I.

La Speranza era ancora nell’Oceano, quando un imprevisto accidente rischiò di seppellire in un punto Garibaldi e la sua fortuna. Una lucerna accesa caduta sul barile dell’acquavite infiamma in un istante la dispensa, e minaccia di comunicare l’incendio al bastimento. I più arditi corrono alle pompe; il dispensiere Solari ripara la sua negligenza d’un istante buttandosi a corpo perduto contro le fiamme, ma non per questo l’allarme a bordo s’acqueta; i legionari, colti da timor pánico per quel nuovo e non mai visto nemico, abbandonano i posti, si rovesciano in disordine sul ponte, s’arrampicano su per le sarchie, accrescono colle grida e col tumulto il pericolo del disastro. Garibaldi solo mantiene l’imperturbabile suo sangue freddo, comanda la manovra, impone la calma, rianima gli atterriti, dirige gli operosi, riesce in brev’ora a domare l’incendio ed a salvare il bastimento, che riprende la sua rotta.

I reduci da Montevideo non conoscevano d’Europa che gli avvenimenti del gennaio. La notizia della rivoluzione di febbraio, le barricate di Milano, la sollevazione di Vienna, l’entrata di Carlo Alberto in Lombardia, le prime vittorie dell’esercito piemontese sul Mincio non potevano essere ancora pervenute in America, ond’erano loro interamente ignote. Da ciò ne seguiva che Garibaldi fosse sempre un po’ incerto della mèta precisa del suo sbarco, e l’animo suo ondeggiasse naturalmente tra i consigli del Mazzini che l’avrebbe voluto spingere a sbarcare in Sicilia, gli accordi presi col Medici che in certa guisa lo impegnavano a scendere in Toscana, ed il suo antico e più profondo concetto che lo portava ad andare dovunque fosse più pronta l’occasione di menare le mani senza preferenza di luoghi, di capi e di bandiera.

Coi suoi pensieri intanto veleggiava verso l’Italia anche la sua nave, quando, passato di non lungo tratto lo Stretto di Gibilterra, i marinai di prua avvistano giù in fondo all’orizzonte una nave con una nuova e non mai vista bandiera. Tutti gli occhi e tutte le lenti s’appuntano curiosi sull’insolito vessillo, intantochè i due legni continuano a navigare e lo spazio che li divide si vien ristringendo sempre più. Ma che cos’è quella bandiera, a quale nazione può ella appartenere, quali colori drappeggia ella? A prima vista, ancora da lontano, l’avreste detta la tricolore francese; ma più la si riguarda più i due bastimenti s’accostano e più i colori della misteriosa bandiera spiccano e si rischiarano; ancora un po’ e il turchino sfuma e si perde in un’altra tinta; un passo ancora e il rosso, il bianco, il verde del tricolore italiano risplendono in tutta la loro pompa sull’ampia stesa dei mari. «È la bandiera italiana,» urlò per il primo il capitano Pegorini! «È la nostra bandiera,» ripeterono in coro cento voci commosse. A tal punto Garibaldi più commosso di tutti ordina di accostare il legno fratello, e imboccato il portavoce, gli chiede che cosa significhi quella bandiera, e che nuove rechi d’Italia: «Milano è insorta (risponde dal ponte dell’altro bastimento un’altra voce); gli Austriaci sono in fuga; tutta l’Italia è in rivoluzione; viva la libertà!!»

Quale effetto producessero quelle parole pronunciate là nel vasto silenzio del mare, sotto l’immensa vôlta del cielo, sull’animo di quegli uomini, proscritti la più parte per l’amore di quell’Italia di cui allora udivano il trionfo, veterani di quella libertà, che avevano cercata e difesa su tutti i lidi della terra, e che s’erano preparato quel giorno di ritorno e di gaudio con una vita intera di battaglie e di sacrifici, lo descriva chi può. Noi siamo dinanzi all’indescrivibile; Dante avrebbe detto: «all’ultimo di ciascun artista.»

Marinai e legionari, soldati e capitani s’abbracciano, urlano, piangono, ridono insieme, passano nell’istante medesimo fra i più opposti sentimenti, non sanno se più esultare all’annunzio della patria liberata, o affliggersi per lo sgomento di non giungere più a tempo a combattere le ultime battaglie della sua liberazione: un tumulto babelico di commenti, mille voci confuse di patria, di libertà, di rivoluzione, di guerra, «e suon di man con elle,» corrono per la nave, si levano per l’aria, trasportano per alcuni istanti su quel bastimento l’ebbrezza del nostro 1848. Garibaldi fa ammainare la bandiera di Montevideo, e con un lenzuolo, il panno rosso e le mostre verdi delle casacche de’ legionari improvvisa una tricolore e la issa, fra salve di battimani e urla di tripudio, all’albero di maestra. Uno strumento ed un suonatore dove sono Italiani non mancano mai; e una danza folle, sfrenata s’intreccia intorno a quell’albero portatore di quei tre sacri colori, e il riso delle stelle e i susurri del mare s’accompagnano a quella festa dell’Italia risorta.[97]

E la grande novella dell’alto mare è presto confermata. Approdati la sera stessa a Palos presso Cartagine per farvi incetta di viveri per il bastimento e d’aranci per l’Anzani sempre più ammalato, odono ripetere dal Vice-console francese tutte le notizie che il bastimento italiano aveva loro recate; onde l’ultima ombra di dubbio che poteva ancora restare nell’animo de’ nostri reduci, scomparve.

Garibaldi poi dal canto suo lasciò ogni esitazione. Ormai la via era tracciata, la mèta era chiara: conveniva senza perdere un istante drizzar la prua verso l’Alta Italia, arrivare al più presto sul teatro della lotta, offrire senza esitare il braccio a Carlo Alberto, se il capitano dell’impresa era lui, e combattere al suo fianco.

Pertanto la Speranza salpa la sera stessa dal porto, e Garibaldi senza chiedere, giusta il suo costume, alcun parere ai compagni, mette la prua sul Nord-Est, e fa rombo più veloce che può verso il Mare di Liguria. Egli tuttavia inclinava a prender terra a Genova o in qualche porto vicino; ma i venti avendolo obbligato ad appoggiare, si decise ad approdare a Nizza, e il 21 giugno 1848, alle ore 11 antimeridiane, inalberata di nuovo la bandiera di Montevideo, che a lui, disertore condannato a morte, era una tutela, getta l’áncora nel porto della città natale.