VI.

Ora che la nuova campagna di Lombardia era cominciata, bisognava vederne la fine. Speso il giorno 16 ad aspettare un nuovo assalto del nemico, che non venne, partì il dì seguente per Ghirla e per la Valgana, s’avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò il 18 alle cinque del pomeriggio. La patriottica città lo accolse in trionfo. Egli vi passò in riposo la giornata del 19, sequestrando e multando alcune persone sospettate, forse a torto, di complicità col nemico, e la mattina del 20, probabilmente avvertito dell’avvicinarsi degli Austriaci, tornò a ritirarsi sulle colline d’Induno, spingendo il Medici ad Arcisate. Difatti nel giorno appresso alcune compagnie di Austriaci accompagnate da pochi cavalieri presentavansi a riconoscere il paese, e raccolte le notizie di Garibaldi ne ripartivano tosto. Ma il 23 tutta la divisione D’Aspre comandata dal suo Generale, forte di circa undicimila uomini, entrava in Varese, mentre due altre colonne austriache, l’una da Luino e l’altra da Como erano già in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del Mendrisiotto.

Garibaldi però ne fu informato, e col suo nativo acume indovinò prontamente che, se lasciava tempo a tutte quelle colonne di compiere le loro manovre, ogni via di ritirata in Isvizzera gli era preclusa ed egli restava irremissibilmente schiacciato. Non esitò un istante; lasciò il Medici ad Arcisate con circa duecento uomini, coll’ordine di tener a bada e molestare il nemico, resistergli più che poteva e all’estremo di rifugiarsi in Isvizzera; egli risalì per un tratto la Valgana per confermare gli avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi a un tratto muta direzione, gira per Valcuvia, scende rapidamente su Gavirate, costeggia il Lago di Varese, e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata, riesce a Morazzone alle spalle del nemico, che lo supponeva sempre di fronte.

Il generale D’Aspre non durò a lungo nell’inganno; uno spione gli scoprì l’ardita mossa del nostro condottiero, ed egli deliberò di andarlo ad assalire immediatamente nella sua nuova posizione. Infatti all’indomani stesso (26 agosto), verso le quattro pomeridiane, una colonna di cinquemila Austriaci, taluno disse comandata dallo stesso D’Aspre, compariva improvvisamente innanzi a Morazzone. Garibaldi, convien dirlo, non se l’aspettava, e le sue truppe, spossate dalle marcie de’ giorni precedenti, facevano mala guardia. Il cannone nemico però fu per tutti una sveglia. Garibaldi ha appena il tempo di montare a cavallo e di accorrere in capo alla via principale del paese alle prime difese; in brevi istanti l’attacco è incominciato su tutta la linea, e i Garibaldini, scossa la prima sorpresa, animati dalla voce e dall’esempio del loro Capitano, sostengono intrepidamente l’urto nemico e lo arrestano. Il numero però non avrebbe tardato ad aver ragione del valore, se l’attacco degli Austriaci fosse stato più ragionato ed accorto. Il lato debole della posizione garibaldina era la destra; non solo perchè colà il terreno più basso offriva miglior campo all’attacco, ma perchè dalla destra si spiccavano le strade di ritirata sulla Svizzera, ultimo scampo che ai Garibaldini rimanesse. Il Comandante austriaco invece non vide o non capì nulla di tutto ciò, ed invece di dirigere un forte attacco di fianco da quella banda, e di sbarrare colle sue forze soverchianti quei passi, si contentò d’un assalto tumultuario di fronte, che non gli poteva fruttare che una mezza vittoria. E così avvenne di fatto. Garibaldi riuscì a protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi colle baionette una via tra i petti nemici, si butta col maggior nerbo de’ suoi, ancora serrati e minacciosi, nell’aperta campagna, e quivi li scioglie, consigliando loro di guadagnare alla spicciolata il confine svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, per strade e per sentieri impervii, ospitato e nascosto dagli amici, protetto dalla sua stella, giunge anch’egli a sconfinare presso Ponte Tresa in Isvizzera, dove ad Agno nella casa del signor Vicari riceve la prima ospitalità.

Nè molto diversa era stata la sorte del Medici. Assalito il 24 agosto da circa cinquemila uomini che in più colonne movevano ad avvilupparlo, con soli centodieci tenne fronte per oltre quattr’ore ai replicati assalti; finchè, apparsa pericolosa ogni ulteriore difesa, si ritirò anch’egli, ma in bella ordinanza, a bandiera spiegata, nella limitrofa Svizzera, lasciando il generale D’Aspre nella illusione d’aver combattuto l’intera Legione di Garibaldi e d’aver conquistata una grande vittoria.[108]