V.

Poichè contrastare a una sì manifesta e deliberata vocazione sarebbe stato peggio che follía, a padron Domenico non restava più che alleviare al figliuolo i disagi e i pericoli del noviziato, procacciandogli un buon imbarco; e alla signora Rosa che preparargli, piangendo in silenzio, il fardello di viaggio.

E l’imbarco fu presto trovato e migliore sarebbe stato difficile. Allestiva nel porto di Nizza per Odessa il brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante: il brigantino aveva reputazione di solido e svelto veliero; il capitano passava per uno dei più provetti e arditi marinai della Riviera ligure; fu dunque deciso che Peppin farebbe con essi la sua prima campagna di mozzo.

Con che cuore lo vedesse partire il suo vecchio padre, con che lagrime l’abbracciasse la sua povera madre, è facile immaginarlo; quanto a lui, li amava troppo per staccarsene senza dolore; ma l’idea di poter slanciarsi finalmente su quel «regno ampio de’ venti» ch’era stato l’anelito segreto e il sogno costante della sua anima giovanile, la gioia di poter anche lui salire un gran bastimento, guizzar tra le sue alte gabbie, imparare come si maneggi una mura, come si governi un timone, come si legga una bussola, come si cansi o si domi un fortunale; quell’idea e quella gioia suprema, staremmo per dire dell’animale che si tuffa nell’elemento per cui è nato, dominavano in quell’istante persino il dolore del distacco ed ogni altro suo affetto.

«Com’eri bella (esclama trent’anni dopo, caldo ancora dei ricordi di quella sua prima navigazione) com’eri bella, o Costanza, su cui dovevo solcare il mare per la prima volta! Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua coperta e sino il tuo pettoruto busto di donna rimarranno per sempre impressi nella mia immaginazione. Come dondolavansi graziosamente que’ tuoi marinari sanremesi, vero tipo de’ nostri intrepidi Liguri![17]»

E queste parole d’entusiasmo dopo tant’anni prorompenti ancora dal cuore del marinaio già indurito dalle tempeste e dai perigli, ci dicano quale grande fortuna sia stata per la patria nostra che padron Domenico non si sia ostinato a negare il fondamento che natura aveva posto nel suo figliuolo, e che cuore di marinaio avesse quel giovane che parlava del suo primo viaggio di mare come d’un viaggio di nozze, e tratteggiava le bellezze della nave su cui navigò la prima volta coll’amore d’un fidanzato.

Malauguratamente di quel primo viaggio in Odessa, nè di altri che fece poi, noi non sappiamo, nè egli volle dire di più. «Sono diventati sì comuni, diceva, che superfluo sarebbe lo scriverne;» e aveva torto, e io spero ancora che in quelle Memorie che si assicura abbia lasciato dietro di sè come un retaggio alla storia, vorrà dar compiuta la descrizione di quel periodo, in cui il marinaio fece il suo tirocinio e il giovine subì la prima tempera del suo carattere.

Reduce dall’Oriente, il padre, il quale, non potendo più pensare a cambiare la carriera del figliuolo, andava cercando i mezzi per rendergliela meno grave e meno perigliosa, lo pigliò seco sulla sua tartana, e costa costa, come soleva, lo condusse fino a Fiumicino, ch’era allora, pur troppo come oggi, il porto di Roma.

Roma! — Chi avrebbe detto che fra i milioni di pellegrini che da secoli visitano la città eterna, e quali attratti dai ruderi di Roma pagana, quali dalle feste di Roma cristiana, gli uni ispirati dalla scienza e dalla poesia, gli altri guidati dalla pietà o dalla superstizione, la contemplano, l’adorano, la scavano, la frugano, la glorificano; uno de’ più fervidamente innamorati, de’ più ingenuamente entusiasti, sarebbe stato quell’incolto mozzo di bastimento che si chiamava Giuseppe Garibaldi!

Eppure egli lo scrisse! e ci pare di vedere quel biondo ragazzotto di diciassett’anni vagare per le vie di Roma e senz’altra scorta che quel po’ di storia romana favolosa che gli aveva insegnato il buon Arena, senz’altra guida che suo padre più indotto e più semplice di lui, passare stupito e quasi trasognato in mezzo alle rovine ed ai monumenti di quei due mondi confusi insieme, arrestarsi estatico innanzi ai fòri ed ai circhi, alle terme ed alle basiliche; inoltrarsi trepidante fra le arcate del Colosseo; piegare il capo sopraffatto sotto le vôlte di San Pietro, ritentando invano colla sua povera scienza di ricomporre quella storia, d’interpretare quelle pietre, ma sentendosi turbinare nella mente legioni di eroi, di martiri, di santi fra un tumulto di pugne, di baccanali, di tormenti; e in mezzo a questi giganteggiare assopita sul letto di marmo delle sue glorie, ma vivente ancora fra la polvere e le macerie, l’immagine della città fatale.

E non è questa poesia nostra. Garibaldi andò più innanzi di noi, e riassumendo le impressioni di quel suo viaggio ne scriveva così: «Roma allora mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s’ingagliardì colla lontananza e coll’esiglio. Sovente, e ben sovente, io chiedevo all’Onnipossente di poterla rivedere. Infine Roma è per me l’Italia, poichè io non vedo l’Italia altrimenti che nell’unione delle sparte membra, e Roma è il simbolo dell’unione d’Italia, comunque sia.[18]»

Ora si dica pure che qui non è il giovane che parla, ma l’uomo, e che questi travestì senz’avvedersene gli arcani presentimenti e le vaghe impressioni di quell’ora della sua giovinezza nei pensieri dell’età matura; non è men vero che le emozioni, quali che fossero, provate dal giovane, lasciarono un’impronta sì viva e incancellabile nello spirito dell’uomo, che questi non potè più parlare nè scrivere di Roma senza risalire colla memoria a quel lontano giorno, in cui ne calpestò per la prima volta le sacre pietre, e più cogli istinti del cuore che colla scienza dell’intelletto lesse nelle sue reliquie la storia della sua passata grandezza e i vaticinii della sua redenzione futura.