesso, non so perchè, sono da lui attratto, e fissandolo cesso d’esser burbero, perdo la naturale mia malinconia, e ne risento piacere: quasi, se non temessi d’esserne ripulso, lo abbraccerei!
Che volete: è simpatia! Non so se l’occhio del perverso possa suscitarla coll’arte di fingere! In quel caso io sarei preso nella rete dell’inganno, poichè su di me è possente l’effetto simpatico del volto di un uomo onesto.
«Dirai a Castelli ch’io l’amo» dicevo bambino ad un mio amico che recavasi presso il summentovato, che avevo veduto una volta sola e che mi aveva suscitato simpatia.
Un’altra volta per il figlio di un cocchiere, che i miei parenti non volevano vedermi frequentare, io quasi divenni pazzo.
Ebbene! tra le nostre tre donne, che a Tivoli per l’abbondanza di cavalli s’eran lasciate persuadere di cavalcare, regnava molta simpatia, massime tra la contessa Virginia e Marzia. La contessa trovava forse la Lina troppo bella? Nel cuor delle belle—con tutto il culto che ho per esse—so regnarvi, qualche volta, dei germi di gelosia, così sottili, così delicati, che nelle anime nostre più rozze sono, credo, impercettibili.
Ma Lina era simpatica alla patrizia Romana! e non so se gelosia e simpatia ponno albergare sotto la stessa scorza. E poi, Marzia, benchè di bellezza diversa, era pure bellissima!
O sarà, che la bella fisonomia della fanciulla Romana, annuvolata spesso, non so da qual senso di dolorosa reminiscenza, confacevasi più al bruno, stupendamente bello e malinconico volto della Contessa.
La bionda figlia delle Alpi aggiungeva ai suoi vezzi, veramente, certa giovialità che cercavasi invano nell’aspetto della compagna.
Comunque, Virginia portava alcuna preferenza di simpatia verso colei ch’essa aveva mortalmente perseguitato come una nemica. Forse era il pentimento allora, che spingevala a tale preferenza?
Il fatto sta: l’odio che si dovea desumere dagli antecedenti già narrati delle due Romane, avea cessato, e poche parole di giustificazione della Virginia l’avean di ciò persuasa. È cosa stranissima! Marzia l’aveva assicurata che invano erasi provata d’odiarla, e che nella giornata fatale della conversione, essa sarebbe stata più sventurata assai, senza la di lei compagnia. Un raggio di felicità raddolciva il volto malinconico della contessa, a quella confessione ingenua ed angelica della giovane donna, ch’essa avea mortalmente offesa.
Virginia, più attempata delle sue compagne, aveva naturalmente il diritto di correggerle qualche volta, ciocchè faceva con molta grazia e con squisita gentilezza.
«Adagio!» essa esclamava qualche volta alla focosa figlia di Bergamo, che si compiaceva sovente di far caracollare il suo destriero[57] «adagio! la mia Lina, qui il terreno è molto duro, ed io sarei infelice, se vi succedesse alcuna disgrazia».
E siccome esse cavalcavano generalmente accanto al comandante della brigata, Nullo aggiungeva le proprie ammonizioni a quelle della contessa per moderare gl’impeti dell’adorata sua compagna.
Marzia, più docile di Lina, dava pochi motivi a rimostranze. Comunque, come al corsiero generoso, l’aria pura e libera della campagna l’avea ravvivata, l’aveva resa a se stessa, le aveva ridato quel brio che l’animava a Calatafimi, contro i soldati del Borbone.
Ma che serve!—l’anima sua era contristata da affanni da essa sola conosciuti, e che si dipingevano mestamente sul bellissimo volto quando era padroneggiata da codeste tediose reminiscenze.
Essa sorrideva alle dolci parole di Virginia e dei suoi amici, ma quel sorriso sfiorava appena le labbra coralline, per far subito posto a mesto, abituale atteggiamento, massime quando il suo sguardo cadeva sullo sventurato genitore, che macchinalmente, e quasi istupidito dai tormenti sofferti, accompagnava silenzioso la comitiva.
Un giorno, sulla strada da Tivoli a Subiaco, mentre la brigata aveva fatto un alto, Lina, avendo scoperto, vicino al sito un bell’albero di fichi, disse a Marzia: «Io monterò su quest’albero a mangiare dei fichi, e te ne getterò la tua parte». Marzia, che non voleva esser da meno in agilità della compagna, rispose: «ma monterò anch’io, e ne mangeremo assieme sull’albero»—«Che sì! che no!» nacque un po’ di diverbio tra le due amiche. Lina, sollecitamente però, lasciò la compagna ed arrampicossi sul fico. Usando troppa precipitazione, nel salire, mise un piede in fallo, si ruppe il ramo a cui si teneva colla mano destra, lo stesso successe alla sinistra, e la nostra bellissima fanciulla se ne venne al suolo, distesa in tutta la lunghezza del corpo, senza ferirsi però, ma svergognata d’aver mostrato ai presenti la sua poca capacità ginnastica.
Per combinazione—o con intento—due degli ufficiali del papa, prigionieri—galanti come lo sono generalmente quella classe di gente, che altro non hanno al mondo da fare, che mangiar bene, bever meglio, e passare il resto in seduzioni, anche fosse delle undici mila vergini, la di cui castità sarebbero obbligati di difendere a spada tratta—gli ufficiali del Papa, dico, Merode e Pantantrac, a cui era venuta l’acqua alla bocca, contemplando le bellissime giovani italiane, avean approfittato d’un momento di noncuranza della guardia loro—composta di bravi giovani romani—e s’erano avvicinati alle due donzelle, con aria graziosa e seducente.
I due stranieri giungevano precisamente al momento in cui Lina aveva comprato tanto terreno quanto era lunga, e circostanza miracolosamente favorevole fu questa per loro, di cui vollero naturalmente approfittare, slanciandosi al rilievo di quel caro corpicino.
Il fortunato dei due fu Pantantrac, che giunse primo ad afferrare, con ambe le mani, il cinto snello della vezzosa. Egli certamente adempiva a quell’atto di galante cortesia, con grazia—dote incontestabile della Nazione francese—ed un gentile ringraziamento della bella guerriera avrebbe, senza dubbio, messo fine all’incidente. Così però non l’intendeva Talarico, nella fiera, rozza, indomita sua natura.
Assorbito non so da qual distrazione od affare, egli non trovavasi, come d’abitudine, vicino a Lina, al momento della caduta, e vi giunse dopo che la sua dea era in piedi, ma non ancor libera dalla stretta dell’ufficiale papalino.
«Ahi!»—fu il grido doloroso di Pantantrac, quando il brigante gli piantò le unghie nella nuca—«Ahi!»... e non più micidiale sarebbe stata la graffa del tigre. Talarico staccò con tale malagrazia l’ufficiale prigioniero che lo mandò gambe all’aria a molti passi di distanza.
Alcuni minuti vi vollero all’ufficiale straniero per riaversi dalla sorpresa e dalla caduta. Ritornato in sè, alla fine, egli cominciò a scatenarsi, con un repertorio d’improperii da far arrossire anche i soldati del Papa.
«Sacré nom di qua—e sacré nom di là, e brigands d’Italiens!»—senza curarsi della Nazione a cui apparteneva l’uditorio, e che avrebbe potuto risentirsi, se la presenza di Nullo non lo avesse impedito.
«Eh se non m’aveste preso per di dietro!»—e qui un’altra infilzata di sacré nom, e di allusioni anche alla circostanza del convento, in cui era stato disarmato da Muzio.
Straniero e prigioniero, a Nullo rincresceva si maltrattasse quell’individuo. E chi ha conosciuto la bell’anima del guerriero di Bergamo, ricorderà quanto modesto era ed umano.
Ma Pantantrac non la voleva finire, sia per certa naturale boria, sia per voler fare da gradasso in presenza delle dame, ed avrebbe fatto perder la pazienza a Giobbe.
Invano i suoi compagni di prigionia (giacchè si avvicinarono anche tre ufficiali fatti prigionieri a Tivoli) lo pregavano di far silenzio; invano l’impazienza cominciava a dipingersi su tutti i volti, senza eccettuare quello del Capo. Finalmente Talarico, che quantunque non molto versato nelle lingue straniere, ne sapeva abbastanza per capire che la maggior parte delle ingiurie eran dirette a lui, che aveva la principal colpa di tale scena, avanzossi verso Nullo rispettosamente, e disse:
«Quel signore si lamenta d’esser stato da me assalito a tradimento e per di dietro; e confesso il mio torto, egli ha ragione. Volete permettermi di combatterlo petto a petto, col mio pugnale soltanto, e lui armato di sciabola o spada, come meglio gli aggrada?»
La proposta piacque poco a Nullo, su di cui la fedeltà ed il coraggio del bandito già avevano suscitato molta simpatia, e naturalmente contava su di lui, per la sua pratica, nell’arduo viaggio che si doveva proseguire per i monti.
Ma Pantantrac continuando ad insultare e sfidare tutto il mondo, e Talarico persistendo a volerlo combattere singolarmente, Nullo finì per accondiscendere al loro desiderio, e di lasciarli battere.
Qui, in onor dell’ufficiale legittimista, devo confessare ch’egli non voleva accettare la prevalenza della spada o sciabola sul pugnale, ma, sia che il Calabrese poco sapesse di scherma nelle armi suddette, o che avesse veramente un’illimitata fiducia nel suo ferro, egli non volle accettare altr’arma—almeno se così concedeva il suo avversario.
Un pezzo di terreno piano fu scelto per arena; Muzio rimise la sciabola a Pantantrac, a cui l’aveva tolta nel perittero del convento; questi la salutò e la baciò come una vecchia amica—molto più preziosa, se, come le spade degli antichi cavalieri, essa avesse servito alla redenzione degli oppressi.
Muzio e P... da una parte, come testimoni di Talarico; Merode ed il Maggior Ventre dei zuavi pontifichaux dall’altra, testimoni di Pantantrac, misurarono il terreno, e gli avversari vi presero posizione alla distanza di cinque metri.
Il marchese quasi certo della vittoria, aspettò un momento il competitore coll’arma in guardia per infilzarlo, ma vedendo che quello non avanzava, si mosse lui stesso, cercandolo colla punta del ferro.
Talarico non s’era mosso; il suo aspetto sembrava impassibile, ma chi lo fissava negli occhi li vedeva roteare nell’orbita, e farsi sanguigni come quelli della pantera quando si dispone ad assalire un nemico.
Appena però il suo avversario cominciò a marciare contro di lui, il feroce bandito, facendosi scudo del braccio sinistro, gli fu addosso, lasciò sfiorarsi l’antibraccio dal fendente della sciabola, mise la mano sinistra sull’elsa del marchese, e lo colpì, come con clava, sulla cervice.
«Ahi!»—fu l’unica esclamazione del colpito, e tutti gli astanti videro piegar sulle ginocchia l’ufficiale del Papa, e stramazzare.
Chicchessia avrebbe creduto la lama del pugnale di Talarico penetrata sino all’elsa nel corpo di Pantantrac, ma non fu così. Il brigante, svelto e destro com’era e coraggioso, nel colpire il suo nemico, rovesciò il ferro, dimodochè il solo suo pugno piombò sul cranio del marchese, e bastò per rovesciarlo svenuto.
«Meglio così» disse Nullo, quando lo accertarono che non v’era ferita mortale. E Muzio, che era disposto a chieder soddisfazione a Pantatrac, che lo aveva pure accusato di tradimento, in conseguenza del depresso di lui stato, ne fece a meno, ed ordinò di prepararsi per la marcia.
Prima dell’alba i trecento giungevano a Subiaco, ove sorprendevano le autorità pontificie ed alcuni gendarmi, non essendovi guarnigione di truppa. Ebbero quindi quanto poteva dare il paese, senza necessità di violenze.
In guerra, nelle marcie di notte, con un obbiettivo qualunque, vi è sempre qualche vantaggio: principalissimo, la sorpresa. Nelle ritirate la possibilità di scegliere le linee più convenienti, e suddividere la forza in tante colonne divergenti, come piace. D’estate, gli uomini ed i cavalli faticano molto meno di notte e marciano meglio. Una marcia ben ordinata di notte, e tanto segreta quanto possibile, confonde anche le spie, e quindi incerte le informazioni del nemico.