IV.
Ma Peppino entrava già nel suo dodicesimo anno, ed era tempo che si mettesse di proposito agli studi. Questo capitolo però della prima educazione intellettuale di Garibaldi è pieno per noi, e non crediamo sia diverso per altri, di grande oscurità e di molte lacune. Che padron Domenico non abbia trascurato nè cure nè dispendi per dare al suo secondogenito una istruzione anche superiore alle sue forze ed al suo stato, ce ne assicurò con parole di viva riconoscenza il figlio stesso e non è lecito dubitarne. Ma in che quella educazione sia propriamente consistita, a quale carriera quel padre destinasse quel figliuolo, e però a quale ordine di studi lo volesse incamminare, ciò non è da alcun documento attestato, e il biografo che non voglia dare per fatti le ipotesi non dev’essere restío a confessare la propria ignoranza. Che tanto padron Domenico, quanto la signora Rosa ripugnassero ad avventurare su quell’arena fortunosa e infida del mare un figliuolo così temerario e spericolato, e n’avessero perciò fin dai primi anni combattuto con ogni possa l’aperta vocazione, vagheggiando per lui uno stato più sicuro e tranquillo, è indubitabile, e trapela, a dir così, dalle stesse parole onde Garibaldi dipinge lo sgomento, quando lo videro imbarcarsi e salpar da Nizza la prima volta.
Ma che poi essi, il padre principalmente, avessero nell’animo, siccome fantastica il vecchio Dumas, di fare addiritura di quel figliuolo un medico, un avvocato e persino un prete, nè Garibaldi lo scrisse, nè altri lo affermò, ed è manifestamente una delle tante fiabe, di cui il romanziere francese infarcì il suo racconto. E non la diremmo nemmeno una ragionevole ipotesi; chè il fatto solo del silenzio di Garibaldi intorno a quegli studi classici, che pur sono necessario avviamento a quella carriera, anticipatamente la smentisce. La smentisce, ma non le surroga per questo un fatto più certo; poichè, se è da tenersi per indubitato che il nostro eroe non vide mai neppure da lontano un cartone di libro latino o greco o d’altro classico qualsiasi, non c’è poi modo di discernere a quale ordine debbano andare ascritti tutti quegli altri studi che pur egli ammette d’aver fatti e fece certamente.
Garibaldi stesso è, su questo punto, d’un laconismo sconfortante per chi pur vorrebbe scoprir la traccia della prima coltura che dirozzò la sua mente. Tutto quello che egli sa dircene in proposito è racchiuso in questo breve periodo:
«Tra i maestri conservo cara rimembranza del padre Giaccone[16] e del signor Arena. Col primo trattai pochissimo, più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimane quindi il rimorso di non aver studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni circostanza della mia vita in cui mi sono trovato con Inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana.»
Ora ognun vede che queste parole sono più fatte per moltiplicare i quesiti che per diradarli, più per invogliare alla curiosità che per sodisfarla.
Infatti se il padre Giaccone non riuscì nemmeno a insegnargli l’inglese, che cosa gl’insegnò egli? Se il signor Arena non l’istruì che nella lingua italiana e nella storia romana, dove e da chi apprese egli tutte quelle altre nozioni, chiare od oscure, superficiali o profonde, digeste o indigeste, che pure balenano, come lampi, tramezzo a fitte nebbie, dalle parole e dagli scritti della intera sua vita?
Noi udimmo narrare da un suo amico e commilitone che Garibaldi, giovane, sapeva a memoria teorema per teorema tutti gli elementi di geometria; ora non vogliamo attribuire a questa felicità di memoria maggiore importanza che si meriti; ma insomma egli fu capitano marittimo, e per conseguirne la patente dovette possedere almeno nella scarsa misura degli elementi non poche cognizioni di matematica, d’astronomia, di geografia fisica, di diritto commerciale, e via dicendo; e il fatto delle sue lunghe e difficili e felici navigazioni provano che le possedette.
Ora come, quando, dove apprese tutto ciò?
Così noi leggeremo più tardi che egli fu per due volte costretto a guadagnarsi il pane dell’esiglio insegnando qui la matematica, altrove la storia e la letteratura e simili.
Ed anche qui per quanto la voce maestro non sia mai stata sinonimo di dotto, pure una certa infarinatura delle cose che si fan mostra d’insegnare altrui sappiamo tutti che ci vuole, e il sapere dove e quando un siffatto maestro se la sia procacciata, resterà sempre curioso e interessante.
E non basta. Una tal quale coltura letteraria, confusa, balzana, indigerita, incondita, nessuno potrà mai negargliela. A ventisette anni sulla tolda del suo bastimento faceva dei versi, che non erano tali certamente da promettere un nuovo alunno all’italo Parnasso, ma che pur camminavano su tutti i loro piedi; e nella passione dei versi sappiamo tutti che invecchiò, sicchè più d’uno fu ammesso ad udire lunghi brani d’un suo poema endecasillabo che doveva celebrare l’epopea della sua vita. Più tardi, noi stessi, ospiti suoi a Caprera, l’abbiamo sentito declamare a memoria tutti i Sepolcri di Foscolo e squarci interi in francese della Zaïre di Voltaire, e ricordarsi poi come uomo che li ha letti nei testi, non pochi episodi dell’Iliade, della Commedia, della Gerusalemme. Infine fanno ormai quarant’anni ch’egli innonda, può dirsi, l’Europa de’ suoi manifesti, de’ suoi appelli, delle sue lettere (ahimè! la fiumana delle lettere), finchè verrà il giorno, in cui il mondo lo vedrà darsi «per vivere» (parola che troncherebbe il sorriso ai più beffardi) all’arte del romanziere, e aggiungere alla mole delle cose, che la storia deve dimenticare di lui, tre romanzi.
Ora per leggere una carta idrografica, per levar un punto di stima, osservare un barometro, tenere un Libro di bordo, governare un bastimento dal Pacifico al mar delle Indie; per misurare de’ versi anche mediocri, ma che pur rompono qua e là in accenti di fiera armonia; per gustare Ugo Foscolo, per intendere Voltaire, per sapere che esistessero Dante, Tasso ed Omero, per cucire assieme de’ romanzi anche pessimi, per gettare sulla terra una piena di lettere come le sue, rozze e bizzarre fin che si voglia, ma nelle quali pur vedi sormontare tramezzo al denso limo delle stramberie e degli spropositi qualche fiore di selvatica bellezza; per sapere, dicevamo, per intendere, e per fare tutto ciò, qualche cosa qui e colà bisogna aver letto e studiato, e la conseguenza naturale a cui si è tratti, è di chiedersi dove e quando l’abbia potuto leggere e studiare.
Altro però è sentire la necessità di un quesito, altro la possibilità di risolverlo. Chi presumesse di cercare i principii dell’istruzione intellettuale di Garibaldi (quale che sia stata) nella sua giovinezza piuttosto che nella sua virilità, in un periodo piuttosto che in un altro della sua vita, fallirebbe. Garibaldi s’è fatto tutto da sè, per via, camminando, navigando, combattendo. Come una landa fertile da natura, ma abbandonata dall’incuriosa mano dell’uomo, e che il seme portato dal vento feconda di qualche erba e qualche arbusto, così la mente di Garibaldi. Il vento delle sue fortune fu il suo primo educatore e maestro, ma la mente restò come la landa una vasta sodaglia, interrotta da qualche oasi fiorita e da alcune rare piante salvatiche.
E non vorremmo per questo sminuire la gratitudine dovuta a’ suoi primi maestri; consentiamo anzi che qualche buon seme l’abbiano sparso essi pure, e che ad essi principalmente torni il merito d’avere per i primi dissodato e aperto il vivace ingegno del fanciullo. Ma o perchè questi fosse reluttante agli studi e più amico dei banchi di quarto che dei banchi di scuola, o perchè ne’ suoi precettori non andassero di pari passo lo zelo ed il sapere, o perchè infine non apparendo chiaro nella mente de’ genitori la mèta a cui dovevano dirigerlo, anche gli studi si risentissero di questa incertezza e difettassero di ordine e d’indirizzo, il fatto certo è questo che Peppin Garibaldi ebbe dei maestri, sedette ad una scuola, scartabellò e scarabocchiò anch’esso dei quaderni come tutti i fanciulli suoi pari, sfiorò anche, se si vuole, gli elementi di molte cose utili per fermo a sapersi; ma un vero e proprio e regolare corso di studi anche elementari, che gli potesse servire di fondamento all’istruzione futura, non lo fece, nè lo potè fare; aggiungiamo anzi, per la verità, che allora non lo volle.
E non lo volle, perchè nel momento in cui padre Giaccone e il capitano Arena erano più affaccendati intorno a lui, e padron Domenico e la signora Rosa più si allegravano nel pensiero di vederlo attendere con profitto agli studi, e già vagheggiavano la speranza che l’amore dei libri l’avrebbe a poco a poco guarito dalla passione del mare, in quel punto stesso, diciamo, il ragazzo ordita con altri tre amici una congiura di rompere quella fastidiosa disciplina della scuola e di correre sul libero mare la ventura, rapito, non sappiamo nè a chi nè come, un battello di pesca, s’imbarcava furtivo con tre compagni, Cesare Parodi, Raffaello Deandreis e Celestino Berman, prendeva arditamente il largo e navigava per Genova.
Un prete scopriva e denunziava la trama, il padre, affannato, mandava ad inseguirlo, ed era fermato all’altezza di Monaco, e ricondotto, più indispettito che contrito, sotto il tetto paterno: ma la vocazione del figliuolo era decisa; non valevano ormai nè persuasioni nè rimproveri; egli sarebbe stato marinaio come i suoi avi; e forse una segreta voce mormorava già nel cuore del fanciullo: non marinaio soltanto!