SCENA SECONDA.
MARIO e detti.
MARIO.
È vero che cercavi di me?
PAOLO.
Sì, da un'ora.
MADDALENA.
Mi domandava qui il signor Paolo….
PAOLO.
Io non ti domandavo nulla. Va via.
La prende per un braccio e la mette fuori.
MARIO.
Cos'è stato?
PAOLO.
È insopportabile. Non starà mica ad ascoltare agli usci?
MARIO.
No. Sta tranquillo. Sentila, è già in giardino.—Cos'è stato? Hai la faccia stravolta.
PAOLO dopo una pausa.
Sai perchè Luciano si è ucciso?
MARIO.
No.
PAOLO.
Si è ucciso per amore. Per amore di Anna. Ne ho le prove…. sono là.—L'ho saputo oggi,—un momento fa. Per amore di mia moglie si è ucciso. Tu ed io eravamo i suoi soli parenti; egli era il mio compagno d'infanzia, il mio più caro amico. Ha tentato di farsi amare. Anna lo ha respinto. Ha insistito. Anna gli ha risposto duramente. Egli esaltato com'era si è ucciso.
MARIO.
Come l'hai saputo?
PAOLO.
Ne ho le prove, ti dico.—È un'ora che le rileggo. Sono ancora sbalordito! Erano là da un mese….—Sai che appena mi giunse a Milano il telegramma da Londra che annunciava il suicidio, io sono corso nell'alloggio di Luciano, vi ho raccolto tutte le carte, e ne ho fatto un plico suggellato che portai poi qui.
MARIO.
Ti avevo detto di bruciarle.
PAOLO.
Volevo infatti, ma poi credetti bene di aspettare che l'amministrazione dell'Ospedale, quale erede, avesse verificato i conti. Un'ora fa, venne qui il Sindaco, d'incarico del Sotto-Prefetto, a consegnarmi il portafogli che si era trovato indosso al cadavere e che il nostro Console aveva spedito da Londra al Ministero degli esteri. Stavo per chiuderlo nella scrivania, quando mi prese, non so come, la smania di cercarvi la ragione di quel suicidio che nessuno di noi aveva saputo spiegare.
MARIO, movimento.
PAOLO.
Tu sì? Tu avevi indovinato la ragione…?
MARIO.
Indovinato….
PAOLO.
Sospettato, via. Tu sapevi di quest'amore?
MARIO.
Va, va, racconta, non ti esaltare.
PAOLO.
No, rispondi. Sapevi?
MARIO.
Mi ero accorto, sì, che Luciano andava via colla testa.
PAOLO.
E non me ne hai detto nulla?
MARIO.
Che dovevo dirti? Apprese dagli altri, queste cose appaiono più grosse e sono più offensive. E poi potevo sbagliare: io non vedo te ed Anna che il breve tempo della campagna; se tu che vivi con lei tutto l'anno non ti eri accorto di nulla…. D'altronde Anna stava in tanto riguardo, sapeva così bene difendersi!
PAOLO.
Oh Anna! Anna è una santa! L'ho sempre pensato di lei questo. Ma ora….
MARIO.
Va avanti, racconta.
PAOLO.
Nel portafogli trovo una lettera e riconosco sulla soprascritta il carattere di Anna.
MARIO.
Era così naturale che tua moglie scrivesse a nostro cugino!
PAOLO.
Naturalissimo. Infatti l'ho letta. Eccola.
MARIO, fa per prenderla.
PAOLO.
No. Stalla a sentire.
Legge.
«Mi scrivi
Parla.
Non c'è intestazione.
Legge.
«Mi scrivi che se non rispondo tu ritorni immediatamente. Amo mio marito, ecco la mia risposta. Questa, solamente questa, per sempre questa. Ti supplico di non tormentarmi.—Anna.»
MARIO.
E già!
PAOLO.
Canaglia!
MARIO.
Che data ha quella lettera?
PAOLO.
Luciano stesso ha avuto cura di farci sapere il giorno e l'ora che gli fu consegnata. Ha scritto sotto a matita: Ricevuta oggi 20 giugno ore 11 antimeridiane. Si è ucciso prima di mezzogiorno.
MARIO.
Povero diavolo! Si vede che è stato un colpo di pazzia: quella scritta stessa lo dimostra.
PAOLO.
Capisci bene che non mi sono fermato lì. Ho aperto il plico. Ci ho trovate altre quattro lettere di Anna, tutte sullo stesso argomento e nello stesso tono. La prima è di tre anni fa. Sono poche parole: respinge a Luciano una lettera che questi le aveva scritto. Ho cercato questa lettera di Luciano—non c'è. L'avrà distrutta.—Teneva solo quelle di lei.—Poi c'è un bigliettino da Roma: sai che Anna l'inverno passato è stata un mese a Roma da sua madre. Bisogna dire che l'amico le fosse corso dietro. Anna non lo vuol vedere. Poi ce n'è una lunga che dev'essere di quando egli fu malato per quella caduta da cavallo.—È la sola lunga delle cinque…. scritta in termini affettuosi, ragionando e pregando; una stupenda lettera, buona, elevata: leggi, leggi.
MARIO.
No, no, no.
PAOLO.
Senti solo….
MARIO.
No, non mi piace.
PAOLO.
Non fa che parlare di me, della nostra giovinezza fraterna. Anche di te parla. Dice….
MARIO.
No, ti prego. E inutile. So che donna è mia cognata e non mi occorrono prove della sua onestà.—Perchè tornare su quelle povere lettere? È così doloroso che tu le abbia conosciute?
PAOLO.
Doloroso!? È doloroso che non seguiti più a piangere un falso parente che mi voleva rubare….
MARIO.
Lascia stare! È morto, e non ti ha rubato nulla.—E se fosse vissuto non ti rubava nulla lo stesso.—Anna ha saputo….
PAOLO.
E questo? e questo? lo conti poco? È doloroso questo? Non ho mai avuto un'ombra di dubbio sul conto di Anna, mai,—e non mi è mai nemmeno passato per la mente il pensiero…. ma altro è non dubitare e non aver pensato, altro è possedere la prova palpabile della sua fede e del suo amore.—Amo mio marito.—È il ritornello di tutte le sue lettere.
MARIO.
Bisognava proprio che te lo dicesse!
PAOLO.
Non lo diceva a me, lo diceva a lui. A lui lo diceva, intendi? Luciano aveva tutte le qualità che possono sedurre una donna. Era più giovane, più bello di me, parlava bene, era pieno di ardore e di coraggio.
MARIO.
Come fa piacere eh? lodarlo ora!
PAOLO.
Doloroso! quando avessi bruciato, come tu volevi, quelle carte, e che poi un bel giorno fossi venuto a sapere di questo amore, chi avrebbe potuto levarmi di mente…?
MARIO.
La certezza ti rende sospettoso!
PAOLO.
Che vuoi dire?
MARIO.
Ma sì. Se temevi un anno prima, forse quello che avvenne non sarebbe avvenuto. Ho fatto male a non aprirti gli occhi. Allontanato da te, forse Luciano non si uccideva.
PAOLO.
Ma la prova mi sarebbe mancata.
MARIO.
La tua tranquillità costa cara…. agli altri.
PAOLO.
Non pretenderai mica che mi intenerisca sulla sorte di Luciano.
MARIO.
Non parlo di lui.
PAOLO.
E di chi?
MARIO.
Di tua moglie. Pensa che stato dev'essere il suo.
PAOLO.
Credi che si attribuisca…?
MARIO.
Eh sfido!
PAOLO.
L'ho veduta molto afflitta, ma non agitata.
MARIO.
Tu non vedi le cose continue, vedi solo quelle improvvise.—D'altronde Anna è padrona di sè.
PAOLO.
E ha fatto il suo dovere.
MARIO.
È da un pezzo che lo fa.
PAOLO.
Saprò rasserenarla, va, saprò consolarla.—Vedrai, Mario: Mi pare di essere tornato ai primi giorni del nostro matrimonio, di possederla da oggi soltanto.
MARIO.
Lascia fare al tempo. Hai letto, hai saputo, ti basti. È inutile che Anna sappia che tu sai.
PAOLO.
Era qui or ora quando il sindaco mi ha consegnato quel portafogli. Ma è uscita subito.
MARIO.
Non sa dunque che hai letto….
PAOLO.
L'avrà imaginato.
MARIO.
No. E ad ogni modo ti sarà riconoscente se fingerai d'ignorare….
PAOLO.
Andiamo. Non facciamo sottigliezze. Nulla è più arido del meditare il piano di condotta in queste cose. Quello che ha fatto, Anna lo ha fatto per me. Sono io che devo pensare a ripagarnela. Per me lo ha fatto, per me, per me, intendi?
MARIO.
E chi ti dice il contrario. Vedi come ti inquieti?
PAOLO.
M'inquieto! Sicuro che non andrò a dirle: Ho letto le tue lettere e ti ringrazio tanto! Si capisce che quando parlo di rasserenarla e di consolarla intendo colla tenerezza…. colla confidenza la più illimitata.—Sono sempre stato così.—Mi ha voluto bene così.—Non c'è ragione di cambiare, se anche non piace a te.
MARIO.
Come la pigli!
PAOLO.
Sei tu che la pigli male. Non mi hai detto una parola giusta. Mi aspettavo ben altro da te. Si direbbe, a sentirti che questa scoperta sia una disgrazia. Cosa ha portato di nuovo questa scoperta? Luciano è morto da un mese, il primo dolore era già passato. Se anche io seguitavo ad ignorare ogni cosa, non tornava in vita già! Non è riuscito a farmi il male che avrebbe voluto: sia pace all'anima sua. Mi resta la certezza dell'amore di mia moglie, e di questa, pensa come vuoi, io mi rallegro come della migliore fortuna che mi potesse capitare.
MARIO.
Vieni qui.
Gli mette un braccio al collo.
Sei persuaso che ti voglio bene?
PAOLO.
Sì.
MARIO.
E allora contento tu, contento io. Ti va?
PAOLO.
Sì. E adesso va a fare la valigia.
MARIO.
Ah giusto. Domani non posso partire.
PAOLO.
—No!?
MARIO.
È arrivato l'ingegnere Falchi. Posdomani c'è la seduta per il consorzio delle acque.
PAOLO.
Mandalo al diavolo.
MARIO.
Non posso, sono il presidente.
PAOLO.
S'era già fissato di partire oggi. Abbiamo tardato per cagion tua.
MARIO.
Come si fa? Dovevo vendere il fieno. È questione di tre giorni, quattro al più.
PAOLO.
Se andassimo Anna ed io intanto? La pigione del châlet ci corre da quindici giorni. Tu verresti a raggiungerci appena sei libero.
MARIO.
Se credi….
PAOLO.
Ti dirò. Posdomani è la festa di Anna. Finchè gli affari mi trattenevano a Milano tutto il luglio, quel giorno l'abbiamo sempre passato soli Anna ed io. Non lo facevamo di proposito, ma le cose portavano così. L'anno scorso ho potuto esser libero in principio di luglio e siamo venuti qui per non muoverne fino a settembre. Ebbene, tre giorni prima della sua festa, Anna, mi pregò di portarla a fare un giro in Svizzera.—Non mi disse, ben inteso, la ragione del suo desiderio, ma insistette perchè si partisse subito. Siamo andati a Interlaken e di là siamo saliti sino a Murren.—Il giorno di sant'Anna eravamo a Murren. Il luogo ci parve così incantevole, Anna se ne compiaceva tanto, che fin d'allora io fissai uno châlet per quest'anno. Quindici giorni fa, tu che non ti muovi mai, proponesti improvvisamente di accompagnarci….
MARIO.
M'hai trovato indiscreto?
PAOLO.
No. Hai visto che Anna ne ebbe piacere. Essa ti vuol molto bene.
MARIO.
Lo so.
PAOLO.
Quando dovesti ritardare fu lei stessa a proporre che ti aspettassimo. Ma quel primo ritardo ci lasciava ancora arrivare in tempo, questo secondo non ci lascierebbe più, e io proprio, ora, specialmente, ci tengo ad esser là a giorno fisso. È puerile se vuoi….
MARIO.
No. Va bene. Io vi raggiungerò.
PAOLO.
Si era rimandata la partenza a domani per aspettarti; ma dacchè non vieni subito si potrebbe partire stasera.
Scattando.
Ho bisogno di andarmene, di levarmi di qui. Quelle lettere mi….
MARIO.
Bruciale. Dalle a me.
PAOLO.
Ah no.—Non ancora.
MARIO.
Parti, parti stasera è meglio. Ma Anna sarà poi lesta?