XVII.

Ma la pena dell’esiglio richiede, oltre la terra che vi sfratta, un’altra terra che vi raccolga, e a Garibaldi mancò per lungo tempo anche questa. Egli era anche più increscioso alla Francia repubblicana che al Piemonte monarchico; e il Governo di Luigi Napoleone aveva già fatto intendere al Bey di Tunisi, come avrebbe veduto assai di mala voglia che egli desse ricetto al rivoluzionario condottiero, che dal 30 aprile al 15 luglio aveva dato tanta faccenda agli eserciti della grande nazione. Il Bey, pertanto, che amava restare nella grazia del potente vicino d’Algeria, tenne il monito imperiale per comando e vietò che Garibaldi sbarcasse in qualsiasi porto di Barberia, costringendolo a ripartire con un altro bastimento per Malta, o per dove meglio gli piaceva.

Malta però non sorrideva al nostro proscritto, e ottenne dalla condiscendenza del capitano d’essere sbarcato all’Isola della Maddalena, la maggiore del gruppo d’isolette che fanno arcipelago nel Golfo di San Bonifacio.

E fu ventura. Pietro Susini, sindaco della Maddalena, padre di quel Susini Millelire che Garibaldi aveva lasciato capitano nella Legione di Montevideo, tenne a singolare onore d’accogliere al suo focolare l’uomo favoloso che di là dall’Oceano era stato meglio che capo, amico, secondo padre a suo figlio; e Garibaldi passò nell’isoletta ospitale, nel consorzio di quei poveri e semplici pescatori, i giorni forse più riposati e tranquilli della sua vita procellosa. Viveva di nulla, passava la giornata alla caccia e alla pesca, imparando a memoria tutte le calanche e tutte le macchie delle isole circonvicine; e cominciando probabilmente fin d’allora ad innamorarsi di quella Caprera che preferirà un giorno alle più splendide dimore d’Italia, e renderà celebre quanto il suo nome.

Ma era detto che nemmeno nel più oscuro e pacifico angolo d’Italia egli potesse vivere oscuro e pacifico; com’era detto che il ministro Pinelli non potesse godere un istante di sonno, finchè quel terribile orco della rivoluzione errava sui lidi d’Italia.

Un giorno infatti del 1850, che è, che non è, si presenta nelle acque della Maddalena il bastimento di guerra Colombo coll’ordine di prender Garibaldi a bordo e di portarselo a Gibilterra. E Garibaldi, ormai rassegnato a tutto, lasciò fare e partì. Pochi giorni prima s’era buttato a nuoto per salvare un canotto sardo che naufragava; e fu quello il solo tributo di riconoscenza che potè pagare a’ suoi ospiti generosi, e insieme la sola azione peccaminosa dopo la ritirata di San Marino e la fuga di Comacchio, ch’egli compì in Italia.

Nemmeno Gibilterra però lo voleva. Il Governatore inglese gli permise lo sbarco per alcuni giorni, ma non un soggiorno più lungo; il Console spagnuolo, interpellato se la Spagna l’avrebbe raccolto, rispose seccamente di no; per cui sbandito dall’Italia, perseguitato dalla Francia, cercato a morte dall’Austria, congedato dall’Inghilterra, respinto dalla Spagna, assai probabilmente internato dalla Svizzera, e della Germania e della Russia non si discorre, è manifesto che in tutta la vecchia Europa l’unico ospizio ancora aperto al nostro perseguitato era la mussulmana e barbara Turchia.

Fu allora che il Console degli Stati Uniti d’America e seco lui gli ufficiali della sua squadra, indignati della codarda persecuzione onde l’eroe era fatto segno, gli offersero di prenderlo sotto l’egida della loro bandiera e di trasportarlo gratuitamente nel loro paese. Ma Garibaldi non sapeva ancora decidersi e mettere fra sè e la patria, l’Oceano; forse un ultimo filo di speranza lo teneva ancora avvinto all’Italia; e saputo che a Tangeri era console di Sardegna il signor Carpaneti di Genova, suo vecchio conoscente, si risolvette di tentar novellamente la terra d’Africa, e di recarsi da lui. E il Carpaneti l’ebbe caro come un fratello; l’accolse in sua casa, lo protesse della sua autorità; gli avrebbe fatto obliare che quella era terra d’esiglio, se gli esuli potessero obliare. Garibaldi invece come pellegrino che, giunto in luogo di sicurezza e di riposo, rifà colla mente il cammino percorso e ne racconta a sè medesimo le vicende; provò per la prima volta il bisogno di narrare «sè stesso ai posteri» e di scrivere i suoi ricordi. A Tangeri infatti furono incominciate quelle Memorie, che fino ad ora il mondo conosce nelle traduzioni di Dumas padre e di Elpis Melena, che fino al 1848 furono a noi storici la scorta più fidata, che un giorno, quando veggano la luce in tutta la loro interezza, saranno forse uno dei più preziosi documenti e dei più curiosi monumenti della nostra storia e della nostra letteratura.

Nemmeno a Tangeri però dimorò a lungo. Garibaldi non era pervenuto ancora a quell’età, in cui, divenuto impossibile l’operare, il solo ricordare le cose operate tien luogo d’azione. Garibaldi contava appena quarantadue anni; aveva ancora le braccia sane, teneva un’arte nobile e fruttuosa alle mani, sentiva sempre, come a’ suoi più giovani anni, il virtuoso orgoglio di non dovere che a sè stesso la propria esistenza, e non potendo appagarsi di quell’ozio larvato di scombiccherare quaderni, nè volendo abusare più a lungo della generosità dell’ospite amico, risolvette di lasciar Tangeri e di andar a cercare in altri lidi pane e lavoro.

Congedatosi pertanto dal Carpaneti, sull’aprile del 1850 s’imbarca per l’Inghilterra; approda a Liverpool; vi è assalito per la prima volta da quell’artritide che lo accompagnerà fino alla sua morte; ma appena riavuto, parendogli poco propizia a’ suoi progetti di lavoro anco l’Inghilterra, veleggia per gli Stati Uniti e sbarca in quell’anno stesso a New-York.