SCENA II.

Gastone, Ugo e detti.

Gastone solleva la tenda inchinandosi ad Ugo, e rimane sull'uscio in attesa di comandi.

Diana (ad Ugo).

Il mio messaggio ti giunse?

Ugo.

E te ne reco

Le mie grazie.

Diana.

La legge che ogni colloquio meco

Ti contende, conosci?

Ugo.

La conosco, ma tale

Cortesia mi tributa la tua casa ospitale

Che l'animo commosso ne trabocca.

Diana.

Il maniero

È cortese al mendico non men che al cavaliero,

Per legge di famiglia.

Ugo.

Il tuo messo mi diede

Di protrarre la prova degli enigmi.

Diana.

E la fede

Te ne confermo.

Ugo.

È tuo desiderio che sia

Rimessa ad altro giorno?

Diana.

No, perchè?

Ugo.

Della mia

Stanchezza tanta cura ti prese! Il premio è tanto

Che il mettere la vita per ottenerlo è un vanto.

Ogni indugio mi pesa più assai della fatica.

Diana.

Ricusi?

Ugo.

Non ricuso. Prego.

Diana.

E tal sia.

(a Gastone)

S'indica

La tenzone e si aduni la mia Corte.

(Gastone s'inchina ed esce).

Diana (fra sè, guardando Ugo).

Il superbo!

(a Gerberto)

E tu aspettami.

(esce).


SCENA III.

Ugo e Gerberto.

Ugo.

Vecchio, per vincer quell'acerbo

Animo, per piegarlo all'amore, io darei

Il mio nome, le mie balde speranze, i miei

Venti anni, i miei castelli dalle torri merlate,

I miei speroni d'oro e le armi immacolate,

Il mio ricco forziere, le mie caccie, i miei balli,

Le mie brune foreste, i miei cento vassalli,

Il mio pennacchio azzurro più mobil di un paleo,

Il dorato orifiamma che va primo al torneo;

Darei per un suo sguardo la salvezza infinita,

E per un suo sorriso, vecchio, darei la vita.

Gerberto.

Tanto l'amate?

Ugo.

Erravo in lontani paesi,

In traccia di venture e d'amor, quando intesi,

La prima volta, grido di una bella sdegnosa

Che a quegli solo avrebbe data la man di sposa

Il qual, contesa in armi la palma del valore

E fatto vittorioso tre volte il suo colore,

Tre enigmi da lei posti scioglierebbe. La nuova

Proposta mi sorrise, e a tentarne la prova

Cercai la tua signora. La fama la dicea

Più nobile di un principe, più bella di una Dea.

Ma nè del gentil sangue nè dell'alta bellezza

Ebbi pensiero alcuno; sol mi prese vaghezza

Di rintuzzar l'orgoglio della superba e farmi

Chiaro nelle tenzoni dell'ingegno e dell'armi.

Qui venni e nel cospetto di lei fui tratto. Oh quanto

La veritiera immagine era maggior del vanto!

Avevo corsa Europa; al suon del mio liuto

Sovente era mercede di una bella il saluto;

Mi eran noti i sorrisi della vecchia Castiglia

E le beltà procaci di Granata e Siviglia;

Le pallide fanciulle del Reno hanno tesoro

Di grandi occhi celesti e di capelli d'oro;

Nella terra di Francia pronto, ardente è il desire;

Son languide le molli figlie del Devonsire:

Ma più bella, più casta, più soave, più vera,

Più celeste mi apparve questa bellezza altera.

Gerberto.

Altera troppo e d'ogni freno umano sdegnosa,

Con me, coi suoi famigli, con tutti, essa è pietosa

E buona: al mendicante larga di ospizio, e mite

Ai falli di chi in basso vive: ma che le ardite

Speranze in lei raccolga un cavalier, sia pure

Figlio di re, che amore le chiegga: e per oscure

Tempeste il solitario cor si solleva. A voi,

Signor, posso rivolgere un consiglio?

Ugo.

Lo puoi,

E te ne prego.

Gerberto.

Facile e vivo arde il pensiero

Allorchè sulla fronte il crine è folto e nero;

Ma non lento riesce anche l'oblio.

Ugo.

L'oblio?

Perchè?

Gerberto.

Non è fortuna sempre pari al desio.

Ugo.

Che vuoi dirmi?

Gerberto.

Difficile è la vittoria.

Ugo.

E tale

Cento volte più fosse, pur non sarebbe eguale

All'altezza del premio.

Gerberto.

Ma vinto alla tenzone

Degli enigmi, vi è forza rimanerne prigione.

Ugo.

Lo so.

Gerberto.

Ma sarà lunga prigion senza riscatto.

Ugo.

Lo so.

Gerberto.

Ma egli è uno splendido avvenire... disfatto.

Ugo.

Lo so, lo so.

Gerberto.

Ma niuno di voi piange, o signore?

Non avete, lontano da queste soglie, un cuore

Che palpiti, ansioso della vostra fortuna?

Non avete uno stemma, non un padre, non una

Sorella che vi attenda nel deserto maniero?

Non germoglia una rosa sopra il vostro sentiero?

Appese alle pareti del castello nativo

Non pendono delle armi gloriose? un giulivo

Squillo di tromba il reduce cavalier non aspetta?

Non vi tiene un ricordo, un giuro, una vendetta?

Oh! esser nobile e ricco e bello e forte — avere

Sol vincolo l'onore, sol compagno il piacere;

Pensar che quanto è vasta la terra, a noi si schiude;

Che dovunque c'è un campo per la nostra virtude;

Che un re raccoglierebbe dal trono un nostro guanto;

Che più di una donzella di noi ragiona in pianto;

Che tutti i suoi tesori per noi la sorte aduna;

E disprezzar i doni tutti della fortuna!

Ugo.

L'amo tanto!

Gerberto.

Ma invano.

Ugo.

Oh! non dirlo: mi accora

Troppo la tua sentenza.

Gerberto.

Tornan.

Viscardo (entrando).

La mia Signora.


SCENA IV.

Entra Diana preceduta dal porta stendardo, da sei scudieri, fra i quali Viscardo, da quattro ufficiali di roba lunga, e seguita dalle dame che vestono coi suoi medesimi colori, dai paggi fra i quali Gastone recante su di un cuscino due pergamene rotolate, e da uomini d'arme, comandati da Martino. Gli uomini d'arme, gli ufficiali, gli scudieri ed i paggi si dispongono in ordine ai due lati della sedia signorile. Il porta stendardo a diritta.

Diana (ad Ugo).

Sempre nel tuo proposito perduri?

Ugo.

Sì.

Diana (fa cenno a Viscardo di prendere una delle pergamene).

Viscardo.

(Viscardo obbedisce).

Ugo (cercando intorno a sè).

Il mio scudiero?

Diana (volta alle proprie genti).

Alcuno qui lo conduca.

(Un paggio esce).

Diana (ad Ugo).

Tardo,

Se più indugi, sarebbe il ravvedersi.

Ugo.

È scritto

Sull'impresa dei forti: Mutar legge è delitto.

Diana (dal cuscino che Gastone ad un suo cenno le presenta, prende la pergamena che rimane, e la consegna a Gerberto).

Qui stan chiusi gli enigmi.

(Gerberto s'inchina, riceve la pergamena, e poi conduce Diana a sedere. Appena Diana è seduta, le dame seggono d'accanto a lei).

(Goffredo entra, e per recarsi presso Ugo, il quale si trova alla destra dello spettatore ed a sinistra del trono, passa davanti a Diana, a cui s'inchina profondamente. Egli tiene in mano l'elmo del proprio signore, sul quale è infitto un grande pennacchio azzurro).

Gottifredo (ad Ugo).

Signor.

Ugo.

Rimani.

Viscardo (svolgendo la pergamena, dalla sinistra del trono dove stava, s'inoltra fin quasi al mezzo della scena).

È questa

La grida che il volere della mia dama attesta.

(Legge).

Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa

Voglia Diana d'Alteno, Contessa di Perosa,

Marchesana di Fronte, di Quarto e Borgo-Vico,

Donna dei cento pari, con feudo franco e antico,

Patronessa al secondo altare di Sant'Orso,

Dovrà, vinte tre pugne e senza alcun soccorso

Di amuleto, di filtro o d'infernal malìa,

Sciogliere quei tre enigmi che a lei piaccia, e ove sia

Vinto, darsi prigione senza mercede. Il pieno

Nostro alto gradimento questo è — Diana d'Alteno —

Gottifredo (a un cenno di Ugo s'inoltra come Viscardo).

Il mio nobil padrone Ugo di Monsoprano,

Conte di Chiusi e d'Orcia, Senatore romano,

Duca di Roccastrada e di Pennino, a voi,

Regina di bellezza, umil s'inchina, e poi

Che della prima prova uscì vincente, e questa

Seconda a cui s'accinge della vittoria attesta,

La prova degli enigmi domanda, e sè promette

Prigione ove fallisca.

Ugo (a Diana).

Così terrai le indette

Promesse, come io quelle terrò del mio scudiero?

Diana.

La mia fede di dama.

Ugo.

La mia di cavaliero.

Diana.

Ardito signore, sai dirmi qual sia

Quel falco che corre veloce e non muove?

Che ognora è presente ed è in ogni dove,

Che nulla barriera trattiene per via?

Che vede, non visto, sè stesso alimenta,

E più di sè dona, più forte diventa?

Ardito signore, sai dirmi qual sia?

Ugo (dopo una pausa).

Mi sian facili al pari di questa le altre prove.

Quel falco che sta immoto e corre, e in ogni dove

È presente ad un tempo; che ostacol non paventa;

Che non veduto vede; che se stesso alimenta;

Che più di sè largheggia, più s'afforza: è il Pensiero.

Gottifredo (piano ad Ugo).

Signor, l'altera donna impallidisce.

Gerberto (dopo aver aperta la pergamena).

È vero:

È il Pensiero.

Gottifredo (c. s.).

Coraggio, signore; io vi rispondo

Che il Dio d'amor vi aiuta.

Diana.

Cavaliere, il secondo:

Signor di Pennino, sai dirmi qual sia

Un'arma spregiata, ma nobile e tersa?

Incide assai piaghe, ma sangue non versa:

Niun dono ci toglie e doni c'invia.

Di regni e d'imperi fu madre e nudrice;

Se in lei si confida, è un popol felice:

Signor di Pennino, sai dirmi qual sia?

Ugo (dopo una pausa).

Io penso che si appunti della mente l'acume

Dei tuoi begli occhi, o bella insensibile, al lume.

Quell'arma dispregiata, ma nobile, che piaga

E non ferisce, e doni non toglie e dona, e appaga

Chi in lei confida, e d'onde nacque più d'un impero,

È l'Aratro.

Gottifredo (piano ad Ugo).

Signore, essa vacilla.

Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena).

È vero:

È l'Aratro.

Ugo.

Io prometto francar cento prigioni

Di guerra, ne dovessero perir tutti i miei buoni

Domini, se nel terzo non fallisco.

Gerberto (piano a Diana).

Son vane

Le tue speranze: cedi.

Diana.

No — Un ultimo rimane.

(sorge in piedi).

Superbo campione, sai dirmi qual sia

La perla che moto, splendore a sè dona?

Sovente il suo raggio ne accende, ne sprona

Assai più di quello che il cielo le invia.

Sta chiusa in suo cerchio, ma in lei si rinserra

L'ampiezza del cielo, del mar, della terra.

Superbo campione, sai dirmi qual sia?

(Ugo non risponde).

Gottifredo (dopo una pausa).

Per san Giorgio, egli tace.

(piano ad Ugo)

Oh! coraggio.

Viscardo.

La sorte

Lo tradisce.

Gerberto (a Diana).

Sii buona, or che sei la più forte.

Diana (ad Ugo).

Non rispondi? Ti dài per vinto?

Ugo (come per subita idea).

Ah!

(si ravvede)

No.

Diana.

Ti dài

Per vinto? Io ti perdono la prigionia.

Ugo.

No, mai.

Diana.

A tua posta. E quante ore, dacchè stai così muto,

Per maturar l'enigma chiedi?

Ugo (prontissimo).

Non un minuto.

La perla che a sè dona splendor; che l'uomo accende

Sovente più del raggio che dal ciel le discende;

Che, in suo cerchio racchiusa, racchiude il mondo intero

È l'Occhio.

Gottifredo (verso Gerberto).

Ha colto il segno, Gerberto, ha colto?

(Tutti sono attentissimi ed aspettano colla massima ansietà la risposta di Gerberto).

Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena).

È vero:

È l'Occhio.

(Ugo e Gottifredo danno segni di giubilo, Diana impallidisce; fra gli scudieri, i paggi, gli ufficiali, gli uomini d'arme, corre un mormorio che Diana fa cessare con uno sguardo severo).

Diana (scende lentamente dal seggio e si avvicina a Ugo).

Hai vinto. — Io sono la tua sommessa ancella,

È tua la mia corona, son tue le mie castella,

I miei vasti domini son tuoi; la mia milizia,

Il mio alto diritto di moneta e giustizia,

Il mio seggio al consiglio dei pari, i miei vassalli,

I servi della gleba son tuoi. — Cento cavalli

Partiranno domani con ricchi doni e molto

Giubilo di concenti a bandir che sepolto

È il nome degli Alteno, per sempre — Hai vinto — E voi.

Imprese dei miei padri, poveri e muti eroi,

Che tanti anni lottaste a edificar l'altera

Casa e il nome e la gloria, che la vecchia bandiera

Faceste in tanti campi di voi stessi vermiglia;

Voi, stemmi glorïosi dell'estinta famiglia,

Copritevi di lutto. Un solo rimanea

Germoglio della quercia robusta e vi tenea,

Venerate memorie, pure ed intatte. Or nuova

Età succede. Vinta egli ha l'ultima prova.

Nuovo stemma sul vostro s'imbranca e vi costringe

A patirne il contatto; nuovo color vi tinge.

Stringetevi, o leoni dalla fulva criniera,

T'inchina, o vecchio cencio, alla nuova bandiera.

Fate largo al novello signor. Son tua. Ma al solo

Diritto di conquista piego la fronte; il suolo

In te passa e son fatta cosa del suolo anch'io.

Ma gli affetti dell'anima son franchi. Il core è mio.

Ugo.

Io metto pegno e giuro per quel cor che non hai,

Di propor tale enigma che sciogliere non sai.

Sorridi, e a meraviglia beffarda atteggi il viso?

Non hai disimparato dunque ancora il sorriso?

Diana.

Son vinta, è tuo diritto l'oltraggio.

Ugo.

Vinta? Invero

Tale non ti direbbe nessuno. È mio pensiero

Offrirti una suprema via di salvezza; e poi

Che sei tanto maestra nel porre enigmi, vuoi

Tentare il tuo riscatto?

Diana.

Che!?

Gottifredo.

Signor....

Ugo.

Ti prometto

Sciolta la tua parola, se tu me vinci.

Diana.

Accetto.

Ugo.

Sai tu dirmi qual sia di tutti i fiori

Il fior più ricco di veleno e miel?

Egli è, se chiuso ai mattutini albori,

Vivo alla sete quando abbruna il ciel.

Se man nol coglie, di rugiade invano

Gli è il ciel benigno e di tepori il sol.

Spesso, ingrato a chi il cura, ad un lontano

Spregio, raccoglie degli olezzi il vol.

Tu che tanto il conosci, in cortesia

Dimmi il suo nome e recami ove sia.

(Diana tace meditando intensamente).

Ugo (dopo una lunga pausa).

Taci? Hai pensoso il fronte tu pure e il capo chino?

Non germoglia quel fiore finor nel tuo giardino.

Diana.

No.... un istante.

Ugo.

Ti rendo la tua fede, io non voglio

Quanto dar non potresti, e mi basta l'orgoglio

Di averti vinta.

Diana.

Ah!

Ugo.

È triste la tua vita, e pensoso

Di tua sorte mi faccio. Hai negato il pietoso

Ufficio che t'incombe, non sei donna; nessune

Lusinghe ha l'avvenire per te; queste due brune

Muraglie non allegra nessun raggio di sole.

Qui la dolcezza è morta delle umane parole.

Un giorno, e non lontano forse, per queste sale

Andrai muta e solinga, ripensando il mortale

Tuo cammino, e un sol fiore non troverai per via.

Ti rendo la tua fede e ripiglio la mia.

Va solitaria, vivi per te. Non hai sentito

Il mio amore, potente, senza freno, infinito;

Ai tuoi vani ricordi la fredda anima avvinta,

La tua stella propizia ti venne e l'hai respinta.

Hai respinta la vita, hai respinto il sorriso,

Hai respinte le gioie tutte del paradiso;

Rimani nel deserto arido dove sei.

Le tue grazie ricuso. I tuoi castelli? Ho i miei.

La tua corona? Ho quella de' miei padri. I domini?

Delle mie vaste terre non conosco i confini.

Il mio stemma è glorioso, s'anco il tuo non si svelle.

L'Italia è ricca ancora di leggiadre donzelle,

E il mio cammin conduce dove sfavilla il sole.

Addio.

Viscardo (a quelli di sua parte).

La nostra dama insulta.

(Incitati da Viscardo gli scudieri e gli uomini d'arme, i quali durante tutta la parlata di Ugo mostrarono maraviglia da prima e poi ira, irrompono minacciosi contro di lui).

Ugo (ritirandosi di un passo e piantandosi fermo innanzi a loro).

Che! Chi vuole

Misurar la mia spada, muova un passo. Per Dio!

Vi sovvenga che ancora il signor qui son io.

Che, vincitore, il premio ricuso — per scerete

Mie voglie — ma che tutti servi miei qui voi siete.

Che non patisco segni di violenza ed oltraggio.

Diana (con voce profondamente commossa).

(Nuovo cenno di minaccia fra le genti di Diana).

Inchinatevi tutti sommessi al suo passaggio.

(Scudieri ed armati fanno ala ad Ugo, il quale, dopo aver gittato a Diana uno sguardo pieno di alterigia, parte seguito da Gottifredo).

Fine del primo Atto.