III.
E con tale proposito parte per Foiano, dove sosta alcune ore; alle 5 di sera del 21 luglio traversa la Chiana e arriva a Castiglion Fiorentino; ivi, acchiappato un cacciatore tirolese travestito alla contadina, gli scopre indosso un biglietto che il Comandante di Perugia scriveva al Comandante d’Arezzo, per dirgli che in quella notte gli arriverebbero in Arezzo altre quattro compagnie; non fucila perciò il messo, ma fa tesoro dell’avviso e stende le sue reti per cogliere di sorpresa l’annunciato nemico. Disgraziatamente il rinforzo austriaco si arresta a Cortona; e Garibaldi, giudicando imprudenza aspettare di più, muove con tutta la sua gente per Arezzo, in faccia alla quale arriva sul mattino del 21 ed a cui manda a chiedere transito, viveri e quartiere per un giorno. Ma gli Aretini, soffiati dal bernesco Guadagnoli che dipinge i Garibaldini come un’orda di scampaforche e di saccomanni, sbattono loro le porte sul viso; i contadini, ancora ossessi dallo spirito reazionario d’Aprile, corrono alle armi per respingere i diabolici invasori; la poca truppa austriaca di guardia, forse un cento di uomini, sta di rinfianco; e Garibaldi, cui non conviene indugiarsi a combattere, è costretto ad appagarsi de’ viveri e a serenar sotto le mura. Pure non è ancora quello il pericolo maggiore; il pericolo sta nelle colonne austriache che lo premono da ogni parte, e possono in poche ore aver chiuso il loro anello di ferro e tolto ogni scampo. Infatti da occidente avanza per la strada di Siena-Arezzo l’avanguardia del Stadion; da mezzogiorno salgono quelle quattro compagnie che vedemmo a Cortona; a settentrione occupa Anghiari con una seconda colonna veniente essa pure da Toscana l’arciduca Ernesto; da oriente infine altre colonne, spiccate da Rimini e da Pesaro, convergono tutte verso il medesimo punto, e compiono il cerchio. Ma Garibaldi vegliava, e affidatosi ancora al suo infallibile talismano del moto perpetuo, abbaglia, stanca, confonde con innumerevoli andirivieni a destra, a manca, alla fronte, alle spalle, il suo quadruplice nemico;[153] e colto il tempo e la mossa, come uno schermidore, spianta le tende da Arezzo, lascia che la sua retroguardia baratti alcune schioppettate colle punte d’avanguardia del Stadion arrivata per l’appunto, volta rapido per Monterchi, a metà cammino tra Arezzo e Città di Castello; vi riposa tutto il 23; e la notte fa un celere fianco sinistro e va, per i più aspri sentieri della montagna, a piantare il campo sulle alture di Citerna.
Il luogo alpestre munito dalla natura, la sua postura al centro del quadrivio pel quale s’avanzava il nemico, lo rendono adatto così ad esplorare gran tratto di paese ed a difendersi da forze superiori, come a dare alle colonne, decimate e affrante, un po’ di quel riposo, di cui avevano tanto bisogno: e Garibaldi se ne fa un campo trincerato e vi dimora parte del 24 e tutto il 25. Ma in sulla sera del dì stesso, avvertito da’ suoi esploratori che l’arciduca Ernesto era già coll’avanguardia a Borgo San Sepolcro e che le altre due colonne gli si serravano addosso da Arezzo e da Città di Castello, non s’indugia più oltre e risolve estemporaneamente il passo decisivo. Lancia sulla strada di Città di Castello forti pattuglie per trarre i nemici nell’inganno che egli volesse aprirsi il varco per quella via; ne spinge altre verso Borgo San Sepolcro col medesimo intento; e lasciando gli Austriaci scaramucciare colla sua retroguardia, che essi scambiano per la sua avanguardia, ripassa, notte tempo, il Tevere presso Borgo San Sepolcro, scende a San Giustino e vi riposa la notte del 26; poi allo spuntar del giorno intraprende la salita del monte Luna, in cima dell’Apennino centrale, il sommo dell’arco che egli descriveva. «La strada (dice il Carrano, traducendo l’Hoffstetter[154]) la strada corre su pel monte per molte giravolte. Per queste andava l’assottigliata schiera, quasi segnando grandi spire fino alla sommità. Cavalcava innanzi il Garibaldi colla sua moglie e collo Stato Maggiore in mantelli bianchi: seguivano i pochi Lancieri dell’estinto Masina; poi l’altra cavalleria a due a due, i cui piccoli cavalli montavano nitrendo e sbuffando; poi i saccardi[155] che si cacciavano innanzi non meno di quaranta muli carichi di salmerie, gridando, bestemmiando, scudisciando; veniva appresso una mandra di buoi bianchi dalle grandi corna e ricurve; seguiva poco discosta la prima legione, condotta dal Sacchi, che si distingueva per i cappelli puntuti alla calabrese; poi veniva il piccolo cannone tirato da quattro cavalli; poi la seconda legione, guidata dall’inglese Forbes, in camiciotti di tela; in ultimo, uniti a pochi finanzieri, i superstiti Bersaglieri del Manara. In tutto non erano più di duemila uomini, disposti a far fronte in dietro a ogni momento per respingere i sempre aspettati assalti del nemico; e serenarono sulla vetta del monte.»