XV.
E noi crederemmo averne detto abbastanza, se anche in quel giorno, il solo accusato, il solo responsabile della fallita vittoria non fosse stato ancora Garibaldi. Egli sprecò in spicciolati assalti il sangue più generoso; egli assalì di fronte posizioni trincerate con forze disuguali, anzichè batterle di fianco e circuirle; egli non seppe tentar un solo assalto con ampiezza di disegno e accordo di movimenti; egli non usò altra arte che l’impeto e l’ardire; egli «si mostrò in quel giorno tanto inetto generale di Divisione, quant’era apparso contro i Napoletani esperto guerrillero.[136]» E tutto non contestiamo. C’è in questa accusa molto di vero; e a rigor di scienza, posto il problema a tavolino e a tavolino risolto, Garibaldi generale poteva e doveva far meglio.
Ma si pongano, i ripetitori di quest’accusa, una mano sulla coscienza! non resta alcuna scusa a questi errori; non v’è nessuna circostanza attenuante per quel colpevole? E anzi tutto dov’erano quelle grandi forze, colle quali Garibaldi poteva manovrare di fronte e di fianco, assaltare i nemici, e via dicendo? Sul teatro dell’azione fino a metà della giornata non vedemmo comparire che la Legione e i Bersaglieri, e soltanto nel pomeriggio arrivano, sempre però uno dietro l’altro, spicciolati e divisi, gli altri Corpi. Ora a chi se ne debba attribuire la colpa, se a Garibaldi che non richiese in tempo debito tutti i necessari soccorsi, o ai Comandanti supremi che non seppero inviarli prontamente, nessuno l’ha finora chiarito; ma è più ragionevole supporre che Garibaldi li abbia chiesti, e che da Roma, per il timore d’altri assalti, non siano stati mandati, che sospettare il contrario. In ogni caso Garibaldi nemmeno verso sera riuscì ad avere sotto mano più di quattromila uomini; e con questi doveva guardare le porte e i bastioni, munire il Vascello e le adiacenze, custodire i propri fianchi e combattere di fronte, per lo meno due divisioni francesi, che non stavan soltanto sulla difesa, ma da ogni lato sovrastavano e irrompevano.
Ora ognuno vede che la situazione non era sì semplice, come a’ censori sembrò. Se egli impegnava tutte le sue forze, si privava di ogni riserva e si esponeva al primo rovescio ad essere aggirato a sua volta e forse disfatto; se invece pensava soltanto a guardarsi i fianchi e le spalle, non poteva spingere all’assalto che poche forze disuguali al cimento; e in ambo i casi egli si trovava serrato da un dilemma, da cui soltanto l’impetuosità dell’assalto, l’ardimento de’ colpi e l’eroismo de’ combattenti potevano scamparlo. E v’ha di più: l’altipiano Pamfili, cinto da alte muraglie, fiancheggiato da quattro massicci edificii, come da quattro maschii di fortezza, protetto da siepi, da frane, da scoscendimenti, da macchie, è una posizione, a forze uguali, quasi imprendibile. Avviluppare, girare, son belle parole; ma chi conosce quella posizione sa che senza truppe numerose, cui resti il tempo di fare un lungo giro e di manovrare caute e coperte, sa, dico, che non si gira, nè si avviluppa. Bisognava non perderla Villa Pamfili: una volta perduta, il riconquisto ne diveniva, per chicchessia, qualunque ne fosse l’arte o la forza, sanguinosissimo.
Infine, e per tagliar corto, dov’erano i Generali, i Ministri, i Consiglieri, gli accusatori, gli strateghi in quel giorno? Per quanti libri abbiam consultato, dove al 3 giugno fosse il generale Rosselli non ci venne fatto scoprirlo. Perchè non comparve mai a Porta San Pancrazio, o comparsovi non corresse gli errori del suo divisionario e colla sua sapienza non li riparò? Perchè non gli mandò almeno le truppe disponibili in soccorso? Non era egli evidente che le sorti di Roma si decidevano in quel giorno fuori di Porta San Pancrazio? E perchè non concentrò egli pure colà tutte le sue forze? I Francesi, è vero, minacciavano da più parti; è vecchio strattagemma di guerra; ma non è ella arte altrettanto vecchia di non lasciarsi cogliere alle finte, di scernere tra i tanti punti minacciati il punto decisivo e di convergere su quello tutti gli sforzi? Il generale Rosselli contava in Roma circa tredicimila uomini: n’avesse anche lasciati la metà a guardare Porta del Popolo, Porta San Giovanni, Ponte Molle e Monte Mario; gli restava ancora tutta l’altra metà, colla quale spalleggiare Garibaldi a Porta San Pancrazio, e forse guadagnar la giornata.
E ci basti. Garibaldi poteva e doveva far meglio; poteva e doveva ad ogni assalto, anche fatto da pochi (tuttavia i Prussiani nell’ultima loro guerra usarono questa tattica), tener pronte più grosse colonne che accorressero a rincalzare gli assalitori e ad occupare le posizioni espugnate; poteva e doveva essere più economo del sangue de’ suoi e far costar più sanguinoso il trionfo ai nemici. Ma egli solo infine, di tutti i generali di Roma, il 3 giugno, combattè; egli solo pagò di persona, ispirò gli ardimenti, sorresse la costanza, capitanò per dieci ore un combattimento contro un nemico tre volte superiore formidabilmente trincierato; e non hanno diritto d’accusarlo e condannarlo coloro che non seppero nè secondarlo, nè illuminarlo, nè correggerlo.
Tanto più che converrebbe condannare con lui il prode de’ prodi di quella giornata, il primo eroe, dopo Garibaldi, del 3 giugno; come lui più gregario che capitano; come lui sprezzante della vita propria e de’ soldati; come lui credente più nel «ferro freddo» della baionetta, che nell’arti e negli accorgimenti della tattica, Luciano Manara. E ne valga a documento questa lettera, inedita sin qui, scritta al Triumvirato nel tumulto della pugna, e nella quale, tramezzo alle ansietà, alle speranze, alle ebbrezze di quell’ora, traluce in tutta la sua chiarezza la fiera anima lombarda del campione delle Cinque Giornate, che non ha idoli di nomi e di sistemi; che combatte come che sia, dovunque, per la patria e la libertà; che monarchico di core e aristocratico di costumi, grida: «Viva la Repubblica,» se in quell’istante la Repubblica è l’Italia.
«Repubblica Romana.
»Triumvirato.
»Roma, 3 giugno 1840.
»Cittadini,
»Riceviamo in questo momento dal colonnello Manara le notizie che qui trascriviamo.
»ALL’ASSEMBLEA.
»Dei nostri furono sensibili le perdite, perchè immenso lo slancio con cui si sono gettati sul nemico.
»Più di dieci volte il nemico venne caricato alla baionetta. Del mio solo Reggimento duecento fuori di combattimento, fra cui dodici ufficiali, ma tutti morti da grandi, tutti spiranti col santo nome di Patria, di Libertà in bocca. I celebri tiragliatori d’Orléans dovettero fuggire più volte davanti a noi. I Francesi non entreranno in Roma, per Dio! Oggi devono essersi persuasi che hanno dinanzi a sè dei bravi che loro fanno pagar caro l’infame loro progetto.
»Viva la Repubblica!
»San Pancrazio.
»Firmato Manara.[137]»