VI.
La mattina del 30 aprile le vedette di San Pietro annunziavano lo spuntar d’una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Non eran più che ottomila uomini, partiti in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant; traevano soltanto due batterie da campagna; erano per numero, per armi affatto disuguali all’impresa a cui s’incamminavano. Ma li guidava la nativa intrepidezza, li incoraggiva la fiducia del loro Leblanc: «Gli Italiani non si battono;» li rassicurava la pertinace lusinga che Roma li aspettasse a gloria, e poichè in quell’ora le campane di Montecitorio e del Campidoglio suonavano a furia l’allarme, se lo prendevano per un suono di festa e marciavano anche più allegri e fidenti nell’immancabile trionfo.
Però tutto quel miscuglio di pregiudizi, di illusioni e di prosunzioni che gorgogliava nelle file dell’esercito francese fin dalla sua discesa in Italia, traspariva come in un’acqua chiara, nel piano d’attacco del loro Generale. Esso non avrebbe potuto essere più semplice, più primitivo e più ingenuo: spezzare a un certo punto il Corpo in due colonne, l’una inviarla ad assalire Porta Cavalleggieri, l’altra Porta Angelica; prender di mira entrambe la Cupola di San Pietro e andarsi a dar la mano nella sua piazza. E qui in verità convien proprio dire che l’Oudinot fosse ancor più dabbene che maligno; chè a nessun Generale, per ammattito che fosse, sarebbe frullato pel capo di andare, senza parco d’assedio, senza lavori d’approccio, senza una breccia, a dar di cozzo contro le mura d’una città bastionata e quasi fortificata, protetta da numerose artiglierie e difesa da forze pari alle sue; se non avesse covato nell’animo uno di questi due profondi forse, ma punto maliziosi convincimenti: o che le mura fossero di mota fresca e i cannoni di cartone dipinto e i difensori comparse da teatro; o che la maliarda eloquenza della sua parlata avesse gettato sul Governo, sull’esercito, sul popolo romano un sortilegio sì potente da trovarseli al suo arrivo disfatti d’amore a’ suoi piedi.
Due o tre colpi egregiamente aggiustati dal Calandrelli vennero a rompergli l’alto sonno. Balenarono al saluto inaspettato le schiere assalitrici; ma poichè erano pur sempre Francesi, vantatori cioè, ma prodi, proseguirono, secondo l’ordine divisato, l’attacco. Avanzavano da ogni parte, protetti dalle case, dai vigneti, dall’arte, i nemici; non restavano dal fulminarli, colla mitraglia e coi moschetti, i nostri. Nuocevano ai Romani e più agli artiglieri le carabine dei Cacciatori di Vincennes; ma i nostri cannoni egregiamente serviti e diretti facevano nelle file avversarie vuoti sanguinosi.
Un solo vantaggio avevano ottenuto dal principio i Francesi, ma notevole; chè il generale Oudinot avendo ordinato alla brigata Molière di occupar la Villa Pamfili (ordine ben pensato come quello che gli levava dal fianco sinistro una punta minacciosa), il battaglione Universitario della brigata Garibaldi, troppo scarso a contrastar la preziosa posizione, l’aveva dovuto ben presto abbandonare, ritraendosi al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.
Ma da quella parte, calmo, impassibile, attento a tutte le peripezie della lotta stava Garibaldi, e il trionfar dei Francesi non poteva esser lungo. Infatti il nostro Generale, scorta l’urgenza del pericolo, chiama a sè la Legione italiana, e la lancia a baionetta in resta contro il nemico. Questi non teme l’affronto, e da quell’istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegna una lotta petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte, dalla quale ogni occhio appena esperto travede che pende l’esito della giornata. In entrambi i campi il coraggio: ma nei Francesi il vantaggio delle armi, il favore della posizione, il nerbo della disciplina, l’esperienza dell’arte; tra gl’Italiani la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la rabbia dell’iniqua aggressione, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.
Oramai il terreno è già troppo a lungo contrastato, e Garibaldi sente venuta l’ora del colpo decisivo.
Chiesto pertanto l’aiuto della mezza brigata Galletti, accorsa prontamente a recarlo, fatta massa di tutte le sue forze, spuntata, quasi trascurandone gli ultimi difensori, la Villa Pamfili, si rovescia per la valle sul fianco destro francese; lo rompe, lo sfonda, lo incalza colla punta alle reni, costringe in brev’ora tutto l’esercito assalitore, già ributtato di fronte su tutta la linea e già minacciato alle spalle, a cercare in una precipitosa ritirata, molto somigliante ad una fuga, l’unico scampo.
La giornata del 30 aprile (amiamo lasciarlo dire al Sacchi,[118] comandante quel giorno una coorte della Legione italiana) farà epoca nella storia, ed è una delle più belle pagine militari della nostra indipendenza. Il Generale francese tentò, come è costume dei piccoli vinti, scusarla con sognati agguati e immaginari tradimenti; ma egli cadde nel solo agguato della sua presunzione, e non patì altro tradimento che quello della sua ignoranza.
Trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dugentosessanta prigionieri, per l’eroismo quasi temerario di Nino Bixio,[119] nelle nostre mani e tradotti a coronar il trionfo in Roma, fecero pagar cara alla Francia l’insana aggressione, e dimostrarono al mondo se gli Italiani si battono.
Le perdite degl’Italiani furono, ragguagliate al numero, lievissime; sessantanove morti e poco più che cento feriti; un solo prigioniero, Ugo Bassi; ma le preziose vite de’ prodi rapite ai futuri cimenti della patria, sempre lacrimabili e memorande.[120]
Dopo i morti però il primo onore della gloriosa giornata va reso a Garibaldi. Fu questa la voce unanime di tutta Roma nella sera stessa della battaglia; è questo il ponderato giudizio che la storia conferma.[121]
L’eroe pugnò tutto il giorno alla testa de’ suoi; ferito, nascose la piaga e non la confessò che a sera, quasi violentato, al dottor Ripari. Capitano, mostrò, unico fra tutti, senso di militare iniziativa; affrontò il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì nel punto e nell’istante opportuni, decise della giornata. E avrebbe fatto anche di più, se in quel giorno avesse comandato lui solo e fosse stato ascoltato il suo consiglio di compiere con un pronto inseguimento la disfatta francese.
Ma indarno egli lo suggerì; indarno egli pregò iteratamente il Triumvirato perchè gli fosse consentito l’ardito, ma infallibile colpo; il Triumvirato, e dicasi pure il Mazzini, sia che diffidasse del successo dell’impresa, sia che temesse rendere irreconciliabile con una percossa troppo sanguinosa l’inimicizia della Francia, glielo vietò nettamente.
E fu errore notato da quanti storici leggemmo e militari e politici: la Francia era stata ormai troppo ferita, non fosse in altro, nell’amor proprio, per perdonarlo ai feritori; mentre non era abbastanza castigata per trarre dalla sconfitta un salutare avvertimento ad andare più guardinga prima d’impegnarsi in una guerra, oltrechè ingiusta nel fine e perfida nei mezzi, difficile anche e probabilmente lunga pel nemico gagliardo che s’era trovato improvvisamente di fronte.
Comunque sia, il giorno dopo il generale Garibaldi colla scusa d’una ricognizione si spinse colla sua brigata così presso agli avamposti a Castelguido, che per poco il Governo indugiasse a richiamarlo, o i Francesi s’affrettassero ad andargli incontro, la seconda battaglia che il generale Garibaldi aveva vagheggiata la sera del 30 aprile sarebbe inevitabilmente, e con qual esito Dio solo lo sa, avvenuta la mattina del 1º maggio. Ma Garibaldi fu arrestato in marcia; l’Oudinot dal canto suo pensò a levare il campo, e tutto finì da una parte e dall’altra coll’ansietà d’un combattimento che non avvenne.
Dei replicati divieti però Garibaldi serbò memoria non scevra di rancore finchè visse, e noi stessi l’udimmo più d’una volta, parlando del 30 aprile, mormorare con amarezza: «Quel Mazzini che ha sempre avuto la smania di fare il Generale, e non ne capiva.......[122]»