XXI.
Nel 1836 l’America raccoglieva un oscuro marinaio e un disertore proscritto; dopo undici anni ella restituiva all’Italia un ammiraglio provetto, un capitano invitto, un eroe glorioso. In quegli undici anni Garibaldi consacratosi alla causa di due Repubbliche, rappresentanti, a’ suoi occhi, la causa stessa della libertà e della giustizia, aveva per esse patita la tortura e toccata una ferita mortale; trionfato d’un naufragio e additato un nuovo passaggio all’Oceano; costruito flottiglie e organizzato legioni; fatta la corsa sui mari, sui fiumi e guerreggiato a piedi ed a cavallo sui campi; sostenuto quattro combattimenti navali e dodici terrestri; vinto, nella campagna di Rio Grande, al Galpon de Chargucada, a Imeruy, sulle lagune di Santa Caterina e di Los Patos, a Santa Vittoria ed a San Josè; e in quella di Montevideo, a San Martin Garcia, a Nueva Cava, alle Tres Cruces, alla Boyada, all’Hervidero, al Salto ed al Dayman; fronteggiato in una ritirata d’oltre diciotto mesi un nemico soverchiante, e delusa più volte la caccia di potenti crociere; capitanato per seicento leghe una spedizione navale traverso un fiume seminato di batterie nemiche; presa d’assalto una fortezza e diretta la difesa d’una piazza forte; e sbaragliando sovente, emulando sempre i più famosi guerriglieri del suo tempo, non lasciandosi nè insuperbire dalle fortune, nè abbattere dai rovesci, inventando talvolta nuovi artificii e nuovi stratagemmi di guerra, vincendo la forza coll’astuzia e colla prodezza il numero, facendo umana, tra costumanze feroci, la guerra, avea reso temuto e ammirando il suo nome agli stessi nemici, e risuscitato sui più lontani lidi i ricordi del valore italiano.
Ciò non ostante le virtù del soldato e le vittorie del capitano sono un nulla a paragone di quella virtù suprema, di quella vittoria che mai, fino allora, gli fallì contro i più naturali istinti della natura umana. Ond’è sotto questo rispetto che la frase tante volte ripetuta di lui «uomo di Plutarco» diventa rigorosamente vera.
Entrato al servizio di Montevideo senza patteggiare nè per sè nè per la sua Legione alcun salario, visse fin dal primo giorno, come l’ultimo de’ suoi soldati, delle sole razioni militari. Ricevuta nel 1845 dal generale Ribera l’offerta di vaste terre da dividersi fra lui e i suoi legionari, le rifiuta a nome della Legione stessa, dicendo: «che tanto egli, quanto i suoi compagni, chiedendo d’essere armati ed ammessi a dividere i pericoli del campo coi figli di queste contrade, avevano inteso d’ubbidire unicamente ai dettami della loro coscienza; che avendo essi soddisfatto a ciò che essi riguardavano come un dovere, essi continueranno da uomini liberi a soddisfarvi, dividendo, finchè le necessità dell’assedio lo richiederanno, pane e pericoli coi loro valenti compagni del presidio di questa metropoli, senza desiderare o accettare rimunerazione o compenso delle loro fatiche.»
Promosso, col Decreto che abbiamo citato, al grado di Generale, non gli parve aver fatto abbastanza per meritarlo, e con questa nobilissima lettera, ch’egli scrisse al Ministro della guerra, vi rinunziò:
«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale, onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria, i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui che appartengono alla Legione italiana.
Dio sia per molti anni con V. E.
Giuseppe Garibaldi.»
Finalmente il generale Pacheco, rispondendo ai detrattori di Montevideo,[94] abbracciava nella sua apologia anche il generale Garibaldi, e faceva delle sue virtù private e civili, poichè delle guerresche nessuno aveva dubitato, questa pittura: «Nel 1843 il signor Francesco Angeli, uno fra i più rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della Legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell’uomo infine che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, non si accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato, unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere, non erano comprese le candele. Il Ministro mandò pel suo aiutante di campo, G. M. Torres, cento patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale, ritenendo la metà di questa somma, restituì l’altra perchè fosse recata alla casa di una vedova, che, secondo lui, ne aveva maggior bisogno. Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l’unica somma che Garibaldi ebbe dalla Repubblica. Mentre rimase tra noi, la sua famiglia visse nella povertà; egli non fu mai calzato diversamente da’ soldati; sovente i di lui amici dovettero ricorrere a sotterfugi per fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti di Montevideo; giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi, sempre primo a’ combattimenti, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli offici del Governo, era per domandare grazia per un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche infelice: ed è all’intervento di Garibaldi che il signor Michele Haedo, condannato dalle leggi della Repubblica, dovè la vita. Nel 1844 un’orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che, perdute le áncore, stava affidata con evidente pericolo all’unica che le rimaneva; in quella goletta si trovavano le famiglie de’ signori Canil. Il generale Garibaldi, informato del pericolo, s’imbarcò con sei uomini, recando seco un’altra áncora, colla quale la goletta fu salva. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi del Rosas, e lo lascia in libertà, come anche gli altri di lui compagni. Nella sua spedizione all’interno egli si distinse per molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d’oggi formano argomento di conversazione nel campo de’ due partiti.[95]»
Innanzi a queste testimonianze potrebbe la storia degnar d’uno sguardo i miserabili libelli di pochi stranieri, e coll’onore d’una confutazione superflua scavare i loro nomi dal perpetuo oblío in cui sono sepolti?
Nel 1847 quando il nome di Garibaldi era quasi ignoto, e le sue gesta malnote, e parlar di Garibaldi era un parlar d’Italia; era bello che la voce intemerata di G. B. Cuneo schiacciasse, coll’argomento decisivo dei documenti, i botoli che addentavano Garibaldi e la sua Legione là appunto dove la loro corazza era più tersa e inattaccabile; ma ora l’opera sarebbe affatto vana ed accademica.
Nel luglio 1849 Lord Howden nella Camera dei Pari di Londra faceva di Garibaldi questo elogio ancora più eloquente:
«Il presidio di Montevideo era quasi tutto composto di Francesi e d’Italiani, ed era comandato da un uomo, cui sono felice di poter rendere testimonianza, che solo era disinteressato tra una folla d’individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento. Intendo parlare di un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti straordinari accaduti in Italia, del generale Garibaldi!»
Ora nessuno meglio di Lord Howden poteva parlare così; egli che, avendo proposto a Garibaldi di sciogliere la Legione mediante un compenso in danaro, si era sentito dire: «Gl’Italiani in Montevideo avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non potersi abbandonare mai da uomini onorati.[96]»
Ed è qui la vera grandezza originale di Garibaldi. Egli nobilitò il nome di soldato di ventura, elevò a missione il mestiere dell’armi, creò il tipo del condottiero disinteressato, che va per il mondo, paladino gratuito della causa della giustizia, senza nemmeno la speranza di condurre in isposa, come i compagni d’Artù, la bella principessa per cui ha dato il sangue, pago sin troppo di riportare alla terra natía il fiero orgoglio delle alte imprese compiute, ravvivato di quando in quando dal ricordo delle gloriose ferite.
Pure al Garibaldi che tornava in Italia manca un ultimo tratto, e disgraziatamente è un’ombra. L’America era stata per lui un’eccellente palestra per l’educazione militare, ma non fu, nè poteva essere, una buona scuola d’instituzione politica. Non era certo fra un popolo di passioni veementi, di fazioni perpetue, di rivoluzioni periodiche, dove ogni caudillo che si mettesse a capo d’una masnada di gauchos poteva usurpare la dittatura, salvo ad essere a sua volta rovesciato da un caudillo più fortunato, che un giovane come Garibaldi poteva formare la sua mente politica ed educarsi al culto della legge, all’amore dell’ordine, al giusto concetto della libertà. Ingenuo, fantasioso, inesperto, era naturale che il suo spirito ricevesse come cera l’impronta del paese in cui aveva trovato un asilo ospitale, di cui amava la pittoresca natura e la razza valorosa, con cui aveva stretto sui campi di battaglia un patto indissolubile di fratellanza, e dove infine aveva udito per la prima volta, non più susurrar timidamente ne’ crocchi o nascostamente nelle congiure come in Italia, ma gridar altamente, ma difendere apertamente colle armi que’ nomi di patria, di libertà e d’indipendenza, che erano l’unico patrimonio politico della sua mente e l’unica religione del suo cuore.
Trascorsa metà della vita in una consuetudine ininterrotta di corsari, di soldati, di marinai e di pastori, senza ritemprarsi quasi mai nel contatto d’una società più colta e più civile; portato da’ suoi istinti selvatici, dalle sue abitudini marinaresche, dai suoi gusti solitari, e soprattutto dal suo prepotente bisogno d’indipendenza, a vagheggiare quei vasti deserti della Pampa che a lui ripetevano sulla terra un’immagine dei deserti dell’Oceano, e ad ammirare, fors’anco ad invidiare, la sorte dei suoi fieri abitatori; qual meraviglia che a’ suoi occhi il gaucho rappresentasse il miglior tipo dell’uomo libero, ed egli s’abituasse a poco a poco a pensare, a operare, a vestire perfino come quella parte dell’umana famiglia in cui era cresciuto, e che un giorno ne portasse seco in Europa non solo le idee e le credenze, ma le costumanze e le foggie?!
CARTA DELL’URUGUAY ([Versione più grande])
Un gaucho temprato da un innesto europeo e purificato da un alto ideale umano; un Artigas, meno i puntigli e la vanità; un Ribera, più il genio, il disinteresse e la fortuna: ecco il Garibaldi che l’America rinviava in Italia, e che il tempo e la civiltà potranno, in qualche parte, modificare, ma che resterà, ne’ suoi tratti caratteristici, immutato.