XXIX.
E uno de’ maggiori problemi imposti ai governanti dell’Italia centrale erano le armi. La formazione d’un esercito era non solo necessaria a quei nuovi Stati, come testimonio della loro vitalità e guardia della loro esistenza; ma all’intera Italia, che poteva da un istante all’altro essere forzata a difendere colla spada in pugno il nascente edificio della sua indipendenza. Tuttavia ordinare in un sol corpo tutte le membra sparse di que’ tre o quattro esercitini che eran smontati dalla guardia delle bandite Signorie, vivificandoli del novello spirito, depurandoli dai corrotti elementi e fondendoli insieme con tutta quella massa eterogenea di milizie improvvisate, di volontari inesperti e di soldati di ventura accorrenti da ogni dove al centro, come ad un focolare, non era facile assunto; e s’intende come ad esso intendessero le supreme cure dei reggitori di quelle provincie. Vi si eran provati prima il Mezzacapo colle milizie bolognesi, il Ribotti colle parmensi, l’Ulloa colle toscane; ma nè quelli avevano riscossa sufficiente autorità, nè l’Ulloa, per la mala prova fatta nella spedizione di Lombardia e per i suoi armeggiamenti napoleonici, era parso adatto all’ufficio. Si fu allora che il Governo del Ricasoli, sospinto dal voto pubblico, pensò di invitar al comando dell’esercito toscano il Garibaldi, incaricando dell’imbasciata il valoroso Malenchini, già da qualche mese ascrittosi al Quartier generale dei Cacciatori delle Alpi, e al Generale carissimo.
Erano i primi d’agosto; il Generale era in Lovere sofferente della sua artritide, ma d’animo sereno e tranquillissimo. Villafranca l’aveva scoraggiato meno di chicchessia; credeva più che mai alla fortuna d’Italia; ammirava lo stupendo moto dei popoli del Centro; parlava sempre con fede entusiasta di Vittorio Emanuele, e persisteva nel predicare a quanti l’accostavano la necessità della sua dittatura. In un manifesto, anzi, da lui indirizzato agl’Italiani del Centro, non solo ripeteva quel ch’egli chiamava sacro programma: «Italia e Vittorio Emanuele;» ma proclamava il dovere degl’Italiani di serbare: «Eterna gratitudine a Napoleone e alla nazione francese.»
Naturalmente con siffatta disposizione d’animo l’offerta del Malenchini fu prima accolta che annunziata. Il Generale chiese immediatamente d’essere dispensato dal comando dei Cacciatori delle Alpi e il 7 agosto il Ministro della guerra La Marmora segnava il suo congedo; l’11 rivolgeva un affettuoso addio a’ suoi compagni d’arme di Varese e di Como; e il 30 di quello stesso mese, seguíto da pochi amici ed ufficiali, partiva per Modena, dov’era stanziato il Quartier generale della sua Divisione.
Quantunque però la sua nomina fosse grandemente popolare, non tutti gli ufficiali dell’antico esercito toscano l’avevano veduta con uguale favore. Sparsasi la voce ch’egli avesse proposto al Governo una lunga lista de’ suoi vecchi ufficiali, li inaspriva il pensiero d’essere, a cagion di questi, o cassati, e messi in disparte, o frodati de’ loro diritti ed offesi nel loro amor proprio. Invasati essi pure dal pregiudizio comune all’universa famiglia militare, che Garibaldi non fosse che un guerrigliero rivoluzionario, sprezzante delle ordinanze stanziali, ribelle ad ogni disciplina, ignaro d’ogni precetto militare, temevano ch’egli capitasse loro addosso per scompigliare e disordinare anche quel poco che s’era fino allora faticosamente venuto ordinando e costituendo; e per questa e per quella ragione ognuno «in suo sogno dubitava.»
Quando però lo videro arrivare scortato soltanto da cinque o sei ufficiali, e di questi quattro soli aver posti importanti ne’ quadri della Divisione toscana: il Medici comandante di Brigata; il Bixio d’un Reggimento; il Corte capo di Stato Maggiore;[213] e avvicinato l’orco s’accorsero che non divorava, e cominciarono a sentir l’incanto di quella parola melodica e l’impero di quella dignità affabile, e lo videro alla prova reggere con mano ferma la disciplina, raccomandare l’istruzione e attendere all’ordinamento del suo corpo, quanto e meglio d’un vecchio Generale di mestiere; allora anche le idee de’ più increduli si vennero modificando; la fiducia tra gli ufficiali e il Generale rinacque prontamente, e la Divisione toscana prese ben presto quel piglio sciolto, e quel carattere guerriero e italiano che per ragioni molteplici le erano fino allora mancati.[214]