IL FINALE DI UN DRAMMA.
Una volta che stavo da un mese in val d'Aosta
Per finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scena
Mi trovai colla mente così gaia e disposta
Al comico, che nulla potea mettermi in vena
Di tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno,
Non voleva saperne di morire o moriva
Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno
Bisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguiva
Con lettere, e il cartello tenea le cantonate.
Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenne
Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate
Pareti di macigno, deserto, da perenne
Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto.
Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tosto
In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello
Di tristissimo nome; io che vesto l'orpello
Romantico, e che metto in scena il Medio Evo,
Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo
Certo trovare il bandolo della tragica azione.
La strada che vi mette segue un buio vallone,
Traversa due villaggi, si biforca, a diritta
Sale al castello, e a manca giunge per una fitta
Abetaia al maggiore borgo della vallata
Dov'è un ottimo albergo dovuto alla passata
Di un gran valico alpino.
Era il fine d'aprile;
Sui castani brillava la gialliccia e sottile
Verdura delle foglie nuove, correan sui prati
Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati
Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.
I monti per le forre, pei seni, pei sentieri
Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo
Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo
D'acque empiva la valle d'indistinte parole.
In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole
Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.
Immaginate voi se pensavo al mio dramma
Più che alla quadratura del circolo, se avevo
Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo
In tanta giovinezza di cose! Appena appena
Mi tornasse un lontano ricordo della scena
Lo discacciavo tosto, infastidito, armato
Dei codardi sofismi dell'uom pigro e beato.
Al secondo villaggio la via corre da canto
Il basso muricciolo che cinge il camposanto.
Un uom stava scavandovi la breve fosserella
Capace appena appena d'un bimbo alla mammella.
Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare
Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,
Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male
È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;
Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma
perchè tanta fretta? — Domani c'è mercato
Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buona
sera, compare. — Buona sera, signore.
Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.
Oh poveri parenti e povero innocente
Bambino, eccolo aperto il letto che non muta,
Io l'ho vista la terra ferace ed imbevuta
Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.
Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami
Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato
Volge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato:
La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.
Bastaron quelle poche parole e quella poca
Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri.
E poi su dalle cime spuntavano dei neri
Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato
E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato
Torboso, indi s'inerpica per un colle cosparso
Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arso
Terreno crescon rovi e ginepri e s'affila
Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila
Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita,
Le finestre sbarrate non dan segno di vita.
Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba;
Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,
Lisci scoscendimenti del colore del rame,
E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame
Piante passava il vento sibilando. La sera
Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera
L'anticipava. Il vecchio castello era vicino,
Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambino
Malato mi teneva la mente; ne vedevo
Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo
Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.
Pensavo le accoglienze festose al neonato
E le prime poppate colla famiglia in giro
Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro
Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce
L'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce
In poche ore. Solo quella fossa mi dava
Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava
Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti
Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti
I rabbuffi del vento ed una calma greve
Stagnava nella valle; poi cominciò la neve
A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio
La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio
Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,
Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva
D'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma,
Copre le nuove gemme colla gelida gromma
Che le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento,
Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento
Inatteso le gracili erbe piegan la testa.
La strada ora correva per entro la foresta
D'abeti. I rami scuri si schiarivano in cima
Per le messe di un verde tenero; come prima
Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato
Dall'umido calore, ma il ramo contristato
Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti
Vi facevan cuscino.
M'eran passati tutti
I grilli di poeta drammatico e perfino
Il pensier della fossa aperta e del bambino.
M'ero lasciato dietro il castello, e per vero
Nell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero.
Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.
Come piacque al Signore, la puzza di letame
Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto.
L'albergo biancheggiava luminoso nel punto
Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile.
Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile
Fil di fumo un odore d'incenso e il mormorio
Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io
Capitato? Son questi gl'inni dei bevitori?
Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori
Di Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicino
Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!
Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso
Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso
Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca
Vi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca
Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso
Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso
Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi
E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi
Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato
Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato
Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento
Dimenando la testa ed il busto con lento
Moto uguale e gracchiando una grassa risata.
Fissava scioccamente la porta spalancata
Onde usciva l'incenso, poi giungeva le mani
In grave atto compunto.
Il viso e gli atti strani,
L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza
Combinavano a mettermi in una svogliatezza
Dolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla.
Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla
Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame
Giacea morta una vecchia, magra come la fame.
Uscii correndo, in corte il cretino seguiva
A dondolarsi, presi per la scala; una viva
Paura mi serrava la gola; oh finalmente!
Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente.
E che liete accoglienze, che saluto festoso! —
Benvenuto, signore, salga presto al riposo
Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date
Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate
Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —
S'inchinava e rideva con una parlantina
Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore
Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore
Di dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accento
Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,
Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo
La stanza più lontana, là nell'angolo estremo
Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete
Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete
E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro
E freddo. Quella morta gli rubava il danaro
Dell'alloggio e del pranzo.
Bevuto appena il vino,
Così solo com'ero mi riposi in cammino
Pel ritorno. La notte era scesa; le forme
E i colori sparivano e la montagna enorme
Mettea nel cielo nero una riga più nera.
La neve di poc'anzi s'era fatta bufera.
Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.
Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.
Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando
Come il cader d'un peso molle che rendea un blando
Suono, ed era la neve ammontata sui pini
Che piombava per terra. Dai cespugli vicini
Uscivano fruscii sùbiti come scatto.
Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,
Ed alternavo in mente le maledizïoni
Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni
Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto
Il basso muricciuolo che cinge il camposanto,
Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.
E l'indomani sera il dramma era finito.
Fine.
[ INDICE.]
| Una partita a scacchi ([pag. 1 a 52]). | |
| Note alla “Partita a scacchi | [53] |
| Il trionfo d'amore ([pag. 57 a 144]). | |
| Note al “Trionfo d'amore„ | [145] |
| Avvertenza sulla Recitazione e sul Vestiario della “Partita a scacchi„ e del “Trionfo d'amore„ | [151] |
| Intermezzi e Scene in versi martelliani. | |
| Intermezzo per il monumento a Carlo Goldoni | [161] |
| Prologo | [171] |
| Prologo ad una rappresentazione della “Serva Amorosa„ fatta colle maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella | [181] |
| Il tribunale di Proudhon Dalla conferenza “Della morale nell'arte„ | [191] |
| I giudizi del pubblico Dalla conferenza “Del vero in teatro„ | [203] |
| Il finale di un dramma | [217] |
OPERE DI GIUSEPPE GIACOSA
Edizioni Treves
| Una partita a scacchi. — Il Trionfo d'amore. — Intermezzi e Scene (in versi). 16.ª ediz. | L. 3 — |
| La signora di Challant, dramma in 4 atti. Terza edizione | 4 — |
| Diritti dell'Anima. — Tristi Amori, commedie. Quinta edizione | 3 50 |
| Come le foglie, commedia in 4 atti. 16.ª ediz. | 4 — |
| Il Conte Rosso, dramma in versi. 3.ª ediz. | 3 — |
| Il Marito amante della Moglie. — Il Fratello d'Armi (in versi). 2.ª edizione | 3 50 |
| Il più forte, commedia in 3 atti. 3.º migliaio | 4 — |