I.
Il grande anno intanto era spuntato. Napoleone III aveva già apostrofato il barone Hübner colle celebri parole: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per il passato;» Vittorio Emanuele aveva già pronunciato nel Parlamento subalpino il fatidico motto dei «gridi di dolore,» e nessuno in Europa, non che in Italia, poteva fraintendere il senso di sì eloquenti responsi. Oramai ogni dubbiezza spariva, i frutti dell’alleanza di Crimea venivano a maturanza, e il segreto delle escursioni autunnali di Plombières cominciava a trapelare. Nessun fatto l’attestava chiaramente, ma ognuno nella mente sua ne era certo: il Piemonte e la Francia, meglio dire re Vittorio e l’imperatore Napoleone, avevano patteggiato la cacciata dell’Austriaco dall’Italia; e solo restava a «percorrere quello spazio oscuro (come dice Amleto), pieno d’incertezza e d’ansietà, che corre tra la risoluzione d’un disegno e la sua esecuzione.»
Nè l’Italia chiedeva a quali patti quell’alleanza fosse conchiusa. Come nel 1848 non v’era tradimento, per quanto assurdo, a cui gli Italiani non fossero disposti a credere; così nel 1859 non v’era generosità, per quanto sovrannaturale, di cui non fossero pronti a lusingarsi. Per essi il disinteresse della Francia era un dogma, al pari della lealtà di Vittorio Emanuele. Indarno il moltiforme stuolo de’ repubblicani, de’ radicali, de’ diffidenti per indole e dei malcontenti per progetto andava susurrando: pericolosa l’alleanza forestiera, certi i compensi promessi a Napoleone, unica mèta del conte di Cavour un regno dell’Alta Italia, e l’unità rinnegata e la libertà pericolante: tutte queste voci passavano senz’eco traverso l’anima credente della nazione e non la turbavano un istante. Assennata da’ suoi errori, l’Italia del 1859 aveva finalmente compreso: suprema necessità l’acquisto dell’indipendenza; vana, accademica, insolubile ogni altra questione prima che fosse risolta quella a tutte anteriore dell’essere; ogni mezzo valere a siffatto fine; provvida perciò anche l’alleanza forestiera, se le forze nazionali non bastavano all’opera, e tanto più se di quell’alleanza stava garante quel Re galantuomo, che, oltre al non poter tradire, era interessato per il primo a non barattare il suo piccolo, ma sovrano retaggio in una più grande, ma tributaria corona di vassallo.
Però il ricordarlo potrà spiacere a taluno, ma la verità è questa sola: l’alleanza francese era nel 1859, e rimase fino alla scoperta dei capitoli di Nizza e Savoia, popolarissima in Italia; e molti tra coloro che oggi rifatti liberi mercè sua la ripudiano e la maledicono, dimenticano d’averla in quell’anno festeggiata e benedetta. Nessun ricordo del grande inganno del 1796; nessun rancore della più recente aggressione del 1849. Così il Francese conquistatore e prepotente del primo Bonaparte, come il Francese cocollato e liberticida del terzo, s’erano interamente ecclissati nella memoria popolare, per far luce al tipo, fantastico in parte esso pure, d’un terzo Francese, cavalleresco, disinteressato, paladino di un’idea, mosso unicamente dall’onesto orgoglio di dare egli il primo strappo ai trattati del 1815, e di vendicare nel nipote i torti fatti allo zio. Erano fratelli che venivano a liberare fratelli; era la nuova rivincita della stirpe latina contro il secolare nemico teutonico; e i calcoli della politica e i sillogismi della ragione non potevano scrollare la bella fede. Quindi quel giubilo, trepido tuttora e segreto, ma universale, al primo annunzio del grande avvenimento; poi quell’entusiasmo aperto, e crescente man mano che la promessa si faceva certezza; finalmente, manifestazione più significativa di tutte, quell’accorrere della più eletta gioventù italiana sotto la bandiera di quel Re, al cenno di quel Ministro, che avevano ordita quell’alleanza e preparata quella guerra, arre certissime della redenzion della patria.