VII.
E così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia!
Chi la riguardasse come una campagna di guerra si dilungherebbe dal vero; ma chi la giudicasse soltanto un tentativo pazzo, insensato, si dilungherebbe dal giusto. Essa fu quello che solamente poteva essere: una protesta armata contro l’armistizio Salasco; protesta che non avrebbe potuto approdare ad alcun fine, e Garibaldi lo capiva quanto chicchessia, se non la secondava la riscossa generale de’ Lombardi; ma che anco abbandonata a sè stessa, restava sempre l’audace disfida d’un eroe e la disperata rivolta d’un patriotta, di cui, al postutto, soltanto l’eroe-patriotta e i pochi suoi seguaci avrebbero sopportate le conseguenze.
Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite che la mente d’un guerillero potesse immaginare; ma la sola, nel suo caso, possibile. Posto tra le branche di tre corpi nemici, che ad ogni ora si rinserravano, s’egli avesse tardato un giorno solo a sfuggire alle loro strette, sarebbe rimasto inevitabilmente strozzato. Chiunque infatti getti una occhiata sulla carta del terreno, sul quale Garibaldi si trovava la mattina del 23 agosto, e pensi che le strade di Luino, Varese, Como erano occupate dagli Austriaci, vedrà che il condottiero di que’ primi mille poteva bensì inebbriarsi della disperata speranza di aprirsi a baionetta calata una porta nel serraglio nemico e riparare, coi laceri avanzi de’ suoi prodi, su qualche punto della Svizzera; ma una lusinga qualsiasi di protrarre d’un sol giorno di più la guerra, non la poteva più nutrire. Garibaldi era innanzi al dilemma: stando fermo, essere certamente schiacciato tra ventiquattro ore; muovendosi, esserlo assai probabilmente fra alcuni giorni; e preferì naturalmente quest’ultima sorte.
Oltre a ciò, è egli veramente dimostrato che la marcia Induno-Morazzone, per temeraria che vogliasi dire, non offrisse alcuna probabilità di un successo migliore, almeno della immobilità, o levasse, perchè la questione è questa sola, ogni speranza d’un fine più glorioso? Noi non lo crediamo. Se la mossa di Garibaldi non era subito scoperta; se egli poteva lasciar riposare la sua truppa ventiquattr’ore, nulla gli vietava di piombare addosso di sorpresa alle spalle del nemico; fors’anco, poichè l’effetto delle sorprese è sempre incalcolabile, di sgominarlo. Che se il nemico, cosa probabile, riavutosi presto dall’inopinato assalto, si fosse gettato con tutte le sue forze contro di lui, a Garibaldi restava sempre la soluzione finale offertasegli pochi giorni innanzi in Valgana: armeggiare fin che poteva, farsi largo colla baionetta, ritirarsi o in Isvizzera o in Piemonte, e in ogni caso cadere molto più tardi e con terribile gloria.
Comunque, questo è certo, che Garibaldi riuscì a mettere in moto per sè solo e a trarsi dietro per dodici giorni circa quindicimila Austriaci; che egli seppe per tre giorni ingannare sulle sue mosse uno de’ più accorti e provetti generali dell’Impero; che l’ultima cartuccia bruciata su terra lombarda contro lo straniero fu bruciata da lui.
Il migliore riepilogo pertanto di quella campagna lo fece lo stesso generale D’Aspre, il quale scoprendo in tutte le azioni del suo avversario i lampi d’un genio militare, che gl’Italiani oggi ancora non hanno finito di riconoscere, diceva pubblicamente ad un magistrato: «L’uomo che avrebbe potuto esservi utile nella vostra guerra d’indipendenza del 1848, l’avete disconosciuto: era Garibaldi.[109]»