I.

Garibaldi è a Caprera e la sua ferita rimargina con lentezza, ma con regolarità; il piede imbustato in un apparecchio inamidato va acquistando ogni giorno elasticità e vigoria; non può abbandonarsi ancora con grande confidenza all’appoggio delle gruccie, sicchè quando esce per l’Isola è costretto a farsi trascinare in un carrozzino a seggiola, dono ed industria elegante d’Inglesi; ciò malgrado, i medici son persuasi che la guarigione non sia più che una questione di tempo e che di tutto il danno temuto non resterà più che una zoppicatura appena sensibile.[246]

Pure mai forse come in quell’anno egli sentì il cruccio dell’impotenza e il tedio dell’inerzia. La Polonia era novamente insorta: spinta alla disperazione dall’ukase che le strappava in una notte il fiore dei suoi figli[247] per mandarli sotto l’assisa del pretoriano moscovita a servire tra le rupi del Caucaso, o le nevi della Siberia, dava di piglio alle sue lancie, si inselvava ne’ suoi boschi, e ricominciava per la quarta volta, contro il suo colossale oppressore, uno di quei duelli ineguali a cui la vecchia Europa da oltre ottant’anni assisteva, le braccia al sen conserte, incoraggiando la indomita combattente de’ suoi applausi sentimentali e de’ suoi petrarcheschi conforti per abbandonarla poi sempre a nuovo e più crudo martirio.

Però con qual cuore udisse l’infermo di Caprera i primi annunzi dell’eroica lotta l’immagini chi lo conobbe. Egli avrebbe voluto accorrere, volare, ritentare sulle rive della Vistola le disperate prove da lui compiute nelle campagne dell’Uruguay e della Sicilia, pagare almeno col sangue suo il debito di gratitudine che l’Italia doveva ai tanti Polacchi morti per lei; ma il leone è confitto alla sua rupe; l’eroe non è più che un apostolo inerme ed impotente, che può ancora dare i suoi figli, spronare i suoi amici, fustigare se non scuotere, con infiammati appelli e acerbe rampogne, l’infingarda apatia dei popoli e de’ governi; ma il soccorso vero, poderoso, efficace, il soccorso del suo braccio di soldato e della sua esperienza di capitano, egli non può darlo più: Aspromonte l’ha rapito alla Polonia.

Intanto, null’altro potendo, parlava e scriveva. A Mariano Langievicz, Dittatore degli insorti, scriveva: «Che Dio vi benedica: tutti saremo con voi e presto;[248]» ai popoli dell’Europa gridava: «Non abbandonate la Polonia;[249]» al popolo inglese soggiungeva: «Volgiti all’Oriente, o generoso; là si dibatte in un lago di sangue sotto il knout sterminatore lo schiavo bianco.... Britanno, chiama a te i popoli ed i popoli ti seguiranno.[250]» All’Emigrazione polacca rispondeva: «Voi mi chiedete una parola, ed io vorrei porgevi dei fatti:[251]» all’esercito russo finalmente, quasi glossando un enfatico manifesto che poco prima Vittor Hugo gli aveva diretto, pregava a «considerare i Polacchi come fratelli ed a meritare le benedizioni della specie umana, stringendo la mano alla più sventurata ed alla più degna delle nazioni.[252]» Ma eran parole; più sincere e generose per fermo di quelle che a quei medesimi giorni schiamazzavano nelle concioni de’ tribuni, cinguettavano nelle pagine delle gazzette, o arzigogolavano nelle note delle Cancellerie diplomatiche, ma ne’ loro effetti poco dissimili; parole anzi non bene accette a quei medesimi pei quali erano profferite, perchè il Governo insurrezionale di Varsavia, timoroso che l’intervento di Garibaldi potesse imprimere al moto polacco un carattere troppo rivoluzionario e alienargli per tal modo lo sperato favore delle Potenze europee (dell’Austria principalmente, che in sulle prime era parsa secondare sottomano gli insorti), faceva intendere al famoso Capitano[253] che la Polonia eragli grata della sua magnanima offerta e contava sul di lui morale patrocinio, ma che per il momento non reputava opportuno che la sua persona apparisse sul teatro della lotta.

Ed anche in Italia la causa polacca raccoglieva aiuto più d’orazioni che d’opere. E non parliamo del Governo costretto dalla condotta incerta degli Stati occidentali e più dalla posizione ambigua presa dall’Austria ad una grande circospezione; ma nella stessa democrazia, fra i più devoti commilitoni di Garibaldi, gli animi erano perplessi e i pareri divisi. Perocchè se tutti consentivano nella santità della causa e nel debito di aiutarla, i più non ne vedevano nè il mezzo nè la via; e pochissimi soltanto, primo fra tutti l’anima eroica ed impaziente di martirio di Francesco Nullo, cui attendeva la bella morte dei prodi sugli argini di Olkutz, pochissimi erano quelli che si mostrassero deliberati ad ogni sbaraglio.[254] Tuttavia un Comitato erasi costituito in Genova sotto la direzione di Clemente Corte che andava un po’ a stento, per ver dire, accattando armi e danari, soccorrendo gli esuli polacchi che volevan rimpatriare e apparecchiandosi alla meglio all’eventualità d’una spedizione. E non andò molto infatti che parve offrirsene l’opportunità.

In sul finire di maggio due emissari polacchi[255] erano arrivati a Caprera apportatori di questo audacissimo progetto: attaccare la Russia anche da mezzogiorno; raccogliere in Costantinopoli quante armi e volontari fosse possibile; sommovere la Rumenia, rovesciar coll’aiuto del partito nazionale, capitanato dal Rossetti e dal Bratiano, il principe Couza; e fatto base del Principato, penetrare, con legioni miste d’italiani e Polacchi, guidati da Menotti, in Bessarabia, e di là per la Podolia e la Gallizia dar la mano agli insorti del centro.

Non ci arrestiamo a discutere l’attuabilità di siffatto progetto; eran progetti di esuli disperati e basta: aggiungiamo questo solo: che Garibaldi diè il consenso; che Menotti[256] partiva pochi giorni dopo da Caprera con un piroscafo che nascondeva nella sua stiva tutto il piccolo arsenale dell’Isola, compresovi un cannoncino; che a Genova il Comitato per la Polonia, presieduto dal Corte, accettò l’idea, soltanto fece intendere così al Generale come ai Polacchi che trattandosi d’impresa sì fortunosa nella quale andava avventurata non solo la vita di tanti giovani, e le poche sostanze del Comitato, ma il credito della stessa democrazia italiana e del loro capo, era per lo meno prudente inviar qualcuno a Costantinopoli ed a Bukarest affine di scandagliare il terreno, esaminare fino a qual punto il disegno fosse effettuabile, prendere gli accordi coi Comitati polacchi esistenti colà e rapportare ogni cosa agli amici d’Italia. E ciò convenuto, Giacinto Bruzzesi e Giuseppe Guerzoni, scelti di comune accordo a quell’ufficio, s’imbarcarono per l’Oriente. Se non che poche settimane di dimora a Costantinopoli, una visita fatta dal Bruzzesi a Bukarest bastarono ai due esploratori per conoscere tutto il vero. In primo luogo il Governo turco poteva fino a un certo segno chiudere un occhio sui disegni della Emigrazione polacca, ma protestavasi fermamente risoluto ad impedire qualsiasi accolta d’armi e d’armati sul suo territorio; in secondo quantunque il trono del principe Couza apparisse assai vacillante, nè il Rossetti nè i suoi amici stimavano giunta l’ora di dargli l’ultimo crollo, tanto meno arrischiando la patria loro in una avventura il cui primo frutto sarebbe stato di inimicare alla causa dell’indipendenza rumena la potente Russia, sua naturale tutrice; finalmente v’era bensì a Costantinopoli un manipolo di Polacchi deliberati a tentare, non foss’altro perchè l’avevano promesso, la impresa, ma per l’esiguità del numero e la povertà dei mezzi sfiduciati essi pei primi di poterla condurre a compimento. E tanto è vero che in sul cominciare di luglio essendosi un centinaio di loro raccolti ne’ dintorni di Galatz furono dal Governo di Bukarest immediatamente perseguiti, e prima che riuscissero a varcare il Pruth, disciolti e disarmati. Però riportate queste notizie a Genova, l’impossibilità della divisata impresa apparve a’ suoi più accesi zelatori evidente, e Garibaldi pel primo si rassegnò a rinunciarvi.

Quasi contemporaneamente anche la insurrezione polacca, stremata da oltre un anno di lotta disperata, mandava gli ultimi aneliti. Sempre cullata dalla speranza che la platonica tenerezza e la verbosa commiserazione delle Potenze occidentali si convertissero finalmente in aiuti efficaci d’opere e d’armi; sempre credente alla voce de’ suoi esuli che, illusi a lor volta dalle lunghe promesse de’ capitani veri o presunti della rivoluzione europea, le facevan balenare ad ogni giro di luna il miraggio d’una spedizione, d’uno sbarco, d’una crociata;[257] oggi confortata dall’aspettazione d’un congresso europeo, domani rianimata dal sogno d’una insurrezione rumena o galliziana, o d’una ripresa della quistione d’Oriente; la grande martire riusciva bensì a protrarre per tutto l’inverno del 1864 la sua prodigiosa agonia, ma ahimè! senz’altro frutto che di veder ingrandire giorno per giorno la già immane ecatombe de’ suoi figli, e rinnovare sulla pietra risuggellata del suo sepolcro la funebre epigrafe del primo suo campione: Finis Poloniæ.