VI.

Intanto il Governo di San Marino faceva il primo passo per ottenere dall’Autorità austriaca i patti da Garibaldi richiesti. E poichè noi troviamo di que’ negoziati ampio ragguaglio nello scritto d’un Aretino, reazionario nell’anima, ma che, per la sua qualità di consultore militare della Repubblica di San Marino, potè attingere le prove de’ particolari narrati a fonti sicure, e come suol dirsi, ufficiali; così cediamo a lui per breve tratto la cura del racconto.[156]

«Frattanto, la Reggenza aveva spedito al general maggiore De Hahne, a Rimini, il segretario generale di Stato consigliere Giovanni Battista Bonelli, e il tenente Giovanni Battista Braschi al generale maggiore arciduca Ernesto, che inoltravasi nella direzione di Fiorentino, con incarico di partecipare l’accaduto agli austriaci duci, di scandagliarne le intenzioni e d’intercedere una capitolazione a favore di Garibaldi. Il tenente Braschi, che per la fretta aveva lasciato d’indossare l’uniforme, videsi arrestato dai Bersaglieri imperiali della prima linea, e a stento, mostrando il dispaccio e declinando la qualità di parlamentario, potè giungere sino al Vascone di Fiorentino, ove incontrò l’Arciduca con duemilacinquecento uomini trafelati dal caldo, esasperati dalle inutili marce, e impazienti di combattere e terminare con una decisiva fazione la disagiosa campagna.

»Rassegnato il dispaccio al Principe, il nostro Inviato pregavalo di avere commiserazione di quelle bande, accordando loro men dure condizioni, ed a risparmiare il terribile flagello della guerra all’innocente Repubblica. Rispondeva l’Arciduca che, operando in nome del Sommo Pontefice contro i nemici del Governo legittimo, non poteva concedere ad essi loro altre condizioni che la resa assoluta alla grazia del loro Sovrano; e in questo senso scriveva su due piedi col lapis alla Reggenza. Prometteva bensì che avrebbe risparmiato lo più possibile la Repubblica, e che a di lei riguardo non avrebbe ingaggiato mai per primo il combattimento.

»Interrogava poscia l’Ambasciatore dove fosse il confine sanmarinese, e all’udire che lo aveva già passato mezzo miglio indietro, mostravasene dolente, e scusavasene col dire: che non avendovi trovato nè guardie nè segni (nella credenza che la Repubblica non si estendesse al di là del monte Titano, ed inseguendo un nemico che andava sempre innanzi quasi fosse in casa propria), non aveva nemmeno sospettato di calcar già il suolo repubblicano. Però, onde evitare che la colonna, inoltrantesi per Monte Maggio, incorresse in pari errore, faceva dar subito nelle trombe, e quella fermavasi e non incedeva più oltre.

»La promessa ottenuta dal Braschi era tranquillizzante, ma il rifiuto di accordar condizioni alle truppe garibaldine poteva spingerle a qualche atto disperato, e questo renderla vana. Ciò temè la Reggenza, allorchè conobbe la risposta del Principe, e più allorchè conobbe in qual modo era stata accolta da Garibaldi. Egli infatti aveva respinto disdegnosamente la resa a discrezione, ed erasi accinto alla difesa piuttostochè sottomettervisi, disponendo le sue genti nell’orto dei PP. Cappuccini, nella Murata dei PP. MM. Conventuali e negli altri siti propizi all’ardito divisamento.

»In tanto frangente, a ore 4 pomeridiane spedissi di nuovo il Braschi all’Arciduca, latore di una lettera, con cui la Reggenza informava l’Arciduca stesso del rigetto della proposta dedizione incondizionata da parte di Garibaldi, e dell’assunta minacciosa attitudine. — Questa volta alla Cella del Sirone gli Austriaci bendarono il Braschi, e così bendato il guidarono al Vascone davanti al Principe, il quale cortesemente trattollo, e fecegli intendere che, se la città avesse per brevi istanti tenuto fermo impedendo ai Garibaldini di rifugiarvisi, egli in brevi istanti avrebbeli avviluppati e distrutti. Ma il Braschi gli fece saviamente osservare, che la città mancava di difensori, che le mura erano in varii punti di facile accesso, e che i Garibaldini, astretti da lui ad abbandonare le posizioni esterne, vi si sarebbero introdotti e avrebberle cagionato infiniti guai. L’Arciduca parve soddisfatto dalle addottegli ragioni, e nel congedare il Parlamentario, reiterò l’assicurazione di non attaccare quando non venisse attaccato.

»Poco mancò d’altronde che l’Inviato non restasse vittima del falso allarme, che mise repentinamente in moto il campo garibaldino mentre ei tornavasene in città, e poco mancò che l’assicurazione non cadesse di subito a terra a cagione dell’allarme medesimo. È da sapere che i Garibaldini, supponendosi assaltati, occuparono in un attimo tutte le alture, rafforzarono i posti avanzati e si prepararono a respingere la sognata aggressione, e che il Braschi ebbe a rimanere offeso dalle palle di alcuni di loro, che tiravano non si sa a chi.

»L’affare diventava ognor più imbarazzante pel Governo, e da un momento all’altro poteva avvenire uno scontro d’armi esiziale per la Repubblica. L’unica speranza di salute era omai riposta nel segretario Bonelli mandato a Rimini, nè tale speranza, la Dio mercè, andò fallita. Imperciocchè il De Hahne mostrossi fin da bel primo meno avverso dell’Arciduca a secondare le premure del Governo sanmarinese, e finì coll’aderirvi, incaricando il primo tenente Adolfo De Fidler di portarsi sul Titano insieme al nostro Diplomatico, e munendolo dei poteri necessari onde stipulare coll’Eccelsa Reggenza una Convenzione in proposito, salva l’approvazione del generale di cavalleria Gorzkowsky comandante in capo.

»Era sul fare della sera, quando il Bonelli, il menzionato uffiziale ed un’ordinanza giunsero presso al borgo di San Marino, e poichè quei di Garibaldi allarmaronsi scorgendo delle uniformi bianche, il Segretario si fe’ avanti, espose ad un uffiziale l’oggetto della venuta di quegli Austriaci, e potè liberamente passar oltre ed entrare coi medesimi in città. Ivi il reggente Belzoppi e il tenente De Fidler segnarono un atto intitolato: Condizioni per accettare la mediazione del Governo legittimo della Repubblica di San Marino riguardo alla truppa comandata da Garibaldi, il quale venne tosto recato dall’Austriaco al proprio Generale a Rimini, e dalla Reggenza partecipato all’Arciduca e a Garibaldi.

»Giusta l’atto stesso, le armi e la cassa della Banda garibaldina dovevan consegnarsi ai Rappresentanti della Repubblica e da essi all’Autorità militare austriaca; — la Banda doveva sciogliersi, e i di lei membri, divisi in piccioli drappelli, dovevano portarsi sino alle rispettive provincie e quindi rimandarsi liberi e sicuri alle loro case, non rimanendo soggetti che alle conseguenze dei delitti comuni; — la Repubblica doveva indennizzarsi delle straordinarie spese con cavalli ed altri oggetti alla Banda appartenenti: — Garibaldi, la sua moglie e qualunque della famiglia doveva ricevere un passaporto, coll’obbligo sulla parola d’onore di trasferirsi in America; — fino alla sanzione della Convenzione per parte del generale Gorzkowsky residente a Bologna, i Garibaldini non dovevano passare in nessun luogo i confini repubblicani, nè dovevano farsi scambievolmente ostacoli od attacchi; — e per garanzia del mantenimento di tali patti, dovevano mandarsi al Quartier generale a Rimini, l’indomani a mezzogiorno, colla risposta due rappresentanti sanmarinesi e due uffiziali superiori garibaldini in qualità di ostaggi.

»Queste furono le condizioni che poteronsi ottenere, nè erano da disprezzarsi affatto, considerata la spinosa situazione in cui trovavasi il Garibaldi. Egli all’invece ne ascoltò la lettura in aria piuttosto sdegnosa, ne chiese copia per sottoporla allo Stato Maggiore e disse al Reggente: — Quando avrò udito il parere del Consiglio, vi renderò noto se le accetto o le rifiuto; ma in ogni caso non mi scorderò mai di ciò che avete fatto a pro di me e de’ miei sventurati amici. — Sembra d’altro lato (da quanto si è ricavato dipoi) che non gli piacesse il patto di tornare in America, nè la esclusione dei delitti comuni dall’amnistia, perchè quelli tra i suoi uomini che ne erano macchiati non avrebbero potuto goder completamente del di lei beneficio; e sembra che peculiarmente temesse la niegativa del Gorzkowsky di ratificare la Convenzione, e d’essere infrattanto accerchiato per modo da doversi arrendere a discrezione. Fors’anche Garibaldi non ebbe mai in animo di accettare condizioni, e forse ne mostrò desiderio sol per acquistar tempo ed aver agio di sottrarvisi colla fuga.»