XXII.
Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.
Poichè convien sapere, e forse abbiamo tardato troppo a narrarlo, che fino dal 31 maggio, cavalcando egli tra Sant’Ambrogio e Robarello, incontrava per via una bella signorina, la marchesa Giuseppina Raimondi, la quale, dicendosi arrivata allora allora da Como traverso i monti della Svizzera, veniva a portargli l’annunzio che la sua città era minacciata a un tempo dagli Austriaci di fuori e dagli austriacanti di dentro, e bisognevole perciò d’un immediato soccorso. Qual effetto producesse sull’animo, o sui sensi, di Garibaldi l’inattesa vista dell’audace messaggiera, vedremo un giorno; intanto egli la invitò a entrar con lui nella locanda di Robarello e le consegnò questo biglietto:
«Robarello, 1º giugno 1859.
»Signor Visconti,
»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»
Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como. Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicate erano occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi, non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra avanguardia presso San Fermo, si udì squillare un alt-chi-va-là in pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria le grida di Viva l’Italia e Viva Garibaldi, segno troppo eloquente che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.
L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.