XXVIII.

Il conte di Cavour, sbollita l’ira del colpo inaspettato, scriveva da Leri: «Bénie soit la paix de Villafranca,[211]» e l’Italia faceva come lui: s’adirava, rompeva prima in alte grida di dolore e di sdegno, ma poscia in cuor suo diceva: Benedetta sia la pace di Villafranca! Gli è che, se Villafranca troncava la guerra sul Mincio, le apriva una via più libera e più ampia dal Taro alla Cattolica, e la lasciava arbitra del proprio destino.

Un altro Solferino avrebbe ricacciato l’Austriaco oltre l’Alpi, liberato la Venezia, costituito un forte regno dell’Alta Italia; ma, periglioso ricambio, ingrandito e rassodato altresì il predominio francese, conservati o restaurati nella Penisola tutti i suoi regoli, effettuata senza possibilità di contrasto l’idea napoleonica della Confederazione presieduta dal Papa, costretto lo stesso Governo di Vittorio Emanuele a subirla per prudenza, a rispettarla per lealtà e per gratitudine.

Mercè Villafranca il problema dell’indipendenza restava insoluto, ma era avviata la soluzione di quello dell’unità. Il non intervento non era ancora dichiarato nè pattuito; ma il nativo buon senso degl’Italiani l’aveva letto, come suol dirsi, tra le righe, facilmente comprendendo che Napoleone poteva bensì dispettare il moto unitario del centro, e strepitare e minacciare, ma certamente non sarebbe mai ridisceso in Italia a disfare colle sue mani l’opera sua, nè avrebbe permesso che l’Austria, sua rivale, la disfacesse a beneficio proprio. Così dalle sventure nascono sovente le fortune; così un fiume regio se incontra una diga improvvisa devía bensì dal primo suo corso, ma per scavarsi un letto più vasto e più profondo e camminare più maestoso alla sua foce.

Restava, è vero, che gl’Italiani sapessero trar profitto dalle favorevoli circostanze; ma sappiamo che di quel senno furono capaci. Affrettare e condurre a termine la gran trama dell’unificazione, contenendo al tempo stesso gli eccessivi, acquetando i timorati e attraendo gli avversi; combattere in un punto solo le velleità municipali, le congiure dinastiche, le candidature forestiere, senza offendere troppo crudamente il culto delle tradizioni locali, nè manomettere la libertà, nè insanguinare la rivoluzione; resistere alle querimonie della Diplomazia senza irritarla, ai rabbuffi della Francia senza inimicarsela, alle strida del Papa e dell’Austria senza porger loro alcun pretesto di guerra; e tutto ciò operando d’accordo col Piemonte senza comprometterlo e obbedendo alla volontà di Vittorio Emanuele senza scoprirla; questa era l’opera molteplice e delicata che il fato aveva imposto ai popoli del centro, e la storia ha scritto come seppero compirla. Li sorresse, è vero, l’inflessibile fermezza del barone Ricasoli; li scorse da lontano il tacito patrocinio d’un gran Re, e dall’ombra solitaria di Leri il genio d’un grande Ministro; li secondò finalmente un manipolo d’uomini valenti e benemeriti;[212] ma insomma il primo e vero autore di quella stupenda concordia di sacrifici e di ardimenti, di accortezze e di costanza che al sorgere del 1860 riunì in una sola famiglia dodici milioni d’Italiani, fu il popolo; e senza la virtù sua nessuna forza di volontà o prodigio di genio avrebbe potuto vincere quell’ardua guerra.