XXI.
Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza de’ quali fatti tutto l’esercito franco-sardo veniva a trovarsi ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva, e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di Garibaldi,[200] s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese dandole per obiettivo Turbigo.
L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201] giunse al Generale austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque, oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro condottiero, considerati i rischi d’un combattimento sì disuguale, ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che s’era proposto di percorrere.
Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.
In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni; l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su Gallarate diretto al Ticino.