XII.
E naturalmente la Legione non tardò a sentire l’impulso della nuova mano che la dirigeva. Il 28 marzo 1843 fu ordinata una sortita, che aveva per iscopo di arrestare l’avanzarsi degli assedianti verso il Cerro, e la Legione italiana, di turno in quel giorno agli avamposti, ne fece necessariamente parte. Comandava la spedizione il vecchio generale Panza, bravo soldato un tempo, ma infiacchito dagli anni, il quale giunto in faccia al nemico cominciò a perdersi in manovre ed andirivieni senza mai decidersi a muovere innanzi, e a cominciare da qualche banda l’azione. Garibaldi non tardò molto ad infastidirsi di quel vano temporeggiare, e si provò anche a suggerire al suo impacciato generale il come e il dove dell’assalto; ma il brav’uomo non aveva orecchi per siffatti consigli e avrebbe continuato, Dio sa fin quando, a girovagare e tentennare, se non fosse sopraggiunto a tempo il generale Pacheco a far sentire l’impero del suo comando, e a dar all’opera il moto desiderato.
La più forte posizione degli Oribeani era l’ala destra, dove occupavano un’altura protetta da largo fossato che poteva servire di trincera, e guardata più innanzi da una casa che poteva dirsi un avamposto.
Garibaldi scorse subito che là era la chiave delle posizioni nemiche, e l’accennò al Pacheco; il quale, consentito tostamente nel giudizio del colonnello italiano, volle anche affidare a lui e alla sua Legione l’onore di sloggiare dalla minacciosa postura il nemico.
Garibaldi non se lo fece ripetere due volte; ordinata in colonna serrata la Legione, le si pone alla testa e le dice queste sole parole: «Bisogna andare a baionetta calata, senza tirare un colpo, a quella casa; seguitemi.» E la Legione va; e calma, silenziosa, ordinata, senza rispondere un colpo alla grandine delle palle nemiche, senza balenare un istante, va come il colonnello aveva ordinato, e s’impossessa della casa.
Ed ora, dice Garibaldi, dopo aver lasciato qualche momento di riposo, bisogna andare di nuovo e allo stesso modo anche a quella fossa; e la Legione va come prima, come prima supera il vallo infuocato e lo bagna del sangue de’ suoi migliori, arriva, come Garibaldi aveva voluto, al ciglio della fossa, e già sta per toccar colla baionetta il nemico, quando questo, sbalordito dal nuovo e furioso assalto, dà le spalle, volta in precipitosa fuga, e inseguíto colla punta alle reni ricorre fino a’ suoi trinceramenti.
Il fatto d’arme non aveva per sè importanza alcuna; ma aveva rianimato lo spirito dei legionari e reintegrato il loro credito nell’animo de’ Montevideani. Tornata la Legione a Montevideo, il ministro Pacheco la passò all’indomani in rassegna sulla piazza della Matriz, e la ringraziò del suo valore e la rimeritò de’ più caldi elogi; il cui suono echeggiato dalle grida di trionfo, dalle salve di battimani della popolazione, scese sul cuore di Garibaldi come la musica più dolce ch’egli potesse ascoltare, come il maggior premio a cui potesse ambire.
Da quel giorno il Cerro fu chiamato il Campo afortunado, e più tardi la Legione fu presentata della sua bandiera: un drappo nero dipinto del Vesuvio in eruzione; emblema della rivoluzione fremente nel seno d’Italia, di cui Gaetano Sacchi, quel medesimo che oggi comanda un corpo dell’esercito italiano, fu il primo alfiere.
Ciò non ostante la Legione covava alcuni germi di corruzione, che urgeva assolutamente sradicare. E che in un’accolta così improvvisata d’uomini raunaticci si fosse insinuato alcuno de’ tanti elementi impuri che sono il portato naturale di tutte le emigrazioni e di tutte le rivoluzioni, non è meraviglia. Il Mancini, per esempio, s’era manifestato inetto, il Ramella pusillanime, alcuni altri ufficiali s’erano imbrattati di laide concussioni; non pochi militi avevano mostrato di amare più il ladroneggio ed il bottino, che le armi e le battaglie. Garibaldi dall’altra parte fidente ed ingenuo di natura, ed occupato più spesso dalle cure della sua flottiglia, non aveva potuto in sulle prime nè tutto vedere, nè tutto riparare. Però non volendo sopportare più oltre uno stato di cose che poteva riuscire di disdoro a lui stesso, pensò di affidare la Legione alle mani d’un uomo onesto e sicuro che potesse sorvegliarla da vicino e sbrattarla dalle male erbe che la infestavano. Risolvette quindi di scrivere a quel Francesco Anzani che aveva incontrato sull’Uruguay nel suo viaggio a Montevideo, e nel quale aveva scoperto fin d’allora tutte le qualità convenienti all’ufficio a cui lo destinava.
Francesco Anzani infatti, brianzuolo d’origine,[78] proscritto d’Italia dalle persecuzioni del 1821, combattente delle guerre e delle rivoluzioni di Grecia, di Spagna, di Portogallo, di Francia, vissuto più anni in America in un onorato esiglio, accoppiava in sè le più splendide doti del soldato alle più rare virtù dell’uomo, ed a giudizio universale, se pareggiava Garibaldi in gagliardía ed eroismo, lo superava di senno e di prudenza e non gli era forse inferiore che di fortuna. L’Anzani pertanto non seppe rifiutare l’invito dell’amico; e arrivato nel luglio del 1842 a Montevideo, vi assunse tosto il comando in secondo della Legione. Nè questa tardò a sentire l’influsso del suo occhio vigilante e del suo regime severo. I concussionari furono ben presto messi a dovere; i ladri ed i vigliacchi sfrattati; i maggiori disordini repressi.
Ciò non ostante tutto il marcio non potè essere in un subito espulso; e, compresso, per dir così, dalla mano gagliarda del nuovo comandante, si nascose per scoppiare più tardi. Infatti poco dopo l’arrivo dell’Anzani si susurrò d’una congiura, che aveva per iscopo di uccidere lui e Garibaldi, e di vendere all’Oribe la Legione italiana; e poche mattine dopo si udì che una mano di cinquanta legionari, guidati da due ufficiali,[79] erano passati, disertando dagli avamposti, al nemico, con perpetua ignominia loro, ma senza produrre altro effetto, come disse l’Anzani, che di purgare più presto la Legione della lue che l’infettava. Così purificata e riordinata, la Legione italiana fu pronta a nuovi e maggiori cimenti. Ogni due giorni di servizio alle trincere ed ogni otto di presidio al Cerro, era naturale che le occasioni di segnalarsi le si presentassero di frequente, e che in quella palestra quasi quotidiana s’agguerrisse sempre più.