ATTO PRIMO.
Sala baronale. Alla Sinistra dello spettatore, una porta coll'usciale a bussola: alla diritta, una finestra binata con vetri connessi a piombo filato. Le pareti, per due terzi, cominciando dall'alto, sono coperte di arazzi. La parte inferiore è rivestita di panche corali in legno scolpito, in modo che ne derivino altrettante spalliere, come per sedie distinte. In cima agli arazzi corre una fascia dipinta a grotteschi, sulla quale posa il massiccio soffitto a palco, scompartito in rilievo ed in cavo. Nei cavi è il leone d'oro in campo rosso; nei rilievi, un fiorame sporgente e dorato. Nella parete in fondo, nel mezzo, sta la gran sedia signorile, la cui spalliera in alto si ricurva a baldacchino. Dappertutto, in giro, sui mobili, scolpito, intagliato, dipinto, lo stemma di casa Alteno, che dame, scudieri, paggi, valletti, soldati, recano in petto, in modo che vi campeggi.
SCENA PRIMA.
Diana, Gerberto e Gastone.
Diana (a Gastone).
Date largo ristoro al cavalier; gli sia
Prodigo il mio castello di aiuti e cortesia,
E riposi, ove il brami, le stanche membra.
(a Gerberto)
Io voglio
Domar di quell'audace l'irriverente orgoglio,
Non la spossata lena.
(a Gastone)
E se istanza ne muova,
Consento a che protratta gli sia l'ultima prova
Fino a domani.
(Gastone s'inchina ed esce).
Gerberto.
È mite il tuo consiglio; eppure
Potrebbe esser più mite.
Diana.
Come?
Gerberto.
Le sue venture,
li suo nome, la balda sicurezza, l'amore
Che per gli occhi trapela, testimonio del cuore.
Le prove superate, assai lo fanno degno
Che il rigore tu allenti per lui del tuo disegno.
La fortuna sorrise al suo valore, e invano
Speri che lo abbandoni.
Diana.
Che mi chiedi?
Gerberto.
La mano
Che gli darai costretta, se vince, a lui pietosa
Porgi, non vinta, e fatti, te volente, sua sposa.
Diana.
Mai.
Gerberto.
Giovinetta! È bello l'amor, la vita è bella:
Non uccider la vita.
Diana.
Bertrada, mia sorella,
Amò quanto a cortese anima si concede;
E n'ebbe, immeritata e terribil mercede,
L'abbandono, — Io, vegliando al suo letto daccanto,
Ne ascoltavo i lamenti, ne raccoglievo il pianto,
Ne confortavo i giorni estremi. Era la mia
Sola e buona compagna, e con lenta agonia,
Giovin tanto, l'uccise l'amorosa ferita.
O vecchio, ad essa pure era bella la vita.
Gerberto.
Fu sventura.
Diana.
Quel giorno che sorressi la stanca
Testa l'ultima volta; che la vidi più bianca
Della neve del monte; che l'ultimo sommesso
Lamento ne raccolsi ed il supremo amplesso;
Quel giorno a me promisi per le mie vesti brune
Che, per vario mutare di tempi e di fortune,
Non avrei schiuso l'animo, in suo rigor sereno,
Ai vani allettamenti di un amore terreno.
Gerberto.
Oh! la dura promessa!
Diana.
Da quel giorno, Gerberto,
Salda nel mio proposto, io respiro più aperto
Il vigor della vita. Il mio voler m'incuora,
E, donna, mi son fatta di me stessa signora.
Chiusa nel mio corruccio e nell'orgoglio mio,
O fidato compagno, amo te solo.... e Dio.
Gerberto.
Breve tratto vecchiezza e gioventù divide,
E triste è quella casa dove l'amor non ride.
Diana.
Vengano gli anni. Sola nel mio vecchio maniero
Io li aspetto e non temo. Mi sdegna il lusinghiero
Linguaggio delle Corti d'amore; in me si muove
Un'anima selvaggia, ed anelo alle prove
Che la fiacca natura femminile mi vieta.
Talor sogno e vagheggio, con voluttà secreta,
I larghi cieli e l'armi degne ed i campi aperti,
Le fatiche, le imprese gloriose, ed i serti
Della vittoria.... e quando l'occhio stanco si posa
Sui segni d'una vita imbelle e ingenerosa,
Arrosso di vergogna. De'miei padri l'impresa
Reca un mare in tempesta, e sulla fascia accesa
Il motto dice: Torbido mi sublimo. Io son figlia
Di una schiatta montana e so di mia famiglia.
Gerberto.
E vuoi che in te si estingua così la lunga schiera
Dei forti, onde sei nata?
Diana.
Sorda alla tua preghiera
Non fui, Gerberto; invise mi son le nozze: ebbene
Le accetto; ma se è legge legarmi alle catene
Di un tiranno, mi vinca e mi avrà.
Gerberto.
Non fu degno
Di corona il valore del conte Ugo?
Diana.
L'ingegno
Mostri pari alla forza.
Gerberto.
Tre volte io l'ho veduto
Bello in volto e in arnese, inchinarti il saluto
Dell'armi, e nello sguardo in te fiso era tanto
Desiderio d'amore che ne sciolsero in pianto
Le tue donzelle. Vinse tre volte; il primo immane
Cimento ha superato.
Diana.
Ma il secondo rimane
Di men facil vittoria. Mi affido alla tenzone
Degli enigmi.
Gerberto.
E se perde?
Diana.
Chiaro è il bando: prigione;
Mio prigione, e nessuna via di salvezza. Ah! sete
Di mia gemma vi prende? Eccola. A voi. Vincete.
Non più.
(Gastone entra e s'inchina).
Diana (a Gastone).
Che cerchi?
Gastone.
Implora il cavalier la vista
Della mia graziosa signora.
Diana.
Entri.
(Gastone s'inchina ed esce).
Diana (a Gerberto).
Ti attrista
La mia fermezza? Ho in odio i superbi, e mi sfida
Colui.
Gerberto.
T'ama.
Diana.
Io non l'amo. Il suo saper decida
Di entrambi.