XXII.
Tutto ciò però ampiamente concesso, importa restituire a ciascuno il suo. Grande il merito del Piemonte, grandissimo quello di Vittorio Emanuele e del Cavour; ma non spregevole, non dimenticabile, quello degli uomini, i quali indovinarono per i primi il segreto della loro politica e ne propagarono l’idea. E tanto più meritevole, in quanto che essi medesimi, cresciuti in una fede diversa della monarchica, dovevano troncare il filo della propria tradizione e rompere in visiera coi partiti, ai quali erano sino a quel giorno appartenuti. Però la difficoltà vera dell’impresa assunta da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino era non tanto di dare una formola ad un concetto per sè definito e palese, quanto di evangelizzarlo fra genti diverse; di farlo accettare insieme dai repubblicani, dai rivoluzionari e dagli autonomisti di tutti i colori, di scomporre i fasci de’ vecchi partiti, e di ricomporre coi loro frammenti il fascio d’un nuovo grande partito nazionale. Ed al compimento di questo disegno potrà essere dubbio se più abbia cooperato il patrocinio onde li fiancheggiava il conte di Cavour, o l’adesione aperta che gli aveva data Giuseppe Garibaldi; ma infine, nella misura delle forze e delle influenze loro, tutti concorsero all’opera, e Garibaldi, pel primo, li secondò, poi li precorse e fin’anco li superò.
Di Garibaldi anzi conviene mettere in sodo un punto. Egli accettò il programma «della Dittatura sabauda,» come egli lo chiamava, senza riserva e restrizione di sorta. Avrà avuto in petto egli pure come il Mazzini un giorno, o come il Manin in quell’anno, il suo: «se no, no;» ma non lo espresse mai; e tutto quanto egli concesse, fu con incondizionata fiducia. Diverso in questo dagli stessi componenti il Comitato dell’Associazione nazionale, che litigavano se il laborioso programma dovesse dire: «finchè, o purchè, o perchè, la Monarchia di Savoia sarà fedele ai patti promessi;» diverso dallo stesso Giorgio Pallavicino, che non sapendo guarire da’ suoi vecchi sospetti contro il Cavour,[178] ricompariva ad ogni istante a mettere condizioni, a esprimere diffidenze, a richiedere pegni che facevan, senza fallo, testimonianza del suo geloso amor patrio; ma che non erano certo buone prove del suo acume politico.
Garibaldi invece è come donna innamorata; una volta che si è dato, s’abbandona interamente. Il 13 agosto visita per la prima volta il conte di Cavour, e il Foresti, che l’accompagnava, così descrive l’incontro:
«Il nostro Garibaldi era a Torino il 13 corrente, ed io ve lo accompagnai. Cavour l’accolse con modi cortesi e famigliari ad un tempo, gli fece sperar molto, e l’autorizzò ad insinuare speranza nell’animo altrui. Pare ch’ei pensi seriamente al grande fatto della redenzione politica della nostra Penisola.... Insomma Garibaldi si congedò dal Ministro come da un amico, che promette e incoraggia ad un’impresa vagheggiata.[179]»
Più tardi, apertasi dalla stampa governativa la sottoscrizione pei cento cannoni d’Alessandria, e dalla democratica, quella per l’acquisto de’ centomila fucili, Garibaldi sottoscrisse, con patriottica neutralità, per entrambi; scontentando molti de’ suoi vecchi amici, ma più ancora sforzandoli col suo esempio ad imitarlo.
Alcune settimane dopo, essendo ai bagni di Voltaggio, e volendo ringraziare gli abitanti che l’avevano accolto con dimostrazioni di simpatia, scriveva loro, tra l’altre, queste significantissime parole:
«Sì, giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a compire il sublime concetto di Dio, emanato nell’anima dei nostri grandi di tutte le epoche: l’unificazione del gran popolo che diede al mondo gli Archimedi, gli Scipioni, i Filiberti. A voi, guardiani delle Alpi, vien commessa oggi la sacra missione; non vi è un popolo della Penisola che non vi guardi, e che non palpiti alla guerriera vostra tenuta, alle vostre prodezze sui campi di battaglia. Campioni della redenzione italiana, il mondo vi contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l’abituro dei vostri fratelli, ha la paura e la morte nell’anima.
»Gli Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al glorioso vessillo che vi regge, ed io giubilante di compiere il mio voto all’Italia, potrò, Dio ne sia benedetto!, darle questo resto di vita.
»Dallo Stabilimento idroterapico
dei signori Ansaldo e Romanengo.
»Giuseppe Garibaldi.[180]»
Finalmente quando nel maggio 1857 fu invitato, assieme al Pasi e al Medici, ad aderire pubblicamente al programma dell’Associazione nazionale, egli solo non esitò un istante a dare il suo consenso, e lo espresse al Pallavicino così:[181]
«Caprera, 20 maggio 1857.
»Pregiatissimo amico,
»Io imparai a stimarvi ed amarvi dal nostro Foresti, e dalle vicende dell’onorevole vostra vita. Le idee che voi manifestate sono le mie, e vi fo padrone quindi della mia firma per la dichiarazione vostra.
»Vogliate contraccambiare co’ miei affettuosi saluti Manin, Ulloa e La Farina, ch’io vo superbo d’accompagnare in qualunque manifestazione pubblica.
»Sono di cuore vostro
»Giuseppe Garibaldi.»
Però il Pallavicino aveva ragione di chiamare la solenne adesione di Garibaldi «un fatto immenso.» Esso scioglieva in due il vecchio partito repubblicano, non lasciando al Mazzini che il manipolo dei dottrinari; raccoglieva sotto i segni della Monarchia gli erranti delle vecchie fazioni municipali; trascinava sotto le insegne della Dinastia di Savoia tutta la gioventù operosa e militante d’Italia; poneva il suggello al patto d’alleanza tra la rivoluzione e la Monarchia. Certo non era in potere di Garibaldi impedire che questa alleanza si facesse; ma nessuno negherà che fosse in sua mano il ritardarla. S’immagini per un istante Garibaldi avverso alla Monarchia di Savoia, e serrato intorno a lui, come a Capitano e Dittatore, tutto il vario stuolo de’ repubblicani, ingrossato dagli autonomisti e dagli scontenti di tutte le specie, e si dica quel che poteva accadere in Italia dopo Villafranca? Probabilmente una discordia fratricida, ed un’anarchia quarantottesca in metà della Penisola; certo la spedizione di Marsala o fermata dal conte di Cavour, o annientata dal Borbone, o sfruttata dal Mazzini; e in qualsivoglia caso, lo stupendo moto del nostro risorgimento o sviato, o impedito, o funestato.