SCENA VIII.

Elena e Andrea.

ANDREA (fra sè)

Che diavolo hanno?

ELENA (va allo scrittoio, prende la lettera del
primo atto e la consegna ad Andrea
)

Questa è la lettera dello zio. Mi lasci.

ANDREA

Così subito?

ELENA

Si, ho molte cose da fare. Buon viaggio! si rammenti di noi e buona fortuna. Vada. (Andrea s'inchina interdetto e s'avvia per uscire. — Elena si getta sul canapè).

ANDREA (tornando)

Che cos'ha?... Cos'è seguìto?

ELENA

Sono una donna cattiva.

ANDREA

Perchè?

ELENA

Non lo può capire, non mi conosce lei. Non s'occupi di me. Vada, la sua vita è bella e larga, non l'impicciolisca con queste miserie. Sono cose da nulla, procelle di gente oziosa. Mi lasci! Mi lasci!

ANDREA

Non posso lasciarla così. Da ieri sera che il caso me l'ha fatta conoscere, questa è la terza volta che la vedo. Le circostanze m'hanno condotto oggi in casa sua con una frequenza che m'incoraggia. Che può temere da me? Se non ho tempo di mostrarmi degno della sua fiducia, non ho tempo nemmeno di abusarne. Perchè piange? Mi conceda di portar via come una reliquia la confidenza di un suo dolore, ed un momento della sua vita.

ELENA

Non è nulla. Se anche glielo volessi dire non saprei. Non ho più ragione di piangere in questo momento che un'ora fa, nè oggi che ieri. È il complesso delle cose, sono scontenta di me e sfiduciata degli altri.

ANDREA

Quanto invidio i suoi amici!

ELENA

Non li invidii, non ne ho. Ciò vuol dire che non ne merito — o che li sdegno. Noi profaniamo tanto la parola Amicizia! Tutti sanno amare forse, ma pochi pochi essere amici o avere un amico. Io ho un carattere scontroso, sarebbe così facile rinunziare a un po' d'orgoglio per trovare la via di dominarmi. Ma bisognerebbe darsi la pena di osservare e di riflettere, e quelli ne sono incapaci. Il perder tempo occupa tutta la loro giornata. Se sapesse che vita vuota! Lei non può immaginarla. Ma le altre se ne contentano, e il torto è mio. Come fanno? Non lo so e non lo voglio sapere. È la solita canzone della noia oziosa che fa cadere le donne nei romanzi e nelle commedie, e che è venuta a fastidio, tanto l'hanno ricantata. È una canzone triste, ma vera. Sono ricca, non posso fare il maggiordomo della mia casa e risparmiare il salario di quello che mi serve. Non posso procacciarmi io col mio lavoro nemmeno quelle cose futili che, comprandole da altri, dànno da vivere a tanta gente. Non ho ingegno che basti a farmi scrittrice od artista e abborrisco dalle singolarità. — La politica non m'interessa. Mi guardo attorno e non vedo nulla, nulla che mi faccia desiderare più un giorno che l'altro. La società è mal fatta, ma non la cambio io. E intanto la vita scende, scende inutile, uggiosa, senza una gioia vera, senza un dolore fortificante, smarrita in una nebbiuzza grigia che ne anticipa il tramonto. È naturale, chi ha ingegno e fermezza non cura di noi, noi siamo i parassiti del mondo operoso. Gli uomini capaci di farci tollerare la vita o si chiudono nello studio o vanno lontano per i mari o le terre deserte, in Africa o al Polo.

ANDREA

Come parla bene! Come sono contento di averla conosciuta!

ELENA

Anch'io; questo sfogo mi ha rasserenata..... Dov'è andato or ora?

ANDREA

A comperare un libro.

ELENA

Chissà che astruserie!

ANDREA

I versi di Leopardi. È un libro che m'ha sempre seguìto dappertutto.

ELENA

E l'ha comprato or ora?

ANDREA

Non me ne parli. — Ne avevo un esemplare vecchio a forza di rileggerlo, cui volevo un bene dell'anima, l'ho perduto. Questo nuovo mi piacerà meno.

ELENA

L'ha con sè?

ANDREA

Eccolo. (trae di tasca un'edizione diamante).

ELENA

Ne preferisce una copia sciupata? Vuol fare un cambio? Eccole il mio. — In memoria della mia fanciullaggine.

ANDREA

Perchè non l'ho conosciuta prima d'ora?

ELENA

A che servirebbe dacchè deve partire?

ANDREA

Non sarei partito forse.

ELENA

Male...

ANDREA

Nei giorni passati la gioia che provavo del viaggio imminente, era turbata da un senso di amarezza, che sembrava rimorso. Mi rimordeva che non mi dolesse di partire. È triste lasciare il nostro paese senza portare seco nell'anima la emozione del rimpianto, il miraggio del ritorno. Bisogna dire che la giovinezza mi ha dato ben poco, se la vita austera che m'aspetta non mi spaventa e se l'affrontarla non mi costa sacrifizio. Quando sentivo intorno lodare la mia fortezza d'animo mi dicevo: a costoro il soggiorno in patria dev'essere ben dolce, se credono sia così arduo abbandonarla. Passavo per un eroe quando l'eroismo mi era tanto facile! Se avessi avuto un vincolo qualunque che mi legasse alla vita normale che vivono tutti, chissà se mi sarebbe bastato il cuore di romperlo. Sono forte per forza.

ELENA

Ne ringrazi la sorte.

ANDREA

Che riporterò di laggiù? Se i miei studi mi condurranno ad accertare una verità intraveduta ed a scoprire una legge fisica, il mio nome andrà per le accademie scientifiche, e sarà commemorato nei consessi di gente vecchia e sazia della vita. Avrò la coscienza di aver giovato alla causa del sapere umano, ma mi basterà poi questo premio ideale? Ieri la speranza di meritarlo mi infervorava tanto, stamane ancora avrei dato tutto il mio poco avere per appianare gli ostacoli che potrebbero trattenermi; come va che ora provo una stanchezza sfiduciata che mi fa parere troppo vicino il momento della partenza? Sono dunque così instabili questi ardori, o non ho nell'animo la fede pertinace e vittoriosa? Legga il viaggio attraverso il continente africano, un viaggio di tre anni. In capo al primo volume c'è il ritratto dello Stanley innanzi la partenza, in capo al secondo quello dopo il ritorno. È partito giovane, forte, bello, i capelli neri, la fronte piana, su cui poteva posarsi con amore il bacio d'una giovinetta; è tornato vecchio, logoro, rugoso, coi capelli bianchi, capace di condurre un esercito e degno d'imperare su d'un popolo, ma inetto a far palpitare il cuore d'una donna. Che viltà in questi pensieri! Ma ieri non ero vile. Oggi mi pare così dolce ed umano esser debole.

ELENA

Non mi faccia pensare d'averlo scoraggiato io.

ANDREA

E se fosse la mia vera coscienza che parla? Se l'orgoglio che m'ha accecato cadesse ora vinto dal suo modo di essere così semplice e sincero? Ho sognato di far camminare il mondo! Povero illuso! La canzone che gl'innamorati ripetono a memoria per dare un ritmo ai loro pensieri d'amore contribuisce alla felicità umana più che la scoperta d'una legge astratta della natura. Vivere, ecco la ragione della vita.

ELENA

No, no, no, non parli così, glielo proibisco, la mia parte sarebbe troppo odiosa. Vada, mi lasci subito. Domani avrà scordato questo momento di debolezza. L'avrebbe provato da solo prima di partire. Addio.

ANDREA

Che farò di qui fino a domani?

ELENA (stacca un fiore)

Mi dia quel libro. (mette il fiore fra le pagine) Guardi dove lo metto: Le rimembranze. Si ricorderà di me? Non deve poi esser tanto difficile nella solitudine.

(Andrea le bacia la mano).

Chissà che vento gelido porterà via questo povero fiore! Almeno lo porterà in luoghi dove non ne crescono altri. Come stupiranno quelle nevi d'una fogliolina di rosa!

ANDREA

Gliela ridarò al mio ritorno.

ELENA

Al suo ritorno! Chissà cosa sarò diventata!

ANDREA

Perchè?

ELENA

Sono tanto stanca di questa vita! Oh! non parlo di morire, sa, non sono sentimentale, e non avrei coraggio.

ANDREA

Che vuol dire?

ELENA

Mah! bisogna pigliare il mondo com'è. A forza di vivere con gente che non stimo — un bel giorno — per intonarmi cogli altri....

ANDREA

Oh! — Prenda. (le dà la lettera).

ELENA

Che cos'è?

ANDREA

La lettera di suo zio. Rimango.

ELENA

No, no. Andiamo! — Che follia! Tenga quella lettera. Vede bene che sono cattiva! La tenga, non la voglio, le dico.

ANDREA (la riprende — imperioso)

Perchè ha detto quelle orribili parole?

ELENA

Oh, Dio! Perchè questa mia scontentezza è superbia bella e buona; disprezzo gli altri perchè mi credo di più di loro. Con che diritto mi metto sul piedestallo? Non verrà, ma può venire il giorno che la voluttà di profanare...

ANDREA

E non crede che se avesse un amico?

ELENA (incredula ridendo)

Ah!

ANDREA

Non come gli altri. Un amico, nulla più che un amico non cupido, non intraprendente. Un uomo che tremasse all'idea di vederla cadere da quell'altezza dove s'è rifugiata, che volesse costringerla a rimanere pura e nobile, per trovare in lei la forza d'esser nobile e generoso, un uomo...

ELENA

Dov'è quest'uomo?

ANDREA

Eccolo. (straccia la lettera).

ELENA

Che ha fatto?

ANDREA

Ho dato una ragione divina alla mia vita.

ELENA

Torno da mio zio.

ANDREA

Le do la mia parola d'onore che non parto più.

ELENA

Non posso... non posso... come vuole che accetti? Oh!

ANDREA

Voglio vivere, voglio vivere, non è lei che mi trattiene, è la mia giovinezza, la mia ignoranza della vita, è l'ardore di conoscere, di sentire, di soffrire... forse è un'occulta viltà dell'animo mio.

ELENA

Che rimorsi m'ha dato! che male le ho fatto! No... No...!!

ANDREA

Non insista, è inutile, non partirei per un impero! — A domani, Marchesa — a domani!

ELENA

Ah! (si copre il viso colle mani).

Cala la tela.

FINE DELL'ATTO SECONDO.


ATTO TERZO

La stessa decorazione.