PROLOGO

ad una rappresentazione della Serva Amorosa fatta con le maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella.

PERSONAGGI.

Pantalone

(viene alla ribalta a sipario calato).

Pubblico modernissimo. Son passati molt'anni

Dacchè più non ti venni innanzi in questi panni,

Dacchè insiem colla maschera, col pizzo e il zimarrone

Anche il vecchio deposi nome di Pantalone.

Il nome, la zimarra, la maschera ed il pelo,

Non le virtù, nè i vizii, nè la persona. Al cielo

Mi levasti più volte, o pubblico sagace,

Scambiandomi con altri. Ieri ancor, con tua pace

T'ebbi e t'avrò domani plaudente spettatore

Di mie smanie barbogie, del mio avaro furore

Paterno, di mia lunga tremula tabaccata.

E già ti parvi, e certo ti parrò, di covata

Recente, e avesti e avrai per novo il mio sembiante.

Perchè, vedi, tu suoli, o pubblico costante,

Mutar gusto ogni giorno, ma gli autor te la fanno

E come avviene al povero che ha rivoltato il panno

Del logoro pastrano e per nuovo lo spaccia,

Essi mi mutan nome, mi imbellettan la faccia

Con diversi colori, mi fan magro o paffuto,

Mi vestono alla foggia del giorno, e chi n'ha avuto

Ne ha avuto, io sembro un altro e son sempre lo stesso.

Così un pollo coriaceo che resistette allesso

Ai morsi laceranti d'affamato avventore,

Venti volte ritorna al banco del trattore,

Di venti spoglie nuove si veste e ne riparte

Venti volte bugiardo. Vedi, il trattore è l'arte,

Io sono il pollo e tu l'avventore affamato.

Chi mi saprebbe dire quando e da chi son nato?

È un'antica prosapia quella dei Bisognosi

E andrà lungi. Io già vidi i teatri famosi

Di Atene e Roma, e quivi fui sgomento di amori

Giovanili e zimbello di furbi servitori.

Già Plauto, già Terenzio mi chiamavano vecchio

Senex nel lor linguaggio, e mi facevan specchio

Degli stessi difetti, delle stesse virtù

Che mostro al giorno d'oggi. Ho due mill'anni e più

Sul groppone, e li porto, parmi, con faccia lieta.

Il mio scrigno conosce più conii di moneta

Che non visi d'amanti la luna badïale.

Io, dal sesterzio all'ultimo biglietto consorziale,

Pesai con ogni peso, scrutai con ogni lente

Ogni forma, ogni titolo di moneta corrente.

Ne misurai del panno a diverse misure!

Ne allevai di pupille destinate alle pure

Gioie del maritale mio talamo, ed aimè

Rapite dal galante! Ne fiutai del Rapè!

E ne diedi a fiutare.... troppo. — Insomma, cortese

Pubblico, d'ogni tempo son io, d'ogni paese.

Perciò non ti dispiaccia se, per fare contento

Il gran babbo Goldoni, indosso il vestimento

Ch'egli mi diè in sua vita. Già, se lo vuoi sapere,

Una maschera al viso ce l'ho tutte le sere;

E stassera la parte che faccio è modernissima:

Sono un babbo modello, e la tua felicissima

Età, pubblico austero, non ha che babbi savi

E più savi figliuoli. Tu sei miglior degli avi,

Tu sei lo specchio d'ogni rara virtù, io trasecolo

Pensando alla sublime civiltà del tuo secolo.

— Pubblico intelligente — mi batterai le mani.

Già se ti vuoi sfogare sfogati con quei cani

Di Brighella e Arlecchino.

(Arlecchino e Brighella sollevano il telone uno da una parte della scena e l'altro dall'altra, e mettono fuori la testa).

Arlecchino (fra sè).

Oh!

Brighella (fra sè).

Cosa dice?

Pantalone (seguitando senza avvedersi di loro).

Quelli

Non son tipi moderni; di simili flagelli

È perduta la stampa. Mostreranno la nera

Maschera, o il bianco saio o l'abito a scacchiera,

Ma l'aspra, irriverente, cinica gherminella

Di che si compiacevano Arlecchino e Brighella

Nessun più la conosce per fortuna. (prende una presa di tabacco).

(Arlecchino e Brighella vengono pian piano alla ribalta, e si accostano a Pantalone, non avvertiti. Tutti e due vestono il costume tradizionale, ma lo coprono con un soprabito moderno. Arlecchino non ha maschera. Il pubblico capisce che non rappresentano il tipo della maschera antica, ma bensì dei personaggi moderni travestiti. Perciò non parlano in dialetto).

(Brighella, mentre Pantalone prende la presa, gli dà un colpo sotto la tabacchiera che gli manda il tabacco negli occhi).

Pantalone (cogli occhi pieni di tabacco).

Che è ciò?

E pciù. E pciù. Che è stato? (vedendo i due) Voi birbi!

Arlecchino.

Io no.

Brighella.

Io no.

Pantalone.

Chi mi ha buttato in viso quel tabacco?

Brighella.

Mah!

Pantalone.

Mostri!

Brighella.

È andato da per sè.

Arlecchino.

Le par che ai tempi nostri

Si tendan tali trappole?

Brighella.

Mancar di educazione

Con un vecchio balordo?

Arlecchino.

Un vecchio bietolone,

Mancargli di rispetto! Una volta magari.

Ma oggi si riveriscono i taccagni suoi pari. (gli prende

di saccoccia senza ch'egli se ne avveda il fazzoletto e lo

passa a Brighella).

Pantalone.

Oh basta! Ho gli occhi pieni di Rapè. Il fazzoletto (cerca

il fazzoletto e non lo trova).

L'avevo: son sicuro che l'avevo. Oh cospetto! (ad Arlecchino).

L'hai tu!

Arlecchino.

Non l'ho.

Pantalone (a Brighella).

Tu dunque, brigante?

Brighella.

Io non l'ho tolto.

Arlecchino.

Le pare? A questi chiari di luna! Ci vuol molto

Coraggio a dir che al secolo del progresso ci sia

Dei ladri o borsaiuoli.

Pantalone.

Tu menti.

Brighella.

Una bugia!

Brighella ed Arlecchino ne tessevan l'ordito.

Arlecchino (imitando l'accento di Pantalone).

Ma di quelli è perduta la mostra.

Pantalone.

Già; ho capito,

Voi state ad origliare dalle tende.

Arlecchino.

Oh padrone!

Origliar!

Brighella.

Noi!

Pantalone (prendendoli a braccetto).

Compari belli, avete ragione,

Quel che dissi, l'ho detto.... zitti!... per far piacere

Al pubblico;... ma io, se il volete sapere,

Credo che di Brighella e d'Arlecchin ce n'è

Più che di Pantaloni, assai di più, perchè

Questo gli è sempre vecchio, mentre di questi qua

Se ne trova a bizzeffe e di tutte le età.

(Cala la tela).

IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].

Proudhon siede in cattedra giudice.

(Agli uscieri).

Entrino gli accusati.

(Entra un paladino armato di tutto punto).

Proudhon.

Come ti chiami?

Il paladino.

Orlando.

Proudhon.

Il padre?

Orlando.

Per qual vita, signore?

Proudhon.

Ti domando

Da chi nascesti.

Orlando.

Nacqui due volte; la men bella

Vita mortal mi diede Berta che fu sorella

Di Carlo Magno. Vissi fra l'armi e fui tradito

E ucciso a Roncisvalle.

Proudhon.

Codesto scimunito

Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale.

Orlando.

Vivo or la mia seconda vita lieta immortale.

Proudhon.

Onde l'avesti? Sei tu sangue di potenti

Un'altra volta?

Orlando.

Assai più nobile. Le genti

Chiamarono mia madre: poesia.

Proudhon.

Tristo nome

Di vagabonda. E il padre?

Orlando.

Furono molti.

Proudhon.

Come?

Orlando.

Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco

Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco

Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate

Folengo mantovano e messere....

Proudhon.

Segnate

Quella donna per mali costumi.

Orlando.

Ma di questi

Uno mi fece ornato di sì splendide vesti

E di sì chiara fama che a me si volse amico

Il mondo intero.

Proudhon.

E il nome?

Orlando.

Messere Ludovico

Ariosto.

Proudhon.

Ora che oprasti in tua vita? Rispondi.

Orlando.

Feci trillare intorno i sonagli giocondi

Del riso. Alla più armonica delle umane favelle

Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle

Favole che dormivano sorsero al nostro invito.

Tessei con filo d'oro il trasparente ordito

Dell'ottava e le posi come vivagno in cima

Il frastaglio festevole della facile rima.

Chiusi l'idea nel vetro chiaro della parola.

Suonò d'armi e di baci per me il vento che vola,

Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle

Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle.

Proudhon.

Costui parla un linguaggio ch'io non intendo. E quale

Bene recasti agli uomini?

Orlando.

Ho allegrato il Ducale....

Proudhon.

Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato?

Orlando.

Chiedetene i viali suburbani. Tornato

Appena il dolce tempo primaverile, intorno

Van le coppie amorose cercando ove del giorno

Fia men chiara la luce e la gente più rada.

La giovinetta forse gualcisce ora per strada

L'opera della notte che reca alla sartora,

Ed egli inganna in ozio delizïoso l'ora

Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile

Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile

Sostano e nel mio libro cercan l'animo loro.

Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro

Sempre mal vigilato di virtù femminine.

Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine.

Ella s'accosta trepida, insciente, rapita

Duplicando per tutti quanti i sensi la vita.

Finchè come d'entrambi il vivo amor collima

Un desïato bacio mette al verso la rima.

Proudhon.

Ah! mezzano d'amori, così giovi alle genti?

Orlando.

O badate, messere, malgrado i suoi tormenti

L'amore è ancor per gli uomini la più saggia follia.

Proudhon.

Al rogo, al rogo.

Orlando.

E quando mi avrete arso e ne sia

Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate

Al pulvischio che vola in groppa alle folate

Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto.

L'aria che tante volte risonò del mio canto

Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi

Amanti torneranno agli usati ritrovi

Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci,

Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci.

Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori.

Opra del mio ricordo della mente gli errori.

Ed io sarò nell'animo loro vivo e giocondo.

Proudhon.

Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo.

(Entra una donna vestita a bruno in aspetto addolorato).

Il tuo nome?

La donna.

Desdemona.

Proudhon.

E la tua vita?... Ah! Senti:

Avrai come quell'altro un mucchio di parenti.

Lasciamoli da parte. Che hai fatto?

Desdemona.

Ho amato.

Proudhon.

Belle

Prodezze! E poi?

Desdemona.

Null'altro.

Proudhon.

Ti portano alle stelle

Per questo?

Desdemona.

O no, signore. La mia povera gloria

Mi viene dalla morte.

Proudhon.

Su, racconta la storia

E spicciati.

Desdemona.

Son nata in Venezia.

Proudhon.

Non preme.

Desdemona.

Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme

Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale

Inganno egli mi uccise.

Proudhon.

Apposta? Meno male.

Qui c'è forse un esempio. Tu l'avevi tradito?...

Desdemona.

Oh signore; io l'amavo....

Proudhon.

Come s'ama un marito!

Desdemona.

No, vi giuro pel cielo....

Proudhon.

Dunque non servi a niente?

Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente.

Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola

Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola

Colpa a farti morale pei secoli! Che errore

Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore,

Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni.

Vanne al rogo coll'altro pazzo, non siete degni

Dell'ordine civile ch'io vagheggio. Chi resta?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E passa nel cospetto del giudice la mesta

Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto

Della vita mortale; passa il giovine Amleto,

Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni.

Vi passano le belle dolorose negli anni

Giovanili rapite dall'amore alla vita:

Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita.

Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo,

E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo.

Passano i pazzi savi dall'ingegno bislacco,

Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco.

E Gargantua porgendo mano a Pantagruello.

Jourdain rifa gl'inchini e i ghigni Sganarello.

Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi,

E la paffuta faccia del marchese Colombi.

E seguita la voce nasal del pedagogo,

La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.

I GIUDIZI DEL PUBBLICO[6].

PERSONAGGI.

(La scena segue in un caffè. Tutti i personaggi tornano dalla rappresentazione del dramma Diana di Lys di Alessandro Dumas figlio).

Travetti.

L'ha inteso, signor Giorgio, il dramma di stassera?

Giorgio.

Sì.

Travetti.

Che ne dice?

Giorgio.

Bello. Che la storia sia vera?

Travetti.

Oibò, pretta invenzione, tutto quanto....

Giorgio.

Peccato!

Credevo un fatto storico. Io l'avrei raccontato

In paese.

Travetti.

Le pare che si ammazzi la gente

Così in un batter d'occhio?

Giorgio.

Sa, non ci ho posto mente.

Credevo un fatto storico, le ripeto, e lei sa,

La storia è sempre stata piena di atrocità

Senza nome, ma è scritto e non ci si ragiona.

Travetti.

Vede, io per giudicare se una commedia è buona

O cattiva, mi metto ne' panni dell'attore

E domando a me stesso: Che avrei fatto?

Giorgio.

E già!

Travetti.

Il cuore

Mi dà il meglio giudizio, perchè, dice il giornale

Che il teatro ci deve far l'uomo al naturale,

Io sono un uomo, penso, m'investo, vaglio il sì

Ed il no, poi conchiudo: Ecco, l'uom fa così.

Giorgio.

È chiara.

Travetti.

Ora vediamo, un uom che avrebbe fatto

Nei panni di quel conte.

Giorgio.

Mah!

Travetti.

Intanto nel primo atto

Sarebbe stato un bravo e solerte marito

E non un bighellone, non uno scimunito

Come quello. La caccia certo è uno sfogo onesto

Benchè abbia i suoi pericoli anch'essa, ma per questo

Un uom non lascia in casa la moglie abbandonata.

Caccia nei suoi poderi a caccia riservata.

Le pare?

Giorgio.

Certo.

Travetti.

Allora non sarebbe seguìto

Nulla affatto ed il dramma era bello e finito

Prima di cominciare. Ma veniamo al finale.

La moglie ama il pittore.

Giorgio.

Bel giovane.

Travetti.

Fa male,

S'intende; il conte arriva e li coglie in flagrante.

Che avrebbe fatto lei?

Giorgio.

Io?

Travetti.

Supponga un istante

Non è un uomo anche lei?

Giorgio.

Mi meraviglio!

Travetti.

Ebbene,

Che fa un uomo in tal caso?

Giorgio.

Le dirò: Queste scene

Le conosco; mia moglie, ormai tutti lo sanno,

Fa uno strappo al contratto trecento volte l'anno.

Travetti.

Bravo, dunque lei parla per esperienza; approva

La condotta del conte?

Giorgio.

Oibò.

Travetti.

Vede? La trova

Naturale?

Giorgio.

Ma che! Il conte, in tal frangente,

Aspettava che il caso fosse chiaro e patente,

Perchè in scena quei due non facevan del male

Poi chiamava qualcuno: prova testimoniale!

E una volta convinti la moglie ed il pittore

Di aver fallito a tutte le leggi dell'onore.

Di chi restava il torto? Del marito? Mai più.

Egli dei tre era il solo fedele alla virtù.

Travetti.

Ah no, scusi, lei va troppo blando.

Giorgio.

Ma ho sempre

Fatto così.

Travetti.

Non basta. Ci sono delle tempre

D'uomo che non sopportano una simile offesa.

Perchè il talamo è luogo sacro, come la chiesa.

Il reo che lo contamina dev'essere punito.

L'onore è il sommo bene e l'onor d'un marito

È in poter della moglie — Ma ci son tribunali,

C'è la legge e davanti la legge siamo eguali

Tutti: non v'ha contessa che tenga, lo statuto

È lì che parla. Or bene un uomo pervenuto

A quelle strette, vince il brutale furore

E a costo di morirne doman di crepacuore....

Otello (che si è a gran stento contenuto fin'ora, non ne potendo più, scatta, urlando).

Li ammazza tutti e due, sull'attimo.

Giorgio (spaventato).

Chi è quello

Scomunicato?

Travetti.

Piano. È il generale Otello.

Otello.

Non è la legge offesa, non è il patto giurato

Che gridano vendetta. È il cuore insanguinato

Che vuol disseminare la morte in sulla terra.

Chi mi ha tolto il mio bene? Tutti e due. Nella guerra

Dei neri affetti, l'uomo non pondera, non vaglia.

Ma si gitta perduto per dentro nella battaglia.

Un uomo il vostro conte? Un fantoccio! L'uom vero

Uccide l'uno e l'altra e l'universo intero

E quanti sospettarono l'oltraggio e (guardando i due

con aria di collera sprezzante) i goffi musi

Che ne fanno discorso.

Giorgio.

Misericordia!

Travetti.

Scusi,

Generale, ad uccidere si fa presto, ma fanno

Presto a metterlo in gabbia pure. Lo assolveranno,

Ma e l'impiego?

Otello.

Quel conte non era un impiegato.

Travetti.

Lo crede un disonore lei servire lo Stato?!

Pittore.

Io poi quel che non posso mandar giù è quell'idea

Di pigliarsela contro l'amante. Ero in platea

E a quella vista il cuore mi si è rivoltato.

Passi, ammazzar la moglie. È sua. Ma gli ho giurato

Fede io mai? L'ho tradito? Ho detto la bugia?

O se una donna mi ama e viene in casa mia

A dirmelo, ci ho colpa forse?

La Donna Romantica.

Lasci. La vita

Non va come il teatro; nè v'ha più scimunita

Catastrofe di quella. L'uom corregge il destino.

La legge è un fatto umano e l'amore divino.

Sa nel mondo reale che sarebbe seguìto?

I due si combinavano per freddare il marito.

E sulla tomba ultrice, sotto il cielo stellato,

Sfidando gli elementi e gli uomini ed il fato....

(piano al pittore).

Domani sera all'otto.

Pittore.

Non mancherò.

Veneranda (giunge ansimando e va a sprofondarsi sul divano più largo e morbido della sala).

Garzone,

Una marena subito. Oh Dio che agitazione

Mi ha dato quella loro commedia!

Travetti.

Donde viene,

Signora Veneranda?

Veneranda.

Di teatro. Che scene!

Ha inteso?

Travetti.

Ma è finito da un'ora.

Veneranda.

Già! Dovrei

Scalmanarmi per correre!

Travetti.

Non c'è Taddeo con lei?

Veneranda.

È rimasto un momento di fuori. Il poveretto

È ancora sbigottito. Camminando mi ha detto

Che se il mondo reale fosse come lo fanno

I commedianti, egli morirebbe entro l'anno.

Quei comici han l'argento vivo dentro le vene.

Di su, di giù, si sbracciano, si fingon delle pene

Immaginarie, piangono, si danno un movimento

Di scoiattolo in gabbia. A vederli è un tormento.

E il colpo di pistola in fine, le par bello?

Dovrebbero annunziarlo almeno sul cartello,

Che si sappia. Ho creduto morirne di paura.

Insomma quella gente in scena hanno figura

Di scimmie ammaestrate che fan le capriole

A suon di frusta. A un tratto quando il padrone vuole

Quetarle, dà un gran colpo di tamburo e interrotte

Le gambate, ogni scimmia rincasa e buona notte.

Fiammetta.

Io non curo degli uomini, ma se cerco in me stessa

Non ravviso per donna quella vostra contessa.

Non ha che la miseria di un solo unico amante,

E lascia che lo sposo te lo colga in flagrante!

Eh! Baie!

Travetti.

Che ne dice, signora Margherita?

Margherita.

Che dire? Ho riso e ho pianto. Riconobbi la vita.