XX.
E fu ancora in quell’anno ch’egli s’era tolta l’impresa della liberazione dei prigionieri di Santo Stefano. Pochi anni or sono il fatto era noto a pochissimi; le Memorie del Settembrini e le Lettere al Panizzi, di recente pubblicate, l’hanno reso notorio. Ventidue condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Gennaro Placco, Filippo Agresti, giacevano da quattro anni nelle carceri di Santo Stefano; rei, come diceva la legge borbonica, «del delitto di maestà;» rei d’amor patrio. Come è natura dei prigionieri, degl’innocenti principalmente, il pensiero della fuga era incessante; quindi i disegni, i conati, i tentativi innumerevoli, arditi, strani talvolta, ma vani fino allora tutti. Sulla fine del 1854 però Antonio Panizzi, non mai dimentico della sua Italia e partecipe, più che non paresse, d’ogni congiura diretta al suo bene, combina col Settembrini a Santo Stefano e con Agostino Bertani a Genova un nuovo e più arduo progetto. I prigionieri penseranno essi a scappare dall’ergastolo forando con ferri, nascostamente introdotti, la vôlta della loro camera, e calandosi di là per i tetti, e le muraglie in una nascosta insenata a oriente dell’isola. Di fuori invece un piroscafo noleggiato da amici, e «comandato da un uomo unico,» passerà in una notte senza luna davanti a Santo Stefano, portando per segnale all’albero, o agli alberi, una fiamma bianca, o delle fiamme bianche, le quali s’abbasseranno per qualche momento, poi giunto vicino all’ergastolo si rialzeranno; il bastimento di giorno s’allontanerà, al tornar della notte s’avvicinerà di nuovo all’isola, ed a mezza notte manderà una lancia o due al seno indicato; colà i prigionieri porteranno una lanterna accesa rivolta alla parte della lancia, questa s’accosterà pronunziando la parola d’ordine: Panizzi; i prigionieri risponderanno colla parola: Settembrini; e ciò fatto la lancia toccherà terra, imbarcherà i fuggitivi e il piroscafo li rapirà con sè. E questo progetto tenne occupati, speranzosi, angosciati per più d’un anno i poveri cattivi; finchè ai primi di settembre del 1856 fu scritta loro la notizia che il piroscafo destinato alla fuga aveva naufragato sulle coste d’Inghilterra; e il disegno per allora completamente fallito.
«L’uomo unico,» di cui parlava il Panizzi nella sua lettera al Settembrini, era Giuseppe Garibaldi; e si converrà che se v’era uomo adatto a rischiare e condurre alla fine quella nobile impresa era lui; se non l’unico, il primo innegabilmente.