IV.
All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne; la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonna di Sant’Angelo in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia, traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita materiale e con maggior danno morale.
Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo, sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante, se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo mortale.
Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del 29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il nemico s’addormentasse nella sicurezza che anche il campo garibaldino dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti, spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia alla volta di San Marino.
A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più? Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si rifugiavano?
Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto, certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne, finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte che egli trovò sul suo cammino la legge civile, se n’ebbe la forza la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore, che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani, e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente, ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e moderò le sue pretese.