XIII.

Il 28 novembre 1843, agli avamposti di Las Cruces, il colonnello Nera, accostatosi di troppo alle linee nemiche, è colpito da una palla mortale e cade in potere degli Oribeani. Garibaldi si pone alla testa di alcune compagnie della Legione e si precipita sul nemico per strappargli la nobile preda; una mischia corpo a corpo s’accende: da un lato la Legione corre in aiuto de’ suoi; dall’altro nuovi corpi nemici giungono in rinforzo di loro; la zuffa si muta in vero combattimento; la Legione tocca gravi perdite, ma il nemico è scacciato dalle sue posizioni e il corpo del colonnello Nera è ricuperato.[80] In quel fatto d’armi però si potranno lodare la generosità dell’intento e le prodezze de’ combattenti, ma non altrettanto la prudenza del capo. Come d’un altro celebre eroismo si potrebbe dire anche di questo: «tuttociò è bello, ma non è la guerra;» e Garibaldi stesso divenuto maestro di guerra consentirà non essere lecito a buon capitano provocare, per sola pompa di coraggio o impeto di generosità, un combattimento, di cui non è prevedibile la fine e può trascinare nel conflitto, contro ogni volontà ed aspettazione dei capi, l’intero esercito, e fors’anco comprometterne le sorti.

Meritevole invece d’incondizionata ammirazione è il fatto della Boyada avvenuto il 24 aprile 1844. Il Ribera con alcune migliaia di cavalieri correva sempre la campagna, sforzandosi a tener in iscacco l’Urquiza e ad impedirgli di congiungersi all’esercito dell’Oribe. Ora questi decise, secondo noi a sproposito, di dar un ultimo colpo al suo antico avversario, staccando contro di esso una parte delle truppe d’assedio con lo scopo d’assalirlo alle spalle, intanto che l’Urquiza l’avrebbe battuto di fronte. Trapelò tuttavia fra gli assediati la mossa del nemico, e si prepararono ad approfittarne andando ad assalire lui stesso ne’ suoi accampamenti.

Fermato pertanto il concetto, i generali Paz e Pacheco concordarono così il modo d’esecuzione: sortire col presidio del Cerro e attaccare il corpo d’osservazione nemico, e intanto che l’attenzione e le forze degli Oribeani sarebbero attirate da quella banda, assalire colla guarnigione di Montevideo il campo del Cerrito, centro, come è noto, delle forze assedianti. E il disegno era buono, ma richiedeva precisione, accordo, prontezza, qualità tutte che alla prova fallirono. Infatti nel momento che il presidio del Cerro doveva sortire, una disputa insorse fra i due ufficiali, che non sappiamo per quale ragione comandavano assieme il forte, onde ritardato, anzi fallito l’attacco di fianco, l’Oribe si trovò in grado non solo di ributtar l’assalto degli avversari, ma di riassalirli egli stesso con tutte le sue forze. Da ciò conseguì facilmente che quella, che poteva essere ai Montevideani sicura vittoria, si mutò in sconfitta, la quale sarebbe anco divenuta totale disfatta, se la retroguardia non fosse stata commessa alla Legione italiana, e Garibaldi e l’Anzani non l’avessero comandata.

Fra il Cerrito ed il Cerro corre tra due rive fangose un rio melmoso, detto la Boyada, che i fuggenti dovevano a forza attraversare, e contro il quale perciò gli Oribeani avevano piantato una batteria e diretto tutto il fuoco delle loro moschetterie. Oltre a ciò, quasi alle spalle di questa pericolosissima linea di ritirata, sorgeva un vecchio edificio, chiamato il Saladero, di cui gli Oribeani avevano subito apprezzato l’importanza e verso il quale s’erano già incamminati a passo di corsa.

Garibaldi indovinò subito il doppio pericolo di siffatta posizione, ma non ondeggiò un istante, e col suo nativo colpo d’occhio vide immantinente il da farsi. Prese alcune compagnie della Legione e rinfiancatele d’alcune squadre di negri, le dispone, col fango fino al ginocchio, lungo la Boyada, ingiungendo loro di aspettare il nemico a piè fermo e di non colpirlo che a bruciapelo, mentr’egli coll’altra parte della Legione si lancia a testa bassa contro il Saladero, dove già stava per entrare il nemico, e d’onde lo scaccia colle baionette alle reni. Da quel momento la via della ritirata potè dirsi franca. L’esercito montevideano, protetto dalla trincea vivente della sua intrepida retroguardia, sfila in salvo fin sotto i bastioni del Cerro; il nemico, tentato invano di sfondare colle mitraglie il baluardo di petti umani che gli contrasta il passo, si arresta; e la Legione italiana, pesta, sanguinosa, scemata, tra morti e feriti, di ben sessanta combattenti, ma balda ed ordinata, entra in Montevideo, dove fa risuonare novellamente fra grida di ammirazione e di riconoscenza il nome italiano.