V.

Caduti pertanto gli ultimi veli, ormai certa l’aggressione, inescusabile la violenza e manifesto il suo fine, alla Repubblica romana non restava più che difendere, non tanto la vita, preda designata al numero ed alla forza, quanto l’onore, che non era in balía d’alcuna fortuna, e il cui seme, se inaffiato di sangue generoso, rigenera sempre le nazioni. E la difesa di Roma fu pari al cimento e degna de’ suoi giorni più gloriosi.

L’Assemblea commette al Triumvirato: «di respingere la forza colla forza;» il popolo sancisce, correndo all’armi, il magnanimo decreto, e i Triumviri sovraneggiati e quasi assorbiti dall’ardente spirito di Giuseppe Mazzini, mirabili di concordia e di energia, e, quando mai, colpevoli soltanto di soverchia generosità per gl’invasori, assumono d’effettuarlo. Giuseppe Avezzana, forse più atto per cuore che per mente all’arduo ufficio, è investito del Ministero della guerra e del Comando supremo dell’esercito; la Guardia Civica viene armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata, i principali punti muniti; i Corpi stanziati di fuori richiamati, quindi da Anagni Garibaldi; tutta infine quella massa eterogenea di truppe regolari ed irregolari, di doganieri e di studenti, di emigrati e di reduci, di Romani e di Italiani d’ogni provincia e colore, accoltasi a quei giorni in Roma, ordinata in brigate attive e in corpi di riserva, così partita e comandata.

La Legione Garibaldi, il battaglione dei Reduci, i quattrocento Universitari, i trecento Finanzieri, i trecento emigrati, in totale duemilacinquecento uomini, compongono la prima brigata, e ne riceve il comando Garibaldi, giunto in Roma la sera del 28, riconosciuto finalmente Generale.

Della seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica, e del primo d’infanteria leggiero, è scelto comandante il colonnello Masi.

La Legione romana e il primo di linea, con due pezzi di campagna, fanno, agli ordini del colonnello Bartolomeo Galletti, una colonna di riserva; ottocento Carabinieri obbediscono al generale Giuseppe Galletti; cinquecento Dragoni al colonnello Savini; le artiglierie al Lopez ed ai fratelli Calandrelli; e si dovrebbero aggiungere i Bersaglieri lombardi comandati dal Manara, i quali però, avendo ottenuto dall’Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio, a condizione che non avrebbero partecipato fino al 4 maggio ad alcuna fazione, erano vincolati dalla promessa, data per loro dal Preside di Civitavecchia, di serbare fino a quel giorno la neutralità.

Restava a fermare il piano di guerra; ma la topografia della città, le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori chiaramente lo suggerivano.

Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberato quello d’una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere, e precisamente lungo quell’arco esterno alle mura d’Urbano VIII, che da Porta Portese per quelle di San Pancrazio e Cavalleggieri va a Porta Angelica; e comprendente, come posizione avanzata, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d’appoggio le alture del Gianicolo. Ciò posto, l’ordine di collocazione delle truppe si porgeva da sè logico e naturale. La prima brigata Garibaldi fu collocata tra Porta Portese e Porta San Pancrazio; la brigata Masi distribuita tra Porta Cavalleggieri e Porta Angelica; la riserva, composta della brigata Galletti, dei Dragoni Savini e dei Bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; e tutto ciò ben disposto ed apparecchiato, Roma si tenne pronta a ributtare l’assalto.