XX.
Le notizie pertanto d’Europa e d’Italia s’erano andate facendo di giorno in giorno più gravi; la risposta di Pio IX non veniva, ma venivano le lettere de’ patriotti, compagni di fede e di congiure, che da ogni parte annunziavano inevitabile la rivoluzione ed imminente lo scoppio. Il Mazzini soprattutto, che non aveva mai perduto di vista il suo affigliato di Marsiglia, s’era posto in diretto carteggio con lui per informarlo dell’andamento delle cose, infervorarlo a tenersi pronto, accaparrare in certa guisa il braccio suo e de’ suoi commilitoni per le attese battaglie della patria. Infine la Colonia italiana, composta in gran parte di proscritti del 1821 e del 1831, non poteva restare insensibile alle novelle che le venivano d’Italia, e desiderosa di mostrare alla dolce madre lontana il loro cuore di figli, andavano eccitando Garibaldi, se di eccitamento poteva aver bisogno, affinchè persistesse nel magnanimo proposito, promettendogli tutti i conforti e gli aiuti onde avesse bisogno.
La partenza frattanto per l’Italia era nel petto di Garibaldi cosa ormai risoluta, quando l’annunzio della sollevazione di Palermo e di Messina del 12 gennaio 1848 venne a precipitarla. Non v’era più da indugiare; la lotta era cominciata; in Italia si combatteva e si moriva: il posto di Garibaldi e della sua Legione era là. Una sola cosa era incresciosa e al tempo stesso difficile: svincolarsi da Montevideo; e non perchè Garibaldi fosse legato alla Repubblica da alcun patto indissolubile, chè la sua condotta era sempre stata subordinata alla condizione del ritorno in Italia; ma perchè gli riusciva doloroso abbandonare prima dell’ora decisiva una causa giusta ed un popolo amato.
Una pubblica sottoscrizione era stata già aperta fra gl’Italiani per «la spedizione in Italia comandata da Garibaldi,» e il solo Stefano Antonini aveva firmato per 30,000 lire. Un brigantino era stato noleggiato ed allestito di tutto l’occorrente. Anita, appena sgravata di Ricciotti, erasi già imbarcata fin dal dicembre per l’Italia e tutto cospirava a credere la partenza inevitabile. Invano il Governo di Montevideo, conscio della gran perdita che stava per fare, tentava trattenere con preghiere, con lusinghe, con studiati indugi l’impaziente Italiano; invano gli stranieri stessi, che vedevano in Garibaldi una delle più sicure garanzie dei loro interessi, si sforzavano a ritardarne, almeno, la partenza, offrendogli di assumere a loro carico il più della diaria d’affitto del bastimento noleggiato. Garibaldi non si sentiva più padrone della sua volontà, e tutte quelle preghiere, quelle insistenze, quegl’indugi, anzichè piegarlo non facevano che inasprirlo, strappandogli spesso dalle labbra il detto piena d’amarezza: Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto sarà finito.
Affinchè però l’impresa riuscisse al suo fine, era mestiere precisarne la mèta, divisarne i luoghi d’approdo, avvertirne gli amici ed aderenti, prepararle in Italia stessa il terreno.
Pochi mesi dopo la giornata del Salto, era sbarcato a Montevideo e si era arrolato nella Legione, Giacomo Medici. Era un giovane di maschia bellezza, d’intrepido cuore, d’ingegno acuto e prudente insieme, d’affabili modi; e Garibaldi, presentendo in lui l’uomo che ormai la storia ha fatto suo, l’ebbe caro prontamente e ripose in lui tutta la sua fiducia. Però egli fu anche il prescelto da Garibaldi come il foriero e preparatore in Italia della divisata spedizione. Il Medici doveva partir subito, vedere a Londra il Mazzini e accontarsi con lui; percorrere, facendo propaganda, il Piemonte, penetrare in Toscana e accordarsi col Fanti, col Belluomini, col Guerrazzi e con altri molti; prepararvi nascostamente armi ed armati ed attendervi Garibaldi colla Legione, che non avrebbe tardato a raggiungerli tra Piombino e Viareggio.
Ma a rendere ben chiaro il concetto di Garibaldi e il mandato del Medici, valga il documento che qui per la prima volta pubblichiamo:
«Istruzioni.
Terrai presente soprattutto che scopo nostro è di recarci in patria non per contrariare l’andamento attuale delle cose, e i Governi che v’acconsentono; ma per accomunarci ai buoni, e d’accordo con essi andare innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una via ci fosse aperta ad agire contro il Tedesco, contro cui denno essere rivolte senza tregua le ire di tutti: e tanto più lo vorremmo, chè la gente che ci accompagna è mossa principalmente da questo ardentissimo desiderio, che ove non venisse soddisfatto potrebbe dar luogo allo sfiduciamento; scemare o infiacchire i compagni, che avvezzi alla vita attiva del campo male s’adatterebbero a vivere nei quartieri; perciò ti recherai:
1º A consultare M.... (Mazzini) intorno ai passi da darsi onde preparare le cose nel senso indicato; e appena a ciò provveduto t’affretterai per alla volta di Genova, Lucca, Firenze e Bologna, a meno che con M.... non risolviate altrimenti. Per questi punti ti do lettere che consegnerai ai loro indirizzi, se pure lo crederai conveniente, dietro le intelligenze con M....
2º Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che crederai utili visitare, affine di dar moto e preparare gli uomini, e combinare elementi di cooperazione, quanto più ti sarà possibile.
3º Scorsi quei paesi ti ridurrai in Livorno, come luogo più acconcio a sapere di noi; perchè nostro pensiero è approdare in uno dei porti seguenti: Viareggio, Cecina, Piombino, San Stefano, Port’Ercole. Soltanto ne devieremo, se ci perverranno notizie che ci consiglino farlo pel meglio; e in ogni caso tenteremo sempre ogni mezzo onde fartene avvertito.
4º Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il bisognevole almeno pei primi giorni; mancando su questo punto tanto essenziale si correrebbe rischio di perdere il frutto di tante fatiche, e dei sacrifici fatti con tanta generosità dai nostri compatriotti in Montevideo.
5º I venti, o altre cause, potrebbero obbligarci a toccare in Gibilterra. Se M.... ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi della marcia delle cose e sul da farsi — e potrà appena tu arrivi cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre all’erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo, e subito; senza aspettare che si scendesse a terra: potrebbe non convenire andarci; potrebbero le quarantene impedirlo. — Dal nome del bastimento, che è quello di Speranza, con bandiera orientale, sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo — e perchè ne fosse più sicuro, e potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all’albero di prora una bandiera bianca attraversata orizzontalmente, per quanto è lunga e nel bel mezzo, da una striscia nera.
Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci mutare di direzione.
Ai porti indicati puoi aggiungervi anche quelli di Talamone e di Livorno. Anche il bastimento è a brigantino.
Montevideo, 20 febbraio 1848.
G. Garibaldi.
Le lettere che io ti scriverò dirette a Livorno saranno al nome di Mr James Gross — nella soprascritta — Signor Giacomo Medici.[92]»
Il Medici infatti tre giorni dopo s’imbarcava per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de’ suoi legionari, fra cui l’Anzani, ammalato, il Sacelli, ferito, Ramorino, Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro Aghiar; soccorso dallo stesso Governo orientale di armi, di munizioni, di cannoni sul brigantino Bifronte, ribattezzato espressamente per quel viaggio coll’auguroso nome La Speranza, comandato dal capitano Gazzolo, salpò da Montevideo per i lidi d’Italia.[93]