XVIII.

E colà il problema del pane quotidiano gli si presenta di nuovo in tutta la sua crudezza. Aveva chiesto, cercato, aspettato più mesi un comando di bastimenti (fosse stato anche in secondo se ne sarebbe accontentato), e il comando non veniva; aveva picchiato a tutte le porte d’amici e conoscenti alla busca d’un mestiere purchessia, ma il mestiere non si trovava; aveva bighellonato per settimane in uno sciopero forzato per tutte le vie di New-York, e si era uggito e vergognato insieme; quando il caso gli fece incontrare un altro Genovese, certo Meucci, proprietario d’una fabbrica di candele, che non potendo offrirgli nulla di meglio, gli offerse un posto nella sua fabbrica. E doveva essere davvero uno spettacolo curioso: il vincitore del 30 aprile contornato di sugna e di stoppini, affaccendarsi da mane a sera a manipolare, ad impaccare e spedire candele ai due mondi, di cui lo dicevano l’eroe: curioso e toccante insieme; chè nulla commove di più della vista d’un uomo già grande, il quale, sdegnando vivere parassita della sua passata grandezza, corregge l’errore dell’avversa fortuna colla dignità del lavoro. Più l’opera sua par bassa, e più la sua figura s’innalza; più le sue mani sono sudicie, più la sua anima brilla di sublime candore.

Per ventura sua l’aspra prova non durò più d’un anno, ed alla fine potè tornare novellamente al suo elemento e rivivere alla sua arte.

Eletto da una Società italo-americana a comandante di un bastimento che doveva battere gli scali dell’America centrale, in sul finire del 1851 salpa da New-York; arrivato però a Panama, una febbre potente, che lo riduce quasi in fin di vita, lo sforza a rinunciare il bastimento; scampato tuttavia mercè la sua gagliarda tempra da quel nuovo pericolo, incontra nel Porto stesso di Panama quel Carpaneti che l’aveva ospitato a Tangeri, e che allora navigava con un altro bastimento, detto il San Giorgio, per Lima; onde raccolto coll’antico affetto dall’amico, s’imbarca con lui, e salpa ben presto per il Pacifico e la capitale del Perù. Ivi però nuova fortuna. Il signor Don Pedro De’ Negri, intraprendente genovese, arricchitosi al Perù, specialmente nelle miniere d’argento del Cerro e di Pasqua, simpatizza prontamente col già famoso suo compatriotta e gli offre di fare per conto suo un viaggio alla China con un doppio carico di grani e d’argento. Era la prima volta che s’apriva a Garibaldi la possibilità di varcare il Grand’Oceano. Il bastimento, battezzato La Carmen, non era più nuovo, portava appena ottocento tonnellate, e aveva bisogno di molti raddobbi; ma per quel capitano avvezzo alle garapere e alle tartane, poteva parere un Leviathan. Fornito il carico all’Isola di Cincia (costa Sud del Perù a trecento miglia dal Callao), tornato in brevi giorni a Lima per compirvi le provviste e l’equipaggio, nei primi di gennaio del 1852 spiegò lietamente le vele per le coste d’Asia, e dopo novantaquattro giorni di navigazione felice getta l’áncora nel Porto di Hong-Kong.

Di tutta quella traversata soltanto un sogno parve memorabile a Garibaldi; ma un sogno sì strano e terribile, che soltanto narrato dalla stessa penna di colui che lo ebbe, può parere credibile.

«Solo una volta (scrive Garibaldi stesso),[173] io raccapriccio nel rammentarmela, sull’immenso Oceano Pacifico, tra il Continente americano e l’asiatico, colla Carmen, ebbimo una specie di tifone, non formidabile come quelli che si sperimentano sulle coste di China, ma abbastanza forte per farci stare parte della giornata, 19 marzo 1852, colle basse gabbie — e dico tifone, perchè il vento fece tutto il giro della bussola, segno caratteristico del tifone, ed il mare si agitò terribilmente come suole in quel grande temporale.

»Io ero ammalato di reumatismi, e mi trovavo nel forte della tempesta addormentato nel mio camerino sopra coperta. Nel sonno io ero trasportato nella mia terra natale; ma in luogo di trovarvi quell’aria di Paradiso ch’ero assuefatto di trovare in Nizza, ove tutto mi sorrideva, tutto mi sembrava tetro come un’atmosfera di cimitero; tra una folla di donne ch’io scorgeva in lontananza, in aria dimessa e mesta, mi sembrò di scorgere una bara — e quelle donne, quantunque movessero lentamente, avanzavano però alla mia volta. Io con un fatale presentimento feci uno sforzo per avvicinarmi al convoglio funebre, e non potei movermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse al lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi.

»Sudante di fatica, avevo inutilmente cercato di sorreggermi sulle braccia. Ero sotto la terribile influenza d’un incubo — e quando principiai a movermi, a sentire accanto a me la fredda salma d’un cadavere, ed a riconoscere il santo volto di mia Madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta sulla mia mano.

»Il cupo ruggito della tempesta ed i lamenti della povera Carmen spietatamente sbattuta contro terra, non poterono dileguare interamente i terribili effetti del mio sogno.

»In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.»

Rammentiamoci infatti che il 19 marzo 1852 la signora Rosa non era più.

A Hong-Kong però avendo saputo che il corrispondente commerciale del De Negri, Mr King, era partito per Canton, il Generale stimò opportuno raggiungerlo colà; trovatolo di fatto e ricevuto l’ordine di riportare il carico ad Amoy, salpa a quella volta, vi scarica e vi vende ad ottimi patti, ritorna subito dopo a Hong-Kong, rimonta il fiume omonimo fino a Wampoo, rifà un nuovo carico da trasportare a Lima, e nell’autunno di quell’anno, battendo la stessa rotta, senza avventure notevoli, riapproda colla stessa fortuna nel porto d’onde era partito.

Non restò per altro a terra lungo tempo, chè al cominciare del 1853 è rinviato dallo stesso Negri a New-York a prendervi il comando del Commonwealth, un tre alberi di mille duecento tonnellate, destinato a caricare carbone in Inghilterra e trasportarlo in Italia. E infatti il nostro Capitano marittimo parte quasi subito per New-Castle e vi fa il carico assegnatogli; appena lesto, spiega la vela; e dopo cinque anni di lontananza, cominciando il 1854, viene a dar fondo nel Porto di Genova, e rivede quell’Italia che era stata su tutti i lidi la stella polare e la mèta suprema del suo cammino.[174]

Nè alcuno gli aveva contrastato lo sbarco. Il Governo piemontese era guarito de’ suoi puerili terrori, la sua politica aveva già preso colore più vivo di italianità: il Governo era passato nelle mani del conte di Cavour, e basti. Il Capitano del Commonwealth non fu dunque molestato; ed egli potè liberamente metter piede a Nizza ad abbracciare i suoi tre bambini che non rivedeva da cinque anni; a salutare, almeno nella tomba, la sua povera madre, a cui aveva date sì torbide gioie e sì scarse consolazioni.

E in Nizza stette tutto quell’anno 1854, tranquillo e quasi dimenticato, contento d’avviare con un altro bastimentuccio, detto l’Esploratore, un po’ di cabotaggio per i mari vicini; arrischiandosi, una volta, fino a Marsiglia, dove pare che la Polizia napoleonica fosse disposta a chiudere un occhio e a lasciare in pace il suo antico perseguitato.

Le sue corse più frequenti però erano ancora per la Sardegna, dove già andava mulinando di fissare la sua dimora; e fu appunto in una di esse che sorpreso da un grosso fortunale nelle Bocche di San Bonifacio, e resogli impossibile il continuare la rotta per Porto Torres, si gettò a rifugio sulla costa della Maddalena; e colà dimorando alcuni giorni, gli balenò per la prima volta l’idea di comperare una parte dell’Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui de’ suoi stipendi di Montevideo; nei suoi ultimi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche peculio; una sommetta aveva raccolta dall’eredità del fratello Felice; onde gli pareva venuto il momento di metter a profitto i suoi modesti capitali, e che nessun impiego fosse migliore di quello.[175]