XIX.

La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena, e il capo settentrionale della Sardegna, dalla quale è divisa soltanto dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone, alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale, va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza; la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere; innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno; unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.

Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprietari: il Demanio sardo, che vi occupava il lato settentrionale e l’aveva già partito in piccoli lotti per metterlo in vendita, ed i signori Collins, inglesi stanziati alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia che per speranza d’un frutto qualsiasi. Nel rimanente due famiglie di pastori, di cui si perdevano tra gli anfratti della valle le povere capanne; qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli in cerca d’una magra pastura; qualche volo di pernici e di beccaccie migrate dalla vicina Sardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli esseri viventi del luogo.

Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto d’Esperia. Oltre di che l’aveva preso la passione dell’agricoltura, cosa meno strana di quel che appaia, poichè l’amor de’ campi e l’amore del mare sono fratelli e nascono entrambi dal bisogno della vita libera, solitaria, e dal profondo sentimento della natura infinita.

Alleandosi pertanto le illusioni dell’agricoltore alla misantropia dell’uomo ed alla fantasia del poeta, Garibaldi decise comperare la maggior parte di que’ lotti vendibili, e di trapiantarvi stabilmente le nomadi tende della sua vita.

Ma per far tutto ciò, una prima cosa era necessaria: rendere l’Isola abitabile, costruirvi cioè una casa. E a questo pure Garibaldi aveva pensato; ma a modo suo, quanto dire primitivo e singolare sempre. E punto primo, la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi raccolte per via d’un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia fastosa che Garibaldi edificherà da sè stesso nel suo nuovo regno di Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici, Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e falegname basteranno alla bisogna. Di necessità, durante i lavori, si vivrà accampati sotto le tende, alla militare; la caccia e la pesca dei dintorni provvederanno al vitto quotidiano, e al difetto di pratica supplirà l’ingegno, la lena e l’allegria.