XVI.

Non sta a noi rifare il diario dell’assedio di Roma: basta al nostro assunto disegnare i sommi contorni del quadro, soffermandoci soltanto a lumeggiare qua e colà quei punti ne’ quali il nostro eroe campeggia.

Padroni di Villa Pamfili, i Francesi intraprendono, quasi fosse una piazza forte di prim’ordine, l’assedio di Roma. Nella notte dal 4 al 5, milleduecento uomini di fanteria inquadrati fra centoventi zappatori, tracciano, a trecento metri, una prima parallela destinata a scrollar con due batterie i bastioni sesto e settimo; dal canto loro, scoperta al mattino vegnente l’opera nemica, le batterie romane del Testaccio, di Sant’Alessio, del bastione sesto, aprono un fuoco vivissimo, controbattono con tiri aggiustatissimi le batterie degli assedianti, le conquassano e le sfiancano.

E da quell’istante incomincia la penosa, triste e monotona vicenda dell’assedio. Di fuori i Francesi forti di numero, di disciplina, di valore, guidati da uno de’ più valenti ingegneri militari del secolo (poichè il vero vincitore di Roma fu il generale Vaillant), potenti di artiglierie e di munizioni, ricchi di qualsivoglia stromento di offesa e di difesa, riforniti di continuo dalla gran via del mare, s’avanzano lenti e metodici, tracciano ogni giorno una nuova parallela, s’accostano senza posa alla piazza, scavano ad ogni ora un palmo di breccia; di dentro gl’Italiani, i quali, sebben costretti a difendere da un vero e regolare assedio una città che non fu mai una fortezza,[138] e condotti da un genio militare, ardito, infaticabile, ingegnoso, ma scarso di cannoni, di braccia, di materiali d’ogni sorta, contrappongono intrepidi offesa ad offesa, trincea a trincea, scavano vie coperte, alzano cortine, restaurano senza sosta le cannoniere smontate, tentano, a dir vero, con poca arte e minor fortuna le loro sortite, molestano, come ponno e come sanno, il nemico vigile ed agguerrito; suppliscono infine colla fortezza de’ petti alla debolezza delle muraglie, e prolungano colla sola virtù la loro gloriosa agonia.

Qual parte toccò a Garibaldi in quel secondo periodo? La principale ancora. Scelto per quartier generale il Casino Savorelli, che da una costa del Gianicolo presso San Pancrazio dominava tutta la stesa dell’assedio, e presa tutta per sè la torretta che sovrasta al Casino, Garibaldi se ne fa insieme la sua specula e la sua stanza prediletta, e tutte le poche ore di quiete che il nemico gli concede le passa a frugar coll’occhio tutti i più ascosi avvolgimenti del campo assediante. I Francesi, naturalmente, appena seppero che lassù era il nido del famoso guerrillero, se lo presero per uno dei punti di mira più favoriti; ed era una gara tra i cacciatori di Vincennes e i cannonieri di Villa Corsini a chi meglio imberciava nel segno.

Non per questo egli aveva mutato una sola delle sue abitudini: come al solito tornava ogni giorno ad osservare dalla sua specula le mosse nemiche, come al solito andava nei brevi riposi a fumare il suo sigaro a cavalcioni della terrazza che contornava la bersagliata torretta. Pareva anzi che così per lui, come per i suoi ufficiali, quel saltellío di bombe, quel ronzío di palle, quel rovinar di pietre e di travi fossero una festa.

Perciò aneddoti a josa tragici e comici. Un giorno una palla piombando nella stanza terrena dove Garibaldi teneva l’ufficio, mutila mostruosamente la gamba del Dragone di guardia, e poco manca che il Generale stesso non ne resti stroncato. Un altro il Manara, dopo la morte del bravo Daverio assunto all’ufficio di capo di Stato Maggiore ed abitante perciò presso il Generale, si porta seco al Casino Savorelli certo Bergamasco, burattinaio famoso, non sappiamo se per mestiere o per spasso, e lo conduce a dare una rappresentazione a Garibaldi nella sala frescata da Salvator Rosa; e s’immagini con che risate di tutta la brigata. Se non che a un certo punto quando occhi e orecchi son tutti intenti alla rappresentazione, una bomba casca con gran rombo nel Casino, una gragnuola di palle entra per le finestre, e tutti sono a un punto d’averne rotte le ossa; ma tutti altresì, vero miracolo, sani e salvi.

Tuttavia nemmeno le delizie del Casino Savorelli eran tali da distrarre Garibaldi dalle maggiori e più urgenti cure del suo ufficio. Non passava giorno che egli non visitasse il campo, intento a ispezionare trinciere, a dirigere lavori, a ordire colpi di mano, a capitanare sortite, tra le quali va ricordata quella del 9, contro le trincee della fronte, dove fu ucciso, sfidando la morte, il prode capitano Rozat; e quella del 10, guidata da Garibaldi in persona, e distinta col nome d’incamiciata. Se essa fosse parte di quella grande sortita escogitata dal generale Rosselli, di dodicimila uomini, o cinque brigate, che dovevano «formarsi in battaglia e con movimenti a scaloni, per la diritta,» piombare sui fianchi e alle spalle degli assedianti, o una sortita parziale e indipendente da quella, non ci fu dato, nè dai libri stampati, nè dalle memorie manoscritte, rischiarare.[139] Certo è che Garibaldi, riuniti la sera del 10 in Piazza San Pietro circa seimila uomini e ordinato che ciascuno, per riconoscersi nelle tenebre, tirasse sopra le assise la camicia, esce colla Legione polacca all’avanguardia; l’italiana, i Bersaglieri lombardi, il reggimento Pasi al centro; il reggimento Masi alla retroguardia, da Porta Cavalleggieri e s’avvia per le viottole del Monte Creta, alle spalle di Villa Pamfili, mèta della spedizione.

Se non che, fatta breve strada, cominciano i guai. Sorta la luna, batte in pieno sugl’incamiciati e riga di bianchi fantasmi tutta la campagna, onde il Generale è obbligato a comandare che siano nascoste le camicie, divenute non più segno di riconoscimento agli amici, ma pericolosa insegna denunziatrice ai nemici. Poco dopo la testa della Legione italiana, che doveva girare per una via, s’abbatte nella coda dell’avanguardia che le converge incontro per l’altra, onde a vicenda si scambiano per nemici e a vicenda s’allarmano; mentre che in altro punto una scala a piuoli adoperata da alcuni Legionari a perquisire una casa sospetta, si scavezza, cadendo con grande fracasso coi soldati che porta, e accresce, col misterioso rovinío, lo spavento e la confusione, nei già spaventati e confusi, i quali certi oramai d’avere addosso tutta l’oste francese, vanno sossopra, s’accavallano, si moschettano l’un l’altro nel buio, rigurgitano fino al centro della colonna. Indarno il Sacchi, il Manara, l’Hoffstetter, il Ferrari, tutti i più valorosi, si sforzano colle preghiere, colle minacce, colle percosse di sfatare quel pánico e di far argine al rigurgito; indarno il generale Garibaldi menava, bestemmiando, il suo scudiscio sopra i fuggiaschi, apostrofandoli di «canaglia;» fu necessario che i Bersaglieri facessero barriera e incrociassero le baionette per farli risensare e contenerli.

Pertanto il colpo era fallito ed era prevedibile. Garibaldi passando la notte stessa vicino al Manara gli disse: «Abbiamo avuto torto di non destinare i bravi vostri Bersaglieri all’avanguardia;» ed erano fiducia e lode meritate; ma se con quelle parole volle dire che la colpa dell’abortita impresa dovesse cadere tutta, e soltanto sul capo dei soldati, sicchè bastasse mutarli per mutare l’evento, errava, a parer mio, di molto, o per lo meno diceva cosa da una grande pluralità di casi contraddetta e smentita. Siffatte spedizioni notturne, incamiciate o no, rarissime volte riescono con truppe veterane ed agguerrite; con giovani ed inesperte quasi mai; e basta sempre il più lieve accidente: lo scalpitar d’un cavallo, lo scoppio involontario d’una fucilata, un grido, un’ombra a trarle in rovina.

All’indomani i Legionari, saputo quant’era grande contro di loro la collera del Generale, inviarono deputati a supplicarlo perchè volesse perdonarli della svergognata fuga della notte precedente, chiedendo, per riscatto, d’essere d’allora innanzi mandati pei primi a qualsivoglia più arrischiato cimento. E il Generale, come padre irritato contro gli scapati figliuoli, li accolse accigliato e nulla volle promettere per allora; ma si capiva bene che il perdono era già nel suo cuore, e che al primo tonar del cannone la grazia sarebbe stata concessa.[140]